L’India sospesa tra il mito e la cloaca: quando Johal incontra Russo (per davvero)
CULTURA · IDEE A CONFRONTO
di Bruno Marfé
Vittorio Russo partirà domenica 19 luglio per il Ladakh e il Punjab, e proprio pensando al suo prossimo viaggio in India gli ho girato l’intervista di Carlo Pizzati a Gurnaik Johal su Repubblica, immaginando un articolo che mettesse in dialogo le due visioni dell’India — quella del giovane scrittore anglo-punjabi e quella del viaggiatore che il subcontinente lo ha attraversato a piedi per decenni… non proprio a piedi, però, come lui stesso ci tiene a precisare con la sua ironia: «a piedi andava Gandhi; io più comodamente in treno, in auto, in bicicletta e, per emergenza, persino in moto, quando dovetti sottrarmi al vortice della Maha Kumbh Mela» (il più grande raduno religioso del mondo che si svolge ogni 12 anni e che raduna circa 400milioni di devoti. NdA)
La risposta di Vittorio è comunque arrivata secca: «Un articolo? Scusa la presunzione: ho scritto un libro di 600 pagine!» — riferendosi a L’India nel cuore, ormai alla sua ennesima edizione (Baldini+Castoldi).
Da lì è nata una conversazione vera, non un esercizio retorico. Ne riporto qui gli snodi essenziali, perché il confronto tra il fiume immaginato di Johal e il fiume vissuto di Russo dice qualcosa di più ampio su come l’Occidente — e le sue diaspore indiane, quella punjabi in primis — guardino all’India. E lo dice proprio alla vigilia di una partenza reale verso quei territori.
C’è un’India che si tesse come un filamento di DNA nei salotti letterari di Londra e un’India che scorre, densa, infetta eppure sacra, lungo i ghat di Varanasi — sulla sponda sinistra del Gange, l’unica sacra, dove sorge la città; la sponda destra resta brulla e maledetta, disertata dai pellegrini. L’uscita del romanzo Saraswati del giovane autore anglo-punjabi Gurnaik Johal (Neri Pozza) e la rinnovata lettura de L’India nel cuore di Vittorio Russo (Baldini+Castoldi) aprono una faglia, non geologica ma letteraria, nel modo in cui l’Occidente — e le sue diaspore indiane — guarda al subcontinente.
Se per Johal l’India è un fiume di connessioni globali e metafore ecologiche, per Russo è un “mandala vivente, caleidoscopico e feroce” che non ammette idealizzazioni da catalogo. Mettere i due libri l’uno di fronte all’altro significa far scontrare la suggestione poetica con la realtà storica.
Va detto che l’approccio dei due autori è, alla radice, profondamente diverso. Johal scrive un romanzo storico, e ha mano libera nel muoversi fra le tradizioni del Paese, amplificandole secondo la prospettiva dei suoi protagonisti. L’India nel cuore è invece il racconto di un’interpretazione dell’India nella prospettiva storica, archeologica, spirituale, dei costumi — di tutto ciò che riguarda le tradizioni plurimillenarie delle svariate etnie che compongono il miracolo dell’esistenza di una democrazia, la più incredibile del mondo. E dunque con minore libertà di scelta, se non quella di far scorrere il pensiero nell’alveo stretto della conoscenza.
Il miraggio del Saraswati e la “trama del tempo”
Nel suo romanzo, Johal utilizza il fiume Saraswati come l’emblema di un flusso che unisce la diaspora, la memoria familiare e le sorti del pianeta. Eppure, la prima obiezione che un lettore attento e navigato come Vittorio Russo solleva è di carattere squisitamente storico e geografico: il fiume Saraswati non esiste più da millenni.
«Johal dimentica di dire che il Saraswati, pur essendo una divinità fondamentale dell’induismo, è un fiume fantasma» — osserva Russo. Esiste, vive, è ineludibile nella fede degli indù; ma per gli indiani, tout court, il Saraswati è ormai un frammento di geografia archeologica. Questo dettaglio, tutt’altro che trascurabile, svela molto sulla “trama del tempo” in India: un luogo dove il mito ha una consistenza fisica maggiore della realtà geologica, dove si venera ciò che è evaporato nel deserto del Thar millenni fa. Il fiume invisibile di Johal diventa così la perfetta metafora dell’India della diaspora: un’idea fluttuante, un’eco ancestrale priva di coordinate geografiche attuali.
La personificazione dei fiumi: ecologia occidentale o devozione millenaria?
Il punto di rottura più evidente tra le due visioni riguarda la salute dei fiumi indiani e la vicenda del loro status giuridico. Johal, nell’intervista, cita la decisione del governo di conferire al fiume Yamuna lo status giuridico di “essere umano” per proteggerlo dall’inquinamento industriale, leggendovi un’eco della divinizzazione antica dei fiumi e, insieme, un monito contro la crisi climatica.
