Dai pirati barbareschi al presente: quando Napoli, Washington e Stoccolma si allearono sul Mare Nostrum
Una storia di pirati, tributi e cooperazione che porta fino alle divisioni dell’Europa contemporanea
di Bruno Marfé
L’alleanza sul Mare Nostrum
«Quindi la storia della violenza islamica è antica».
È con questa riflessione che lo storico e giornalista Giorgio Dell’Arti riassume una delle pagine più curiose e meno note della storia moderna: l’alleanza navale e militare che, all’inizio dell’Ottocento, vide convergere gli interessi del Regno di Napoli e del Regno di Sicilia, degli Stati Uniti d’America e della Svezia.
Nel suo recente saggio «America nuda e cruda» (Garzanti), e nei suoi video di divulgazione, Dell’Arti rievoca la genesi della Prima guerra barbaresca (1801-1805), il conflitto che oppose gli Stati Uniti alla reggenza di Tripoli e che si inseriva nella più ampia e antica questione dei rapporti tra le potenze europee e gli Stati barbareschi del Nord Africa.
Per secoli le coste e le rotte del Mediterraneo erano state percorse dai corsari di Algeri, Tunisi e Tripoli. Mercantili venivano catturati, equipaggi fatti prigionieri e riscatti richiesti alle potenze europee. Il sistema non era soltanto militare: era anche diplomatico ed economico, fondato su tributi, negoziazioni, riscatti e concessioni commerciali.
Una realtà nella quale la distinzione tra guerra, pirateria, corsa autorizzata e diplomazia era assai meno netta di quanto la parola “pirati” lasci oggi immaginare.
La svolta di Thomas Jefferson e il ruolo di Napoli
Per molto tempo diversi Stati europei preferirono la soluzione pragmatica: pagare tributi ai governanti barbareschi per proteggere i propri mercantili. Quando Thomas Jefferson arrivò alla presidenza degli Stati Uniti nel 1801, però, Washington decise di cambiare approccio.
Gli Stati Uniti non intendevano più accettare il pagamento di un tributo come condizione per la libera navigazione e scelsero di affidare alla propria marina il compito di difendere direttamente le proprie navi e i propri interessi commerciali.
Ma i giovani Stati Uniti non erano soli.
Accanto agli americani operarono anche gli svedesi e, soprattutto, i napoletani di Ferdinando IV. E qui la storia assume per noi italiani un interesse particolare.
Napoli e la Sicilia non erano soltanto spettatori della contesa. La loro posizione geografica e la loro esperienza marittima li rendevano interlocutori preziosi. I porti del Mezzogiorno costituivano basi logistiche naturali per le operazioni nel Mediterraneo e il governo borbonico mise a disposizione degli americani uomini, mezzi e supporto.
Siracusa, in particolare, divenne un punto d’appoggio importante per la squadra americana. Furono messi a disposizione cannoniere, bombarde, armi, munizioni e uomini, mentre marinai siciliani entrarono negli equipaggi delle unità impiegate nel conflitto.
È un dettaglio che cambia la prospettiva abituale sulla Prima guerra barbaresca. Non siamo davanti soltanto alla storia di una giovane potenza americana che si affaccia sul Mediterraneo, ma anche alla storia di una collaborazione concreta tra Paesi lontani e profondamente diversi, uniti da un interesse comune: garantire la libertà della navigazione e proteggere i traffici marittimi.
Il futuro Regno delle Due Sicilie non esisteva ancora: si trattava allora del Regno di Napoli e del Regno di Sicilia, entrambi sotto Ferdinando IV. Ma già allora Napoli occupava quella posizione mediterranea che, in forme naturalmente molto diverse, avrebbe continuato ad avere un’importanza strategica nei secoli successivi.
Il precedente del 1785 e la questione religiosa
Dell’Arti richiama anche un episodio risalente al 1785.
Dopo il sequestro del mercantile americano Dolphin al largo di Algeri, Thomas Jefferson, allora diplomatico a Parigi, e John Adams affrontarono la questione con l’inviato di Tripoli, Sidi Agi Abderrahman. Alla domanda sul perché venissero aggredite nazioni che non avevano dichiarato guerra, la risposta venne ricondotta a una determinata interpretazione religiosa e al rapporto tra il mondo musulmano e le nazioni che non riconoscevano il Profeta.
La vicenda è ricordata anche attraverso la testimonianza del capitano americano Richard O’Brien, rimasto prigioniero per anni, al quale viene attribuita una risposta rimasta celebre: «Maometto è il loro profeta e i soldi sono il loro Dio».
È un passaggio che Dell’Arti utilizza per introdurre il tema della violenza giustificata attraverso una costruzione ideologica.
