Castel Volturno e il CPR: l’equivoco semantico che paralizza il dibattito sull’immigrazione
Tra il pragmatismo critico di Guarino e l’appello della Diocesi, emerge un errore di fondo comune: confondere inclusione e integrazione. Due processi distinti per natura, tempo e scala
di Bruno Marfè
Il dibattito sulla possibile apertura di un Centro di Permanenza per il Rimpatrio a Castel Volturno offre un caso di studio paradigmatico su come il lessico politico possa deformare, anziché illuminare, la realtà di un fenomeno sociale complesso. Le posizioni in campo – quella critica di Gianluigi Guarino e quella pastorale della Diocesi di Caserta – pur radicalmente divergenti negli esiti pratici, condividono un medesimo equivoco semantico di fondo: l’uso indiscriminato della categoria di “integrazione” come se fosse sinonimo di convivenza ordinata, di pacificazione sociale, di risposta immediata alle tensioni del territorio.
Tale confusione non è innocua. Produce narrazioni pubbliche inutilizzabili – tanto l’utopia ecclesiastica quanto la critica demolitoria – e, soprattutto, impedisce di individuare gli strumenti politici adeguati all’effettiva scala temporale del fenomeno migratorio.
Le posizioni in campo
Guarino, dalle colonne di CasertaCE, muove una critica di natura prevalentemente logistica e politica: il CPR rappresenterebbe un ulteriore peso su un territorio già strutturalmente fragile, e dietro la retorica del “buonismo” diocesano si intravedrebbero interessi speculativi – il caso MACRICO viene evocato come precedente sintomatico. La sua è una posizione di pragmatismo critico che, al netto di alcune semplificazioni, pone domande legittime sulla sostenibilità e sulla strumentalizzazione del dibattito.
La Diocesi di Caserta, per voce di Monsignor Lagnese, richiama invece i valori della dignità umana e dell’accoglienza come imperativo etico. È una posizione coerente con la tradizione della dottrina sociale della Chiesa, ma che rischia di scivolare in una dimensione puramente normativa, incapace di confrontarsi con la dimensione quantitativa e gestionale del fenomeno: decine di migliaia di persone in condizione di irregolarità giuridica non si governano con gli appelli alla fraternità.
Il Governo, infine, propone il CPR come dispositivo di contenimento – una risposta “muscolare” che, tuttavia, non affronta le cause strutturali della permanenza irregolare e rischia di aggravare la già pesante stigmatizzazione del territorio.
L’equivoco categoriale: integrazione versus inclusione
L’errore condiviso da queste posizioni è riconducibile alla mancata distinzione tra due processi ontologicamente diversi: l’inclusione e l’integrazione.
L’inclusione è un processo tecnico-civile: definizione di regole certe, accesso garantito ai servizi essenziali, pretesa universale del rispetto della legalità, riconoscimento della dignità abitativa e lavorativa. È un processo politicamente governabile nel medio periodo, misurabile, valutabile. Appartiene alla sfera del diritto e dell’amministrazione pubblica.
L’integrazione, al contrario, è un processo antropologico di lunghissima durata: è la formazione di una nuova cultura comune a partire da radici diverse. Non è governabile nel senso tecnico del termine, non è producibile per decreto né finanziabile con un progetto pluriennale. È il risultato sedimentato di generazioni.
La variabile temporale: il caso brasiliano come termine di paragone
Il riferimento comparativo più utile per comprendere la scala temporale dell’integrazione è il caso brasiliano. Il Brasile viene spesso invocato come esempio riuscito di fusione etnica e culturale tra popoli di origine diversissima. È un’osservazione corretta, ma che richiede una precisazione fondamentale: quel processo ha richiesto cinque secoli.
Cinquecento anni di coabitazione forzata, sincretismo culturale e religioso, mescolanza demografica hanno prodotto quella che oggi riconosciamo come identità brasiliana. Un processo tutt’altro che privo di violenza e sofferenza, ma storicamente documentato nella sua lunghezza e nella sua complessità.
L’Italia è, rispetto a quella traiettoria, all’anno zero. Le comunità che oggi abitano Castel Volturno – e più in generale i territori di forte insediamento migratorio – mantengono pienamente e legittimamente le proprie identità culturali, le proprie tradizioni, le proprie strutture di senso. Non è realistico né eticamente corretto attendersi, né tantomeno imporre, una fusione culturale in tempi politici. L’integrazione, nella sua accezione propria, è un orizzonte intergenerazionale, non una soluzione amministrativa.
Verso un lessico politico più preciso
La conseguenza pratica di questa distinzione è immediata: il dibattito pubblico su Castel Volturno – e più in generale sulla gestione dei flussi migratori in Italia – dovrebbe smettere di usare la parola “integrazione” come categoria operativa del presente. Essa appartiene al futuro profondo delle società che stiamo costruendo.
L’obiettivo perseguibile oggi è l’inclusione ordinata: una convivenza regolata, in cui l’identità di ciascun gruppo sia rispettata all’interno di una cornice condivisa di diritti e doveri. Non la fusione tra popoli, ma la costruzione di uno spazio civico comune. Non il melting pot, ma il rispetto reciproco mediato dalle istituzioni.
Castel Volturno non ha bisogno di miracoli antropologici. Ha bisogno di uno Stato presente, di servizi funzionanti, di legalità applicata con equità. Ha bisogno, in sintesi, di inclusione – non di integrazione. Quella verrà, se tutto il resto funzionerà. Ma non oggi, e non per decreto.
