L’ultimo valzer della Garibaldi: l’ammiraglia che s’imbarca per Giacarta (e ci lascia con il conto della spesa)
di Bruno Marfé
C’era una volta una regina dei mari. Aveva la coperta di volo fiera, l’incedere imponente e un nome che era un programma di storia risorgimentale: Giuseppe Garibaldi. Per quattro decenni è stata una delle navi simbolo della nostra Marina Militare, la casa galleggiante di generazioni di marinai e il palcoscenico sul quale l’Italia ha cercato di dimostrare di essere, nel Mediterraneo, una potenza navale con qualcosa da dire.
Poi, come accade a tutte le navi, anche alle ammiraglie arriva il momento della pensione. E lì la trama si è fatta quasi pirandelliana.
Da una parte il territorio: Taranto e Genova, prese da un comprensibile impeto di romanticismo marittimo, hanno immaginato di trasformarla in un grande museo galleggiante. Una nave da visitare, una pagina di storia da rendere fisicamente accessibile, un pezzo di memoria della Marina italiana restituito alla collettività.
Dall’altra parte c’era la calcolatrice della Difesa. E qui conviene mettere da parte qualche numero circolato nel dibattito pubblico: secondo la documentazione parlamentare, mantenere la Garibaldi è costato alla Marina circa 5 milioni di euro nel solo 2025, mentre l’eventuale procedura di alienazione e demolizione avrebbe comportato costi stimati in circa 18,7 milioni. La nave, invece, è stata quantificata in poco più di 54 milioni di euro.
Insomma, il museo aveva un valore sentimentale enorme, ma avrebbe richiesto una valutazione economica e gestionale tutt’altro che sentimentale.
Alla fine ha prevalso la realpolitik: la Garibaldi è stata ceduta a titolo gratuito all’Indonesia. Gratuita, sì. Ma soltanto se guardiamo al prezzo scritto sul contratto. Perché in politica estera quasi nulla è veramente gratuito.
Ed è proprio qui che la storia diventa più interessante.
L’Italia non sta semplicemente consegnando a Giacarta una vecchia nave d’acciaio. Sta utilizzando un bene ormai non più utile alle proprie esigenze operative come strumento di politica estera. Una sorta di carta da visita navale consegnata a una potenza regionale che conta sempre di più nell’Indo-Pacifico.
L’Indonesia non è un Paese qualsiasi. È il più grande Stato-arcipelago del mondo, una delle principali potenze demografiche ed economiche dell’Asia e un interlocutore strategico in un’area nella quale le rotte marittime, la sicurezza degli stretti e il controllo degli spazi oceanici assumono un peso crescente.
E l’Italia, che non dispone certo della massa geopolitica delle grandi potenze asiatiche o degli Stati Uniti, ha un modo molto concreto per costruire influenza: industria, tecnologia, cooperazione militare e capacità navale.
La Garibaldi entra esattamente in questo schema.
La sua cessione è infatti inserita in un percorso di rafforzamento della cooperazione militare tra Roma e Giacarta, avviato da tempo e — secondo quanto riportato nel dibattito parlamentare — accelerato da una Letter of Intent sulla cooperazione nella difesa marittima riconducibile all’autunno 2025. Su questo passaggio specifico le fonti pubbliche restano meno puntuali rispetto ai dati contabili sulla nave, e merita quindi di essere trattato come indicazione di cornice più che come dato definitivo. Resta il fatto che non si tratta di un fulmine caduto dal cielo, ma di un tassello di una relazione più ampia.
E qui arriva il dettaglio che rende il “regalo” molto meno disinteressato di quanto possa apparire.
L’Italia ha già venduto all’Indonesia due PPA, i Pattugliatori Polivalenti d’Altura di Fincantieri — le unità ribattezzate “Brawijaya” e “Prabu Siliwangi” —, per un valore complessivo stimato in circa 1,25 miliardi di dollari. Nei documenti parlamentari vengono inoltre indicati possibili ulteriori sviluppi industriali nei settori dei sommergibili e degli aeromobili per il pattugliamento marittimo.
La Garibaldi, dunque, può essere letta come una portaerei diplomatica prima ancora che come una portaerei militare.
Una nave che non serve più alla Marina italiana può ancora servire all’Italia per aprire porte. E, soprattutto, per mantenerle aperte.
Perché quando un Paese acquista una grande piattaforma navale non compra soltanto acciaio. Compra addestramento, manutenzione, ricambi, aggiornamenti, know-how, sistemi elettronici, formazione degli equipaggi e rapporti industriali di lungo periodo. È questo il terreno sul quale l’industria italiana può trasformare una cessione simbolica in una relazione economica strutturale.
