VISIONE ONIRICA DEI CAMPI FLEGREI

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di Raffaele Bocchetti

A volte mi domando se gli abitanti di questo Paradiso si rendono conto della straordinaria fortuna che gli è toccata vivendo in una terra unica al mondo che racconta una storia plurimillenaria e gloriosa, riaffiorante ad ogni passo tra inestimabili testimonianze archeologiche ,in una incantevole cornice paesaggistica, originata dall’intreccio inscindibile tra natura, storia e mito.

Leggendo si conosce il passato e si immagina il futuro, come in un sogno fantastico.

Umberto Eco disse “Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria.

Chi legge avrà vissuto 50000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia; quando Leopardi ammirava l’infinito”.

Avevo da poco letto alcuni libri di Gianni Race e di Angelo Calabrese sulla storia geologica ed archeologica dei Campi Flegrei. Quelle letture furono certamente lo stimolo per un sogno karmico, che mi riportò a suggestive reminiscenze di una vita estesa nel tempo.

Lasciamo la psicanalisi a Jung e a Freud, e raccontiamo di questo sogno ambientato in epoca antica e, vi dico la verità, non mi sarebbe per niente dispiaciuto vivere in quell’epoca magari nelle vesti di Enea o di Achille.

Ero in groppa ad un cavallo alato e sorvolavo lentamente la zona flegrea ad ovest di Napoli.

Non si può neppure immaginare cosa sia osservare dall’alto il volto topografico della superficie fisica dei Campi Flegrei: un Paradiso conosciuto da studiosi e turisti di tutto il mondo ma spesso in maniera settoriale.

Mi trovai di fronte ad uno scrigno di tesori ognuno dei quali con una incredibile storia da narrare, una storia di avventurosi viaggi, di coraggiosi naviganti che, increduli, dovettero trovarsi di fronte ad uno scenario traboccante di meraviglie e di sconvolgenti fenomeni naturali quando giunsero in prossimità delle coste. Quanto è bella Nesis, ninfa ammaliatrice e spietata che mai corrispose all’amore del giovine dio Pausilypon.

E’ proprio sull’isoletta di Nisida che scorgo Marco Giunio Bruto disteso al sole sulla torre della sua residenza estiva di Porto Paone, assieme alla moglie Porzia a ordire l’assassinio di Cesare. Fa capolino dalla fitta vegetazione, che si rispecchia nelle acque cristalline del mare incontaminato, la villa di Lucullo impegnato a gustare con gli amici uno dei suoi sfarzosi pranzi.

Ulisse, vestito di pelle di capra, al varco della ciclopica grotta di Virgiliane memorie, si affaccia guardingo prima di entrarci.

Quanti misteri e pulsazioni emotive racchiude la collina di Posillipo con la grotta di Polifemo (grotta di Seiano).

Tante navi fenicie o greche che dal lontano orizzonte avvistano quelle inquietanti lingue di fuoco sprigionate dai tanti crateri vulcanici disseminati su tutto il territorio.

Le numerose sorgenti termominerali che, ancora oggi, zampillano col loro acre odore di zolfo, e la solfatara col suo paesaggio lunare non spaventano gli antichi e arditi navigatori che raggiungono le coste creando i primi insediamenti

Si, intravedo nitide le colorate navi triremi e quadriremi scivolare sul mare con a bordo gli esuli da Samo pronti a sbarcare sulle tufacee coste della caldera flegrea ove fonderanno Pozzuoli, chiamandola Dicearchia (la città dei giusti).

Ecco le belve affamate e l’eco dell’urlo corale della folla assassina tra le pietre di morte dell’Anfiteatro Flavio e i centurioni, con elmi e spade che assicurano il buon esito dello spettacolo. Si levano assordanti dalle fornitissime botteghe del “macellum” le voci dei venditori nel mezzo del mercato affollato del Tempio di Serapide. Spicca il rilievo del Rione Terra che si erge nella parte alta di Pozzuoli, primo nucleo abitativo fin dal II secolo a.C. che conserva tra le sue mura e nei suoi sotterranei tutta la storia della città, dai greci ai romani, fino ai giorni nostri.

Quanti volti, quante voci, quante gioie, quanti drammi, quante grida gioiose di bambini si rincorrono in quelle viuzze dalle case incastonate in un unico abbraccio associativo, forse per meglio difendersi dalle invasioni saracene.

Li vedo, li sento, partecipo emotivamente e condivido con loro quello spazio di vita ormai lontano.

Più ad ovest i resti del tempio di Nettuno con le tracce del frigidarium e del tepidarium di terme edificate nella prima metà del II secolo d.C.

