Dove si trova il confine del genocidio?
di Bruno Marfé
Le conseguenze dei tagli agli aiuti USAID voluti da Trump e il parallelo con Gaza
Recentemente, un articolo del New York Times firmato da Nicholas Kristof ha riacceso un dibattito fondamentale: quali sono gli effetti tangibili delle politiche di riduzione degli aiuti internazionali adottate dall’amministrazione Trump? La sua inchiesta, condotta in Uganda, narra storie drammatiche — bambini che muoiono di malaria per la mancanza di medicinali, madri che non riescono più a trovare contraccettivi, ospedali privi di sangue e vaccini.
Verifiche delle affermazioni principali
Secondo uno studio pubblicato su The Lancet nel 2024 (“Evaluating the impact of two decades of USAID interventions and projecting the effects of defunding on mortality up to 2030”), l’interruzione dei programmi di cooperazione sanitaria americana potrebbe causare oltre 14 milioni di morti in eccesso entro il 2030, di cui circa 4,5 milioni di bambini sotto i cinque anni. In altre parole: migliaia di vite spezzate ogni giorno non a causa di guerre o bombardamenti, ma per decisioni burocratiche prese a Washington.
Non tutte le cifre presentate da Kristof sono verificabili con la stessa precisione. Alcune — come la stima di “690.000 bambini morti nel 2025” — non appaiono nei report ufficiali, che si limitano a proiezioni cumulative fino al 2030. Altre, come i “20.000 operatori sanitari licenziati in Uganda” o il “raddoppio della mortalità infantile nei campi profughi”, risultano difficili da confermare con dati solidi. Tuttavia, il fulcro della questione rimane invariato: i tagli hanno già portato alla chiusura o sospensione dell’83-86% dei programmi USAID, con effetti devastanti sui sistemi sanitari locali.
Il confronto con Gaza
Qui emerge un aspetto politico e morale. In questi stessi mesi, l’opinione pubblica internazionale si è giustamente mobilitata per la tragedia palestinese. Secondo fonti ONU, nel solo primo anno di conflitto a Gaza, i morti civili ammontano a decine di migliaia, con un’alta percentuale di bambini. Le immagini dei bombardamenti hanno reso visibile, quasi in tempo reale, l’orrore di quel conflitto.
Ma la domanda che sorge è: dove si trova realmente il genocidio? È solo quello che vediamo in diretta TV, con edifici distrutti e corpi sotto le macerie? O è anche quello silenzioso, lontano dai riflettori, che si consuma in villaggi africani dove un bambino muore di malaria perché il programma americano che forniva zanzariere e farmaci è stato smantellato?
Le madri ugandesi incontrate da Kristof non parlano di statistiche, ma di vite: “Per voi è solo un numero”, dice una donna che ha perso la figlia di otto anni, “ma se guardaste mia figlia come guardate i vostri figli, come vi sentireste?”.
Il paradosso è che mentre i tagli vengono giustificati in nome del risparmio, un memorandum del Dipartimento di Stato americano (giugno 2024) stima che la dismissione di USAID costerà ai contribuenti 6,4 miliardi di dollari in due anni, denaro destinato non a salvare vite, ma a gestire cause legali e liquidazioni. Questa è la prova di una scelta miope e crudele: spendere di più per distruggere piuttosto che per costruire.
In questo contesto, il confronto con Gaza diventa inevitabile. Da una parte, la violenza immediata, con le sue vittime documentate e denunciabili davanti alla Corte Penale Internazionale. Dall’altra, una violenza indiretta, ma altrettanto mortale, che si traduce in milioni di bambini privati di un futuro. Forse il genocidio non ha un solo volto: può manifestarsi nei bombardamenti, ma anche nelle malattie e nella fame causate da decisioni politiche lontane.
In un mondo in cui ogni giorno si contano i morti palestinesi, siriani, ucraini e africani, la vera domanda non è solo “chi sta commettendo un genocidio?”, ma “quali vite abbiamo scelto di non vedere?”.
Nota sull’autore
Nicholas Kristof è opinionista del New York Times, dove scrive da oltre trent’anni di diritti umani, crisi umanitarie e salute globale. Ha ricevuto due premi Pulitzer (1990 e 2006) per i suoi reportage internazionali e per le sue cronache sull’Africa e sul Darfur. È autore di diversi libri e si è distinto per l’impegno nel portare all’attenzione del pubblico occidentale tragedie spesso dimenticate.
immagine dal web