La risposta di Russo è una doccia fredda di realismo: «Questa affermazione è una sciocchezza». Non è un’illuminata misura burocratica o governativa a “salvare” i fiumi indiani. Al contrario, lo Stato centrale è tragicamente impotente di fronte al dramma ecologico.
Per Vittorio, la verità è molto più viscerale e contraddittoria: «Beh, se per questo sono “deceduti” da sempre tutti i fiumi dell’India, a partire da quello più sacro, il Gange, che da millenni è una cloaca a cielo aperto. Ganga è la personificazione della dea madre dell’India… Madre, e perciò benefica: se ne possono bere le acque, anche se poi si muore di infezioni intestinali. Lo Stato può ben poco contro questo dramma che miete centinaia di migliaia di vite ogni anno».
Il Gange esiste nel cuore degli indù prima della storia, e prima ancora del mito stesso, come direbbe Mark Twain. Divenne necessità di vita e madre di popoli quando, scorrendo ancora soltanto nei cieli della mitologia, fu invocato da un sovrano che voleva purificare la terra dalle impurità della morte. E Ganga — che è femminile, così la chiamano gli indiani — scese sulla terra. Ma per attutirne l’impeto occorse l’intervento di Shiva, attraverso i cui capelli il fiume raggiunse la Terra e la purificò, continuando a farlo da tempi che non sanno di storia ma di mito, appunto.
Laddove il giovane Johal vede una moderna battaglia ecologista contro il colonialismo e il capitalismo, Russo vede la persistenza di una fede millenaria, un amore così assoluto — quello per Ganga Ma, la Madre Gange — da accettare di morire pur di bagnarsi nelle sue acque putride. L’inquinamento dell’India non è solo una questione di mancata transizione ecologica, ma il frutto di un sincretismo tragico tra il sacro e l’incuria.
Non bisogna dimenticare che ogni giorno, lungo tutto il suo corso, nel Gange vengono sversati miliardi di litri di liquami, e che sulle sue sponde vivono qualcosa come cinquecento o seicento milioni di indiani. Chi scrive non ha letto il romanzo di Johal, e non sa in quale Stato indiano sia ambientato: il Punjab, viste le origini dell’autore? Ma il Punjab è solo un frammento dell’India — l’India dei sikh, con una storia isolata e straordinaria, che ha avuto in Ranjit Singh uno dei suoi più grandi sovrani: fiero avversario degli inglesi, gloria e orgoglio dei punjabi, considerato da alcuni storici occidentali tra le grandi figure della storia mondiale, al pari di Napoleone o Churchill — pur essendo stato analfabeta, e restando oggi pressoché sconosciuto in Occidente.
Due sguardi sull’identità: la diaspora contro il viaggio sul campo
Il contrasto tra i due testi è anche generazionale ed esperienziale. Johal scrive dalla prospettiva di chi osserva l’India con la nostalgia tipica delle seconde generazioni della diaspora britannica. Il suo sforzo è nobile: evitare i cliché dei manghi proibiti e della cucina speziata per rintracciare un’identità frammentata attraverso l’arte e la connettività globale. Ma resta uno sguardo mediato, che filtra la politica indiana attraverso il piccolo schermo o le memorie familiari.
Vittorio aggiunge, con la franchezza di chi le cose le ha viste sul campo, un’osservazione scomoda: gli indiani di seconda e terza generazione emigrati all’estero, per sua esperienza, tornano raramente in India, e il contatto diretto racconta cose diverse da quelle che si leggono nei libri. C’è poi la scala del problema, spesso dimenticata: l’India non è un Paese, è un continente — un miliardo e mezzo di abitanti che parlano migliaia di lingue, di cui solo ventidue sono riconosciute a livello nazionale, e che spesso, per capirsi tra loro, devono comunque ricorrere all’inglese.
Vittorio, d’altro canto, offre ne L’India nel cuore il resoconto di un viaggiatore che ha consumato le suole delle scarpe tra i templi dedicati ai topi e i clacson frenetici di Nuova Delhi. Il suo non è un esercizio di stile sulla connettività, ma un percorso di catarsi che affronta le ferite millenarie di una società “polietnica e balcanizzata”.
Conclusione: quale India scegliere?
Il consiglio di Vittorio Russo resta netto: per giudicare l’India bisogna guardare dentro entrambi i libri. Il romanzo di Johal serve a capire come il subcontinente venga sognato, decostruito e politicizzato dalle nuove generazioni globali. Il suo saggio-diario è l’antidoto necessario a quel sogno: ricorda che l’India non si lascia addomesticare dalle categorie teoriche dell’ecologismo occidentale.
Domenica Vittorio parte davvero, verso il Ladakh e il Punjab. Non porta con sé una metafora del fiume, ma le scarpe consumate di chi quei ghat e quei templi li ha già visti, e ci torna. L’India reale rimane sospesa in quel paradosso immenso dove si può adorare un fiume come una madre e, insieme, condannarlo a morte sotto il peso dei propri rifiuti — un paradosso che Vittorio andrà a verificare, ancora una volta, con i piedi per terra.