Mi abbaglia la luce solare che si rifrange nello specchio d’acqua del lago d’Averno, racchiuso in quella conca vulcanica da 4000 anni, dove gli antichi posero l’ingresso agli inferi., avvolta nel verde intenso dei boschi e dei vigneti a terrazza, con il grandioso tempio di Apollo, è la località flegrea che meglio evoca Omero e Virgilio e il culto dell’oltretomba.

Intravedo la maga Circe mentre indica a Ulisse la strada degli inferi (il bosco sacro a Persefone, con pioppi e salici i cui frutti non giungono mai a maturazione) e ascolto la sua voce suggerire al mitico eroe dell’Odissea quale rito dovesse compiere per interrogare l’anima di Tiresia, l’indovino tebano. Si, la bella maga Circe dal corpo statuario, che attira gli uomini e dopo averli sedotti con le sue grazie , con succulenti pranzi e bevande avvelenate, li colpisce a bastonate e li trasforma in maiali.

Sorrido al pensiero di ciò che la fantastica mente di Omero volle simbolicamente rappresentare con la figura della maga Circe: il simbolo della lusinga sessuale femminile e della seduzione a cui i deboli soccombono diventando simili alle bestie. Un andirivieni di soldati si danno da fare nella struttura, oggi sommersa, del Pontus Julius, stazione della flotta di Miseno, a Miliscola, sede della scuola militare della Classis praetoria Misenensis che incuteva paura a mezzo Mediterraneo.

Il tempio di Giove e quello di Apollo e la piscina mirabile appaiono e scompaiono veloci dalla mia vista mentre il mio selvaggio Pegaso cambia repentinamente direzione. Velocissime, le triremi solcano il mare con a bordo gli abitanti della vicina Ischia (Pithekousai) che raggiungono il litorale flegreo per fondarvi Cuma, destinata a diffondere la cultura della Magna Grecia in Italia intorno all’VIII secolo a.C.

Resto turbato e un po’ impaurito quando intravedo l’antro della Sibilla per quell’atmosfera di mistero descritta da Virgilio nel VI libro dell’Eneide , indicato come sede della leggendaria sacerdotessa di Apollo. Non riesco a vedere la Sibilla, ma la immagino giovane donna di rara bellezza, che ottenne dall’innamoratissimo Apollo il dono dell’immortalità ma non quello di non invecchiare per cui col tempo il suo corpo si consumò e scomparve, mentre le restò la voce che rispondeva quando veniva consultata. Quello della Sibilla era un modo evasivo di rispondere, una interpretazione dubbia, sibillina. Un po’ come fanno oggi i nostri politici.

Sulle sponde del lago Fusaro il ricco Sergio Orata è impegnato a concludere la vendita di pesce pregiato e di ostriche dell’allevamento romano.

Dalla balconata della Casina Vanvitelliana si affaccia Ferdinando IV di Borbone in tenuta da caccia, pronto a spianare il fucile al primo passaggio di folaghe e anatre colorate. Sorvolando Baia e il suo parco archeologico, mi viene in mente l’esclamazione di Orazio: “ Nullus in orbe sinus Bais praelucet amoeniscon” (Nulla al mondo risplende più dell’ameno golfo di Baia). Ecco la nave di Enea che rapida solca le gonfie e minacciose onde al largo di Baia. Il trombettiere Miseno, eretto sul ponte, si esalta e dà fiato alla tromba nell’impari sfida con Tritone che, adirato, si vendica. Miseno vacilla all’assalto del mare e scompare tra i flutti rapito da un’onda. Enea angosciato ritrova il compagno morto e pone il suo sepolcro sulla spiaggia del promontorio che ancora oggi si chiama Miseno.

Ecco là, distesa sul mare, l’isola di Procida : c’è la nutrice di Enea che, dalla spiaggia della Chiaiolella, agita un fazzoletto bianco: è orgogliosa di aver dato nome a quell’isola e disposta a contrastare con ogni mezzo le tesi di alcuni storici che attribuiscono a quel nome origini diverse.

Tiro forte la criniera del cavallo: voglio scendere e godermi l’incanto di quel luogo nell’abbaglio della luce solare, nello spazio di un sogno che afferma il vero senso dell’esistenza, per ritrovare fonti di passioni primitive e l’ebbrezza di incantamenti attuali. Indispettito il cavallo mi disarciona lasciandomi cadere nel vuoto.

Immediato è stato il risveglio e in un baleno il pensiero ha ritrovato la vita di tutti i giorni col disappunto però di non aver riconosciuto, tra gli squarci di una storia antica, neppure un volto che potesse ricordarmi un mio antenato.


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