Da Montesquieu all’“infosfera”: chi orienta davvero il potere nella democrazia?
Dalla separazione dei poteri alla democrazia di prossimità: come cambia l’equilibrio istituzionale nell’epoca della comunicazione permanente
di Bruno Marfé
Un principio, molti equilibri
Rileggere i classici non significa tornare indietro. Significa, piuttosto, provare a misurare la distanza tra i principi sui quali abbiamo costruito le nostre democrazie e il modo in cui quei principi funzionano nella realtà quotidiana.
È questo, in fondo, lo spunto che arriva da una recente riflessione del giornalista e storico Giorgio Dell’Arti, che prende le mosse dalla celebre elaborazione di Montesquieu sulla separazione dei poteri per interrogarsi sulla complessità delle democrazie contemporanee.
Legislativo, esecutivo e giudiziario: una distinzione destinata a impedire che tutto il potere si concentri nelle stesse mani. Ma la storia delle democrazie moderne ci ha insegnato che la separazione non è mai una distanza assoluta. È, piuttosto, un sistema di equilibri, controlli, responsabilità e reciproche limitazioni.
Ed è proprio osservando questi equilibri che il confronto tra modelli diversi diventa interessante.
L’Italia e la separazione dei poteri
Nel sistema italiano Parlamento e Governo non sono corpi completamente separati. Il Governo nasce attraverso una procedura nella quale il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio e, su proposta di quest’ultimo, i ministri; soprattutto, il Governo deve ottenere e mantenere la fiducia delle Camere.
Il fatto che un parlamentare possa diventare ministro, dunque, non rappresenta di per sé una violazione della separazione dei poteri. È una caratteristica del nostro sistema parlamentare, nel quale esecutivo e maggioranza parlamentare sono strutturalmente collegati.
La questione interessante è un’altra: quanto riescono realmente a funzionare i meccanismi di controllo e di equilibrio quando i poteri istituzionali sono inevitabilmente attraversati dalla politica, dai rapporti di forza e dal consenso elettorale?
È una domanda che vale a Roma come nei territori. Perché anche nei comuni il rapporto tra maggioranza, opposizione, giunta, consiglio e apparato amministrativo non può essere letto soltanto attraverso una rigida geometria dei poteri. Occorre guardare ai meccanismi concreti attraverso i quali vengono assunte le decisioni e, soprattutto, a quelli attraverso i quali vengono controllate e raccontate.
Il potere che non sta scritto nella Costituzione
A complicare ulteriormente il quadro c’è un elemento che ai tempi di Montesquieu semplicemente non esisteva nella forma che conosciamo oggi: un ambiente informativo permanente.
Per molto tempo abbiamo parlato di stampa come di un quarto potere. Oggi quella definizione rischia di essere insufficiente. Accanto ai giornali, alle televisioni e alle agenzie di stampa esistono piattaforme digitali, social network, algoritmi e una moltitudine di cittadini che producono, commentano e rilanciano contenuti.
Non esiste più soltanto chi informa e chi viene informato. Esiste un circuito continuo nel quale una notizia può diventare commento, il commento può trasformarsi in percezione collettiva e la percezione può finire per condizionare l’agenda politica.
È quella che possiamo chiamare, con un’espressione ormai entrata nel dibattito contemporaneo, “infosfera”: un ambiente nel quale la comunicazione non arriva dopo la politica, per raccontarla, ma spesso la accompagna, la condiziona e talvolta contribuisce a determinarne le priorità.
Un esempio aiuta a rendere concreto il meccanismo: una delibera comunale può restare pressoché ignorata per settimane sulla stampa locale, e poi diventare improvvisamente centrale perché un singolo video o post genera migliaia di condivisioni. A quel punto l’amministrazione non risponde più soltanto ai fatti, ma alla loro versione virale — spesso parziale o distorta. È la dimostrazione più diretta di come l’infosfera non si limiti a raccontare la politica, ma arrivi a condizionarne l’agenda.
Qui il problema non riguarda soltanto la quantità delle informazioni. Riguarda la loro qualità, la velocità con cui circolano e la difficoltà crescente di distinguere un fatto verificato da una ricostruzione, un’opinione da un’informazione, una notizia da una semplice percezione.
Il paradosso americano
Il confronto con gli Stati Uniti rende ancora più evidente la complessità del problema.
Il sistema costituzionale americano prevede una separazione più netta tra Congresso ed esecutivo: un membro del Congresso non può contemporaneamente ricoprire un incarico civile federale incompatibile con il mandato parlamentare. Un parlamentare che entra nell’esecutivo deve quindi lasciare il Congresso.
È un modello più rigido, sulla carta, di quello italiano. Eppure proprio questa maggiore rigidità formale mostra il limite delle sole regole istituzionali: l’esperienza americana, compresa quella dell’era Trump, dimostra che una separazione dei poteri più netta non impedisce da sola la polarizzazione, né la messa sotto pressione degli equilibri istituzionali attraverso i canali informali della comunicazione politica — comizi, social, mezzi diretti — che aggirano, di fatto, gli stessi meccanismi di controllo che le regole intendevano garantire.
Le procedure sono indispensabili. Ma da sole non bastano.
La democrazia vista da vicino
È qui che la riflessione torna al territorio.
In un comune la democrazia non si manifesta soltanto nelle sedute del consiglio comunale, nelle deliberazioni della giunta o nelle decisioni degli uffici. Si manifesta anche nel modo in cui quelle decisioni vengono comprese, discusse e raccontate.
Un provvedimento amministrativo può essere tecnicamente corretto e tuttavia essere percepito in maniera completamente diversa dall’opinione pubblica. Un problema reale può essere ignorato perché non entra nel circuito della comunicazione. Una questione marginale può invece diventare centrale perché un post, un video o una sequenza di commenti la porta rapidamente al centro dell’attenzione.
È qui che la democrazia di prossimità incontra l’infosfera.
Nei territori il confine tra informazione, comunicazione politica e percezione collettiva può diventare particolarmente sottile. E proprio per questo l’informazione locale ha una responsabilità che non può essere liquidata con la semplice pubblicazione di ciò che accade.
Raccontare un territorio significa verificare, contestualizzare, distinguere i fatti dalle opinioni, dare spazio alle diverse posizioni e, quando necessario, fare domande scomode. Significa anche evitare che la velocità della comunicazione finisca per sostituire la lentezza necessaria alla comprensione.
Un equilibrio da sorvegliare
La lezione che possiamo trarre da Montesquieu, dalla riflessione di Dell’Arti e dalla trasformazione dell’ambiente informativo contemporaneo non è che la democrazia sia diventata un labirinto senza uscita, ma che quel labirinto è diventato più grande: ai poteri istituzionali si sono aggiunti nuovi centri di influenza, e alla rappresentanza si è affiancata una partecipazione immediata, spesso rumorosa e non sempre informata.
Per questo la democrazia non può essere affidata soltanto alle sue regole formali. Ha bisogno di istituzioni trasparenti, di cittadini consapevoli e di un’informazione capace di distinguere ciò che è accaduto da ciò che viene semplicemente raccontato come accaduto — non per stabilire chi abbia sempre ragione, ma per capire chi decide, con quali regole, con quali controlli e attraverso quali informazioni i cittadini formano il proprio giudizio.
