21/09/2026
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Archivi, memoria e comunità: cosa ci insegna il caso di Domenico Del Duca

Domenico Del Duca - La luce dentro
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Quando la memoria di una comunità dipende da competenze individuali e non da strutture pubbliche, il rischio è che la storia locale si perda con chi l’ha custodita. Il caso di Domenico Del Duca lo dimostra.

di Bruno Marfé

C’è un tema che attraversa silenziosamente molte delle nostre comunità meridionali, ed è la tenuta della memoria locale nel momento in cui le generazioni che l’hanno vissuta direttamente cominciano a scomparire. Non è un tema astratto: ha a che fare con archivi comunali sottoutilizzati, competenze che rischiano di andare perdute con il pensionamento di chi le detiene, e una progressiva erosione della capacità di una comunità di riconoscersi nella propria storia.

Il percorso di Domenico Del Duca — per anni dipendente del Comune di Sapri, oggi autore di narrativa memorialistica — offre un caso utile per ragionare su questo tema, non tanto per la biografia in sé quanto per ciò che rivela sul rapporto tra istituzioni, competenze tecniche e trasmissione della memoria collettiva.

Un funzionario, un archivio, una competenza

Ho conosciuto Del Duca per motivi professionali: cercavo un certificato storico anagrafico che non era reperibile con la semplice procedura di sportello, e mi fu indicato come la persona in grado di “mettere mano” ai documenti dell’Archivio Storico. Avendo diretto per anni l’Archivio del Comune di Napoli, sapevo bene che questo genere di competenza — la capacità di interrogare un fondo documentario, non solo di consultarlo — è merce rara nella Pubblica Amministrazione italiana, e spesso non viene riconosciuta come tale finché non serve.

È un problema strutturale più che individuale: quando un archivista con questa sensibilità va in pensione, il rischio non è solo la perdita di un dipendente, ma la perdita di un metodo di lettura delle carte che difficilmente viene formalizzato o trasmesso.

Una rete informale di competenze locali

Questo tipo di competenza, del resto, raramente si esaurisce nel perimetro dell’archivio: si estende naturalmente alla conoscenza diretta di persone e vicende del territorio, e diventa a sua volta una risorsa quando serve attivarla. Ne ho avuto conferma qualche tempo dopo il nostro primo contatto, in occasione della donazione al Centro Fernandes del divano appartenuto a Massimo Troisi, da parte della sorella Rosaria — un’iniziativa di memoria che seguivo con particolare attenzione. Fu proprio Mimmo ad aiutarmi a coinvolgere Gerardo Ferrara, storica controfigura di Troisi e, come lui, originario di Sapri: una conoscenza personale, maturata negli anni sul territorio, che si è rivelata decisiva per ricostruire un frammento di storia culturale altrimenti difficile da documentare per vie ufficiali.

È un piccolo esempio, ma indicativo: la memoria locale non vive solo nei fondi archivistici, ma anche nelle relazioni tra chi il territorio lo conosce da dentro. Quando queste due dimensioni — il dato documentato e la rete di conoscenze dirette — si incontrano in una stessa persona, la capacità di recupero storico di una comunità si moltiplica. Ma è anche una capacità fragile, perché non istituzionalizzata: dipende dalla disponibilità di singoli individui, non da un sistema.

Dall’archivio alla scrittura: continuità, non cesura

Ciò che rende il caso di Del Duca significativo è che, arrivato alla pensione, non ha interrotto questo lavoro ma lo ha trasferito su un altro piano: quello della scrittura memorialistica. Il suo romanzo La luce dentro (StranaOfficina) — continuazione narrativa di La quarta linea — è stato oggetto di un saggio critico di Antonella Casaburi su Unico Settimanale (19 settembre 2026), che ne descrive l’operazione come un recupero sistematico della microstoria di Sapri e del Cilento: dalla toponomastica locale al lessico dialettale legato a mestieri e strumenti ormai scomparsi, fino alla ricostruzione della ritualità comunitaria — la Fiera dell’Immacolata, la processione dell’8 dicembre, la pesca dello “sciavichiello” sulla spiaggia del ponte di Brizzi.

Non ho ancora letto il libro, e non è questa la sede per valutarne il merito letterario. Ma il punto che interessa a un lettore de Il Confronto non è tanto la qualità della prosa, quanto il fatto che questo tipo di operazione — mettere per iscritto pratiche, linguaggi e riti che altrimenti sopravvivono solo nella memoria orale di una generazione in via di esaurimento — svolga una funzione che nessuna istituzione locale, allo stato attuale, garantisce in modo sistematico.

Perché questo riguarda le istituzioni, non solo i singoli

Il rischio, quando la trasmissione della memoria locale dipende dall’iniziativa individuale di un ex funzionario o di uno scrittore appassionato, è che resti affidata al caso: a chi ha avuto la fortuna di incontrare la persona giusta, come è capitato a me con una semplice richiesta di certificato, o come è accaduto nel recupero della vicenda di Ferrara. Non è un modello sostenibile su scala comunitaria.

Ci sono strumenti che le amministrazioni locali potrebbero attivare con costi contenuti: convenzioni con gli archivi storici per la raccolta di testimonianze orali, digitalizzazione dei fondi comunali con priorità ai materiali più fragili, valorizzazione — anche solo tramite biblioteche e istituti culturali locali — di operazioni come quella di Del Duca, che altrimenti restano affidate alla sola editoria locale e ai canali informali. La differenza tra una memoria che si conserva e una che si disperde, spesso, non è una questione di risorse ingenti, ma di continuità istituzionale minima: qualcuno che si faccia carico, in modo strutturato, di quello che finora hanno fatto per iniziativa personale figure come Del Duca.

Fonte: Antonella Casaburi, “Fiera dell’Immacolata e riti di Sapri nel memoir di Domenico Del Duca”, Unico Settimanale, 19 settembre 2026 —https://www.unicosettimanale.it/fiera-dellimmacolata-e-riti-di-sapri-nel-memoir-di-domenico-del-duca/

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