L’eco del Sannio: come Sepino, la città romana «vissuta», continua a sfidare il tempo
Sepino
di Bruno Marfè
Ma sapevate che esiste una città romana ancora intatta dove la gente ci vive ancora dentro?
È con questa domanda, semplice e spiazzante, che l’amico grafico, ed ora anche divulgatore, Luigi Gallo apre una delle sue più recenti pillole video. Una domanda che dura pochi secondi ma che riesce a provocare un piccolo terremoto nelle nostre convinzioni. Perché ci costringe a rivedere un’immagine che ci accompagna fin dai tempi della scuola: quella dell’archeologia come un mondo separato dalla vita, fatto di scavi, reperti e rovine da osservare in silenzio oltre una recinzione.
Siamo abituati a pensare al passato attraverso luoghi straordinari come Pompei, i Fori o l’Arena di Verona. Monumenti che ci parlano di civiltà scomparse e che oggi osserviamo come testimonianze eccezionali di epoche concluse. Luoghi nei quali la vita originaria si è interrotta, lasciando spazio alla memoria.
Ma esiste un posto che racconta una storia diversa.
Un luogo nascosto tra le colline di una regione che una celebre e ironica leggenda popolare continua a definire «inesistente». Un luogo dove il passato non è stato semplicemente conservato o riportato alla luce dagli archeologi. È stato abitato.
Parliamo di Saepinum, nel cuore del Molise. Un sito unico nel panorama italiano e forse europeo, dove le pietre dell’antica Roma hanno continuato a essere parte della vita quotidiana per secoli. Non soltanto una città romana conservata, dunque, ma una città romana che ha continuato a svolgere la sua funzione più essenziale: essere vissuta.
Dal tratturo alla città imperiale
Prima ancora che romana, Sepino era sannita.
Il suo nome sembra derivare dal verbo latino saepire, cioè «recintare», richiamando la sua funzione originaria di luogo strategico lungo i percorsi della transumanza. Qui i pastori conducevano le greggi attraverso i grandi tratturi che collegavano l’Appennino alle pianure pugliesi, trasformando l’area in un importante crocevia economico e commerciale.
Con la conquista romana, quel nodo di passaggi e incontri si trasformò gradualmente in una vera città.
Durante l’età augustea (fine I secolo a.C. – inizio I secolo d.C.) Saepinum assunse il volto elegante e monumentale tipico dei centri più prosperi dell’Impero. Furono costruiti il foro, cuore della vita politica e commerciale, le terme, luoghi dedicati al benessere e alla socialità, una possente cinta muraria e quattro porte monumentali che ancora oggi accolgono il visitatore con una sorprendente integrità.
Ma il simbolo più affascinante della città rimane il teatro romano, una struttura capace di ospitare migliaia di spettatori e destinata, nei secoli successivi, a vivere una seconda e inattesa esistenza.
Il teatro che diventò un villaggio
Molte città romane, dopo il tramonto dell’Impero, vennero progressivamente abbandonate, distrutte o sepolte dal tempo.
A Sepino accadde qualcosa di diverso.
Le strutture dell’antica città non furono percepite come monumenti da preservare né come rovine da evitare. Furono considerate per ciò che apparivano agli occhi delle comunità locali: edifici solidi, utili, ancora capaci di offrire riparo e sostegno.
Tra il Medioevo e l’età moderna, la popolazione iniziò così a riutilizzare le architetture romane. La curvatura della cavea del teatro si rivelò una base ideale per la costruzione di abitazioni rurali, stalle e depositi. Le pietre degli antichi edifici entrarono a far parte della vita quotidiana, senza che vi fosse la piena consapevolezza del loro straordinario valore storico.
Nacque così un luogo quasi irreale: un villaggio contadino sviluppato all’interno di una città romana.
Passeggiare oggi tra le rovine di Saepinum significa assistere a un dialogo continuo tra epoche diverse. Da una parte gli archi, le mura e le strade lastricate dell’antichità; dall’altra le tracce della civiltà agricola che per secoli ha abitato quegli stessi spazi. Non una sovrapposizione violenta, ma una convivenza sorprendentemente armoniosa.
La bellezza della continuità
Se Pompei colpisce per la drammaticità dell’evento che ne ha fermato la vita, Sepino emoziona per la sua continuità.
Qui la storia non si presenta come una fotografia congelata nel tempo, ma come un racconto ininterrotto. Le pietre romane non sono soltanto testimonianze archeologiche: sono diventate muri, cortili, punti di riferimento per generazioni di uomini e donne che hanno continuato a vivere, lavorare e costruire il proprio futuro all’ombra del passato.
È forse questa la lezione più preziosa che arriva dal piccolo centro molisano. La storia non appartiene esclusivamente ai musei, alle teche illuminate o ai manuali scolastici. Può continuare a vivere nelle abitudini quotidiane, nei sentieri percorsi da secoli, nelle case nate sopra antiche fondamenta.
Negli ultimi decenni gli interventi di tutela promossi dalla Soprintendenza e le campagne di scavo condotte da università italiane hanno contribuito a valorizzare il sito senza cancellare la sua natura composita: archeologia e vita rurale convivono, segnando una continuità più rara di quanto spesso immaginiamo.
Il Molise, dunque, non solo esiste: resiste.
E tra le mura di Sepino custodisce un messaggio che attraversa i secoli. Il passato non è sempre qualcosa che abbiamo lasciato alle spalle. Talvolta continua a camminare accanto a noi, nascosto sotto i nostri passi, intrecciato alle nostre vite. Basta qualcuno che ce lo ricordi con una semplice domanda.
«Ma sapevate che esiste una città romana ancora intatta dove la gente ci vive ancora dentro?»
A volte, le storie più straordinarie iniziano proprio così.
– Dove: Sepino (Campobasso), Parco Archeologico di Saepinum.
– Quando: apertura stagionale; verificare orari sul sito ufficiale della Soprintendenza.
– Come arrivare: da Campobasso in auto ~30–40 minuti; stazione ferroviaria più vicina Bojano o Campobasso.
– Per approfondire: sito del Parco Archeologico di Saepinum, pubblicazioni della Soprintendenza regionale.
