02/08/2026
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LADAKH: UN POPOLO CONTESO FRA SPIRITUALITÀ E GEOPOLITICA

LADAKH: UN POPOLO CONTESO FRA SPIRITUALITÀ E GEOPOLITICA
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di Bruno Marfé

Sono gli appunti di viaggio dell’amico Vittorio Russo, che in questi giorni sta attraversando il Ladakh, a restituire l’immagine di una terra sospesa. La chiama «la terra dei passi alti», un luogo dove — scrive — «il silenzio sembra possedere un peso reale» e dove il paesaggio «induce spontaneamente alla riflessione e finisce per diventare esso stesso misura del tempo». Fra le pagine più belle del suo racconto, Vittorio si sofferma su un dettaglio che a un primo sguardo potrebbe apparire di contorno, e che invece dice molto di questa terra: buddhisti, musulmani, induisti e la piccola minoranza cristiana che la abitano hanno saputo mettere da parte le proprie differenze religiose per difendere insieme la propria identità.
È proprio quel dettaglio a meritare un approfondimento a sé. Perché dietro la pace apparente del Ladakh si nasconde un territorio conteso, dove alla spiritualità si affianca una posta in gioco molto concreta: chi decide del suo futuro.

Non è una contraddizione nuova. Per secoli il Ladakh fu, come ricorda Vittorio nei suoi appunti, «uno dei principali crocevia della Via della Seta», attraversato da «mercanti, pellegrini, furfanti, condottieri e ambasciatori» diretti verso il Tibet, il Kashmir, l’Asia centrale e la Cina occidentale. Insieme alle merci vi transitarono religioni, lingue e culture diverse, che ancora oggi convivono nella regione. È forse in quella storia di crocevia — più che in un’improbabile eccezione — che va cercata la radice di una convivenza che oggi si trova a doversi difendere.
Nell’agosto del 2019 il governo indiano ha abrogato lo status speciale dello stato di Jammu e Kashmir, dividendolo in due Territori dell’Unione amministrati direttamente da Delhi: Jammu e Kashmir da un lato, Ladakh dall’altro. Per Leh e i suoi villaggi la riforma ha significato la perdita di un’autonomia amministrativa che, fino ad allora, permetteva alle comunità locali di incidere direttamente sulle decisioni riguardanti il proprio territorio — a partire dagli investimenti esterni.
Non è un dettaglio burocratico. Il Ladakh è uno degli ecosistemi più fragili dell’Himalaya: un altopiano fra i tremila e i seimila metri, arido, esposto a un turismo di massa che negli ultimi vent’anni è cresciuto molto più in fretta delle infrastrutture capaci di sostenerlo. Senza un’autorità locale che possa dire no, il rischio — denunciato da attivisti, monaci e amministratori locali — è che grandi capitali esterni impongano un modello di sviluppo pensato altrove, indifferente all’acqua, ai pascoli, ai centri abitati che da secoli si sono adattati a un equilibrio precario.

Vittorio, parlando dell’ospitalità che ha incontrato fra i Brokpa, la accosta all’antica xenía greca, «il dovere religioso dell’ospitalità posto sotto la protezione di Zeus Xenios». Non è un’immagine casuale: descrive un’etica dell’accoglienza dello straniero che si specchia, oggi, nella capacità della stessa società ladakha di accogliere al proprio interno fedi diverse senza farne motivo di frattura. È la stessa cultura che ora si trova a dover difendere, con gli stessi strumenti pacifici, il diritto a rimanere se stessa.
La risposta della società ladakha è stata, in questi anni, sorprendentemente compatta. Buddhisti, musulmani, induisti e cristiani hanno trovato un terreno comune nella difesa dello status territoriale. Non è retorica interreligiosa di circostanza: è una scelta politica precisa, portata avanti attraverso proteste, digiuni e richieste formali al governo centrale perché il Ladakh venga incluso nel Sesto Allegato della Costituzione indiana, la clausola che garantisce autonomie rafforzate alle aree tribali.

Il caso ladakho si inserisce in una domanda più ampia che attraversa l’India contemporanea: quanto le periferie geografiche e culturali del Paese possano davvero incidere sulle decisioni che le riguardano, in un momento in cui il governo centrale ha accentuato il controllo diretto su diverse aree di confine. Il Kashmir, il Nordest indiano, e ora il Ladakh, pongono la stessa questione con accenti diversi: chi decide per un territorio, e in nome di quale sviluppo.
Non è un caso isolato, né una vicenda esotica lontana da noi. È un capitolo — fra i tanti che si consumano oggi nel mondo — della tensione fra centro e periferia, fra sviluppo imposto e diritto delle comunità a governare il proprio destino.

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