Ma proprio qui è necessario evitare semplificazioni. La storia barbaresca non può essere ridotta alla sola dimensione religiosa. Religione, sovranità, commercio, riscatti, schiavitù, tributi e interessi geopolitici si intrecciavano continuamente. La stessa politica delle potenze europee nei confronti degli Stati barbareschi era stata per lungo tempo pragmatica e oscillante.
La questione, dunque, non è stabilire quale fosse l’unica motivazione dietro quelle guerre, ma osservare come nel Mediterraneo dell’epoca la retorica religiosa potesse intrecciarsi con interessi molto concreti: denaro, controllo delle rotte, prigionieri, commercio e potere.
Dal Mediterraneo di allora alle rotte di oggi
A oltre due secoli di distanza, il Mediterraneo e i mari che lo collegano al resto del mondo continuano a ricordarci quanto la sicurezza della navigazione sia un problema che difficilmente può essere confinato entro i limiti di un singolo Stato.
Le rotte commerciali contemporanee attraversano aree nelle quali si sovrappongono conflitti, instabilità politica, interessi economici e minacce alla navigazione. Dal Mar Rosso al Golfo di Aden, dal Mediterraneo centrale al Nord Africa, la sicurezza marittima continua a dipendere dalla capacità di diversi Paesi di cooperare.
Naturalmente non siamo davanti a una nuova guerra barbaresca. Le condizioni storiche sono profondamente differenti e sarebbe sbagliato sovrapporre realtà lontane due secoli.
Esiste però un filo conduttore: alcune minacce non riconoscono i confini che gli Stati hanno tracciato sulle carte.
Ed è proprio questo che rende interessante il ruolo storico di Napoli. La sua posizione nel Mediterraneo non è soltanto un dato geografico. È una condizione strategica che, in epoche diverse, ha reso il Mezzogiorno un punto di passaggio, di collegamento e di proiezione verso il Mediterraneo meridionale e orientale.
Quello che accadde all’inizio dell’Ottocento dimostra inoltre che la cooperazione non richiede necessariamente una perfetta coincidenza politica o culturale. Stati molto diversi possono trovare un terreno comune quando riconoscono di avere un interesse concreto da difendere.
La lezione che arriva fino all’Europa di oggi
Forse è proprio qui che questa storia antica smette di essere soltanto una curiosità storica.
All’inizio dell’Ottocento, Stati lontanissimi per geografia, storia e interessi politici riuscirono a riconoscere un problema comune. Gli Stati Uniti di Jefferson, la Svezia e il Regno di Napoli e Sicilia non erano alleati naturali. Non appartenevano a una stessa comunità politica e non condividevano necessariamente gli stessi valori o gli stessi obiettivi. Eppure, davanti a una minaccia che metteva a rischio la libertà della navigazione e gli interessi commerciali, trovarono forme concrete di collaborazione.
Napoli mise a disposizione porti, uomini e mezzi. Gli americani misero in campo una marina ancora giovane ma determinata. Gli svedesi avevano già sperimentato direttamente il problema. Ognuno portò sul Mediterraneo ciò che poteva mettere a disposizione.
È difficile non pensare all’Europa di oggi.
Non perché il Mediterraneo contemporaneo sia semplicemente una nuova Barbary Coast e neppure perché le crisi attuali possano essere sovrapposte a quelle di due secoli fa. Sono realtà profondamente diverse. Ma esiste una domanda che attraversa entrambe le epoche: che cosa accade quando problemi che non conoscono confini vengono affrontati da Stati che continuano a ragionare soprattutto entro i propri confini?
Le recenti crisi internazionali hanno riportato questa domanda al centro del dibattito europeo. Sicurezza, energia, commercio, migrazioni, difesa delle rotte marittime e rapporti con il Mediterraneo allargato non sono più questioni che possano essere facilmente separate le une dalle altre. E, soprattutto, non si fermano davanti alle frontiere nazionali.
La crescente difficoltà dell’Unione europea nel trovare risposte condivise non è soltanto una questione istituzionale. È anche una questione che riguarda la capacità di riconoscere interessi comuni dentro una realtà nella quale ogni Paese continua naturalmente a difendere le proprie priorità.
La storia della Prima guerra barbaresca non offre una ricetta per il presente. Offre però un precedente curioso: duecento anni fa, prima ancora che esistesse l’idea di un’Europa politicamente integrata, Stati diversi riuscirono a cooperare perché avevano compreso che alcuni interessi erano più grandi delle loro differenze.
Forse è questa la parte della storia che vale la pena ricordare.
Non che gli Stati debbano smettere di difendere i propri interessi, ma che esistono momenti nei quali difenderli insieme può essere più efficace che difenderli separatamente.
Il Mediterraneo, del resto, continua a essere lì.
E continua a ricordarci che il mare non conosce i confini che gli uomini hanno disegnato sulle carte.
La domanda, semmai, è se gli uomini siano ancora capaci di ricordarsene.
