Il bosco da cui forse veniamo: la storia delle nostre radici oltre i confini
Da un cognome, un bosco nelle Ardenne a una riflessione sulle origini, la genetica, la cittadinanza e le migrazioni: un viaggio tra memoria familiare e storia collettiva
Basta a volte uno smartphone, una mappa digitale e un po’ di curiosità per partire. Zoom su un incrocio di strade francesi, nelle Ardenne, e compare un’etichetta: «Champ de bataille de la Marfée (6 juillet 1641)». Il mio cognome, Marfé, ha con quel nome un’assonanza troppo forte per lasciarmi indifferente.
Non ho prove che la mia famiglia, radicata da tempo in Campania, discenda da lì. Potrebbe essere una coincidenza, perché i cognomi sono bizzarri e le somiglianze ingannano. Ma è affascinante pensare che le origini della mia “stirpe” possano essere nate oltralpe tra questi alberi secolari del Bois de la Marfée! Un tronco, un’ombra, un villaggio di cui resta un nome sulla carta, e poi, chissà come, una lunga strada fino al Sud Italia.
Il luogo, del resto, non è affatto silenzioso. Il 6 luglio 1641, nel pieno di una guerra che incendiava l’Europa, un esercito del re di Francia fu sconfitto proprio lì da forze imperiali e spagnole, sostenute da nobili francesi ribelli al cardinale Richelieu. Tra gli schieramenti c’erano mercenari valloni, e il capo dei ribelli, il conte di Soissons, cadde nel momento stesso della vittoria. In un solo pomeriggio si incrociarono francesi contro francesi, spagnoli, imperiali, valloni. Napoli, in quegli anni, era governata dalla corona spagnola, e le vie delle armi e dei commerci portavano uomini e nomi molto lontano da casa.
Questo piccolo mistero di famiglia è la metafora di una condizione condivisa: nessuna identità nasce chiusa in sé stessa. Il Mezzogiorno è un palinsesto di arrivi, con greci, romani, arabi, normanni, svevi, angioini, aragonesi, spagnoli, borbonici e comunità come gli albanesi d’Italia, che da secoli custodiscono lingua e riti. Basta ascoltare un dialetto per sentirne le stratificazioni, e basta leggere un elenco telefonico per trovare tracce di provenienze che nessuno ricorda più.
La genetica sembra andare nella stessa direzione. Due esseri umani qualsiasi condividono, a quanto si stima, circa il 99,9% del DNA, e la parte più consistente della variabilità si troverebbe all’interno delle singole popolazioni, non tra l’una e l’altra. Gli studi sul genoma degli italiani, secondo quanto ricordo, suggeriscono nel Sud tracce di ascendenze mediterranee e orientali, coerenti con ciò che la storia lascia intuire. Sono risultati da leggere con prudenza, come ogni genetica di popolazione, ma è per questo che l’idea di “razze” pure non trova più sostegno nella scienza. E sappiamo bene, in Italia, dove porti la pretesa contraria: il Manifesto della razza è del 1938, e le leggi razziali seguirono poco dopo.
Il pensiero opposto va però trattato con rispetto. Chi difende le proprie radici non è un ingenuo o un nemico. Dialetti, riti, paesaggi, sapori hanno richiesto secoli per sedimentarsi, e il timore di perderli è comprensibile. Rispettare questa stratificazione è un dovere culturale, perché l’identità locale esiste ed è un patrimonio che merita cura.
C’è però una distinzione da fare con onestà. La storia smonta l’argomento della purezza, ma da sola non risolve il dibattito su come governare le migrazioni di oggi, che chiede dati, servizi e scelte politiche. Dire che i popoli si sono sempre mescolati non basta a rispondere a ogni problema concreto. Basta però a togliere un’arma a chi usa le origini come un muro: nessuno può vantare un diritto di appartenenza fondato sulla purezza, perché la purezza non c’è mai stata.
Sul piano civile, tutto questo ci riguarda da vicino. Nel nostro ordinamento la discendenza pesa ancora molto nel decidere chi è cittadino, tanto che gli italiani iscritti all’anagrafe dei residenti all’estero sarebbero, secondo le stime più recenti, oltre sei milioni. La genealogia è dunque anche uno strumento giuridico, oltre che un affetto di famiglia. Intanto, secondo i dati scolastici degli ultimi anni, sui banchi ci sarebbero oltre ottocentomila alunni senza cittadinanza italiana, e la maggior parte di loro sarebbe nata qui. Gli stranieri residenti, nel complesso, sarebbero intorno ai cinque milioni, circa un abitante su undici. Questi bambini, di norma, devono attendere la maggiore età per chiedere ciò che a un discendente di emigrati di molte generazioni fa può spettare per via del sangue. A Castel Volturno, dove da decenni vivono comunità di origini diverse, questa distanza si vede ogni giorno, sulla stessa costa dove vivono da secoli le famiglie locali.
Ritrovare le proprie origini serve proprio a questo: a guarirci dall’illusione della staticità. Le radici non sono piantate per isolarci nel terreno, ma per intrecciarsi con altre e nutrirsi di ciò che arriva da lontano. Nel bosco di Sedan, oggi, non c’è nessuno a chiedere il certificato di provenienza a chi lo attraversa. E se un giorno ci andassi davvero, per toccare quelle cortecce, mi piacerebbe pensare che anche da lì, in un modo che non so ancora ricostruire, il viaggio sia cominciato.