Naturalmente bisogna evitare di raccontare la favola secondo cui la Garibaldi sarebbe stata regalata con la certezza di incassare domani miliardi di commesse. La documentazione ufficiale parla correttamente di potenziali ricadute industriali, non di contratti garantiti. Ed è una differenza sostanziale.
Ma la politica estera funziona spesso proprio così: si costruiscono relazioni prima che arrivino gli affari.
E l’Indonesia sembra averlo capito perfettamente. La sua stessa documentazione pubblica sottolinea il valore della nave non soltanto come piattaforma operativa, ma anche come occasione di trasferimento tecnologico e di crescita della propria industria della difesa.
C’è poi un’altra considerazione, meno evidente ma politicamente importante.
L’Italia sta cercando da tempo di accreditarsi come uno degli interlocutori europei più presenti nel Mediterraneo allargato e nell’Indo-Pacifico. Sono due teatri apparentemente lontanissimi, ma collegati dalle stesse rotte commerciali, dalle catene energetiche e logistiche e dalla sicurezza dei mari.
In questo scenario, rafforzare il rapporto con Giacarta significa anche parlare con un Paese che ha un peso crescente negli equilibri dell’ASEAN e che può diventare un interlocutore utile su commercio, sicurezza marittima, transizione energetica e stabilità regionale.
La Garibaldi, insomma, cambia mare ma non smette di fare politica.
Il 24 agosto, quando da Taranto la nave ha iniziato il viaggio verso l’Indonesia, la bandiera italiana era ancora sul pennone e il nome era ancora Giuseppe Garibaldi. La rotta corre via Suez, Gedda e Colombo, con una scorta italiana nel tratto del Mar Rosso. La destinazione non è Giacarta, come si potrebbe supporre, ma Teluk Ratai, nella provincia di Lampung, dove la Marina indonesiana ospita già un centro addestrativo dei Marines e dove i lavori di ampliamento del sistema di ormeggio erano, alla vigilia della partenza, in fase di completamento. L’arrivo è atteso per il 20 settembre; solo allora la nave passerà formalmente alla Marina indonesiana e assumerà il nome KRI Gajah Mada, dal celebre comandante e uomo politico dell’impero Majapahit.
È una trasformazione persino simbolica: una nave nata per rappresentare la proiezione marittima dell’Italia entrerà nella flotta di un Paese che sta costruendo la propria proiezione marittima nell’Indo-Pacifico.
E sarà interessante vedere che cosa ne farà Giacarta. L’ipotesi è quella di trasformarla in una piattaforma destinata anche a droni e sistemi senza pilota, oltre che a missioni di soccorso e supporto umanitario. In altre parole, la vecchia Garibaldi potrebbe avere una seconda vita tecnologicamente molto diversa da quella per cui era stata progettata.
Noi, intanto, perdiamo definitivamente la possibilità di trasformarla in un museo galleggiante.
Ed è forse questo il punto sul quale il dibattito italiano dovrebbe essere più serio. A Taranto la decisione non è passata senza voce contraria: la consigliera regionale del Movimento 5 Stelle Annagrazia Angolano ha espresso pubblicamente forte contrarietà alla scelta del governo, un segnale che il malumore locale attorno alla rinuncia al progetto museale non è solo nostalgia, ma anche critica politica esplicita a una decisione presa, nella percezione di parte del territorio, senza un confronto adeguato.
È ragionevole rinunciare a un pezzo importante della nostra memoria navale per evitare costi di mantenimento e demolizione? Probabilmente sì, se i numeri dicono che conservarla è economicamente insostenibile.
Ma è altrettanto ragionevole chiedersi se la cessione sia stata accompagnata da una vera strategia industriale e diplomatica capace di valorizzarne fino in fondo il significato.
Perché se la Garibaldi serve soltanto a liberare la Marina italiana di una nave vecchia, abbiamo fatto semplicemente un buon affare contabile.
Se invece la sua partenza da Taranto contribuisce a consolidare un rapporto strategico con Giacarta, ad aprire nuovi mercati all’industria italiana e a dare all’Italia una presenza più riconoscibile nell’Indo-Pacifico, allora quella vecchia nave avrà continuato a svolgere una missione nazionale anche dopo essere stata ammainata dal nostro pennone.
Questa è la vera scommessa.
Non quanto vale oggi la Garibaldi.
Ma quanto sapremo far valere domani il rapporto che la sua partenza ha contribuito a costruire.
E forse, a quel punto, il conto della spesa non sarà più soltanto quello della manutenzione che abbiamo evitato.
Sarà quello, molto più interessante, delle opportunità che saremo capaci di cogliere.
Del resto Garibaldi, nella sua storia, non è mai stato particolarmente bravo a stare fermo.
