Lo “scippo” del Banco di Napoli: una ferita aperta per il Sud
di Bruno Marfé
A oltre venticinque anni dalla privatizzazione, la vicenda del Banco di Napoli resta una delle pagine più amare della storia recente del Mezzogiorno. Non fu solo una questione finanziaria, ma un passaggio che ha lasciato ferite economiche, sociali e umane ancora aperte.
La cronaca di una svendita annunciata
Negli anni ’90 il Banco di Napoli, uno degli istituti più antichi e prestigiosi d’Italia, si trovò in una grave crisi patrimoniale. Il Ministero del Tesoro, guidato da Carlo Azeglio Ciampi, decise un salvataggio che passò dalla creazione di una “bad bank”: la SGA – Società per la Gestione delle Attività. I crediti inesigibili furono scorporati, e nel 1997 l’istituto “ripulito” venne ceduto a una cordata guidata da BNL per soli 61,4 miliardi di lire.
Tre anni più tardi, la stessa BNL rivendette la sua quota al Sanpaolo-IMI (oggi Intesa Sanpaolo) per 3.600 miliardi di lire, sessanta volte in più. Una forbice che certifica la sensazione diffusa di un’operazione condotta a svantaggio del Mezzogiorno, privato della sua banca di riferimento a un prezzo che non rispecchiava il suo valore reale.
Il dramma umano: carriere spezzate e competenze disperse
Se l’aspetto economico della vicenda appare evidente, meno raccontato è il danno umano. Con l’ingresso dei nuovi vertici, molti bancari meridionali si trovarono progressivamente emarginati. Dirigenti e quadri con decenni di esperienza vennero relegati a ruoli marginali, privati delle responsabilità che avevano sempre esercitato con competenza. Altri furono spinti ad accettare pensionamenti anticipati, spesso presentati come l’unica alternativa possibile.
Il risultato fu una dispersione di professionalità e conoscenze che andava ben oltre i destini individuali: a venir meno fu una classe dirigente bancaria radicata nel territorio, con la sua capacità di interpretarne i bisogni e di sostenerne lo sviluppo. Una perdita che ha inciso profondamente sull’intero tessuto sociale ed economico del Sud.
La battaglia della Fondazione Banco di Napoli
La Fondazione Banco di Napoli, ex azionista di maggioranza, non ha mai smesso di rivendicare le proprie ragioni. Al centro della disputa c’è il ruolo della SGA: nata per recuperare i crediti inesigibili, ha invece riportato nelle casse dello Stato risultati ben superiori alle attese. Risorse che, secondo lo statuto, sarebbero dovute ritornare agli ex azionisti e dunque al territorio.
Il Tribunale di Napoli ha respinto la richiesta di risarcimento, ma la Fondazione ha già presentato appello. Un eventuale riconoscimento potrebbe valere centinaia di milioni di euro, destinati – per norma statutaria – a progetti culturali, sociali ed economici per lo sviluppo del Mezzogiorno. Sarebbe un risarcimento non solo economico, ma storico.
L’appello al Sud e alla stampa
“Il Confronto” ha più volte richiamato la necessità di non lasciare cadere questa battaglia nell’oblio. Ora la sfida è coinvolgere l’opinione pubblica e i principali quotidiani del Sud, a cominciare da Il Mattino. Perché questa non è una vicenda del passato, ma un nodo irrisolto che riguarda il futuro della nostra terra.
Sostenere la Fondazione significa difendere il diritto del Mezzogiorno a non essere trattato come una periferia da sfruttare, ma come parte integrante del Paese, capace di produrre ricchezza e valore.
Una ferita ancora aperta
Il Banco di Napoli non era solo un istituto di credito: era un simbolo di fiducia e appartenenza per intere generazioni. La sua svendita rappresenta ancora oggi una ferita aperta, un conto che la storia non ha ancora chiuso.
Difendere la battaglia della Fondazione significa chiedere giustizia, economica e morale. È una questione di dignità collettiva. La storia ci chiede il conto: sta a noi, questa volta, non abbassare lo sguardo.
