Non chiamatela miniera: la guarigione della terra passa per i nostri scarti
cave di Buddusò
Il progetto LIFE REGS II trasforma le discariche di granito in una risorsa strategica per le terre rare, aprendo un nuovo modello di bonifica attiva e circular mining che ribalta la logica dell’estrazione tradizionale
di Bruno Marfé
Certe notizie, se lette in fretta, sembrano semplici aggiornamenti di cronaca industriale. Poi ti fermi. Torni indietro. Rileggi.
Ed è proprio questo che accade davanti alla vicenda di Buddusò, in provincia di Sassari: non una nuova miniera, non l’ennesima corsa all’estrazione, ma qualcosa di più radicale. Quasi un cambio di paradigma.
Per decenni abbiamo abitato un’idea lineare e brutale di sviluppo: scavare, consumare, abbandonare. Un modello che ha lasciato dietro di sé non solo vuoti nella terra, ma montagne di scarti. Quegli stessi scarti che oggi, paradossalmente, tornano al centro della scena. Non più come problema.
Come soluzione.
La bonifica che genera valore
Il punto non è aprire nuovi fronti estrattivi. Il punto è fare i conti con quelli vecchi.
Nelle cave di granito di Buddusò, decenni di attività estrattiva hanno accumulato quantità enormi di residui di lavorazione del blocchetto e del lastricato. Sono stati considerati, per molto tempo, un semplice peso sul paesaggio: scarti da gestire, da nascondere, da bonificare come se fossero un errore da cancellare.
Poi, nel 2022, qualcosa è cambiato.
L’Università di Ferrara, nell’ambito del progetto europeo LIFE REGS II – Recycling of Granite Scraps II, ha scoperto che quei materiali, giudicati irrilevanti, contengono fino al 15% di allanite, un minerale magmatico ricco di terre rare: lantanio, cerio, praseodimio, samario, neodimio. Oltre all’allanite, i graniti di Buddusò si distinguono per percentuali significative di ferro, tantalio e niobio, e per concentrazioni utili di germanio e gallio – elementi chiave per la produzione di pannelli solari e componenti elettronici avanzati.
Questo progetto, finanziato con fondi europei LIFE e dal programma nazionale PON REACT‑EU, vede al fianco dell’Università di Ferrara il CNR‑IGAG, l’Università di Catania, la Regione Sardegna, il Comune di Buddusò e due aziende del distretto lapideo locale. La responsabile scientifica, la professoressa Carmela Vaccaro, ha spiegato che le discariche del distretto di Buddusò e della Gallura potrebbero consentire all’Italia e all’Europa di superare parte delle difficoltà di approvvigionamento dei metalli critici necessari per la transizione ecologica e digitale.
Tradotto: nessuna nuova ferita nel territorio, nessuna dinamite, nessun consumo ulteriore di suolo.
Estrarre dagli scarti, in questo contesto, non è più un atto industriale classico, ma un atto di bonifica. È la riduzione concreta di quello che potremmo chiamare un debito ambientale accumulato in silenzio per generazioni.
Da Bagnoli a Buddusò: tra rinvio e responsabilità

Per misurare la portata di questo passaggio, bisogna spostarsi idealmente di qualche centinaio di chilometri, lungo il litorale di Bagnoli.
Lì, la storia è diversa. O forse è la stessa storia, raccontata però fino a un certo punto e poi abbandonata. Lì c’è la colmata a mare, i residui dell’ex Ilva, l’acciaieria dismessa da decenni: per anni abbiamo accumulato materia industriale sperando che il tempo la rendesse invisibile o, almeno, sopportabile.
Abbiamo chiamato bonifica ciò che spesso era soltanto un rinvio travestito da progetto. Il risultato? Una delle più lunghe e paralizzanti vicende ambientali del paese, con cantieri aperti e richiusi, fondi bloccati, competenze in conflitto e il territorio che resta spettatore di una disputa che non riesce mai a concludersi.
Buddusò suggerisce un’altra strada. Più scomoda, ma più onesta:
non occultare il problema, ma entrarci dentro. Analizzarlo. Separarlo. Trasformarlo.
La professoressa Vaccaro, interrogata sull’aspetto ambientale del progetto, ha risposto che più che un problema, quella è un’opportunità. E non è solo retorica: il progetto prevede anche soluzioni di valorizzazione paesaggistica delle aree di discarica, affidate al Dipartimento di Architettura di Ferrara. Il territorio non viene semplicemente svuotato e coperto; viene restituito in una forma più leggibile, più stabile, più abitabile.
Perché, come scrive l’articolo da cui prendiamo le mosse, il rifiuto non è altro che una materia di cui non abbiamo ancora compreso il linguaggio.
Il circular mining: chiudere il ciclo, non riaprirlo
Qui sta il punto politico, prima ancora che tecnologico.
Quello che il caso di Buddusò mette in scena non è una semplice innovazione di processo. È un’inversione di logica. Non si apre un nuovo ciclo produttivo: si chiude quello precedente. Si lavora su materiale già in superficie, già estratto, già accumulato. Si riducono le emissioni legate al trasporto globale delle materie prime. Si restituisce al paesaggio una forma più stabile e più abitabile.
E soprattutto: si rompe l’alibi storico dello sviluppo. Quello secondo cui crescere significava inevitabilmente consumare altro territorio, scavarne nuove porzioni, ferirne nuove superfici.
L’Europa importa il 98% delle sue terre rare dalla Cina. La Banca Mondiale stima che, per alimentare la transizione energetica entro il 2050, saranno necessari oltre 3 miliardi di tonnellate di minerali e metalli. Di fronte a numeri così imponenti, la domanda non è più se saremo capaci di trovare risorse. La domanda è: dove andremo a cercarle, e con quali criteri.
Il circular mining – l’estrazione dalle discariche e dagli scarti industriali già esistenti – è la risposta che Buddusò comincia a dare. Non è l’unica risposta possibile, ma è una delle poche che non produce automaticamente nuove domande ambientali. È una forma di estrazione che, se gestita con rigore, si auto‑legittima come bonifica integrata.
Per il Confronto, che da sempre si interroga sul rapporto tra tecnica, potere e giustizia sociale, Buddusò rappresenta un terreno di confronto cruciale: come pensare la transizione ecologica senzariprodurre antiche logiche di consumo, ma senza rinunciare allo sviluppo? Il progetto di Buddusò mostra che è possibile, almeno in parte, conciliare ricerca indipendente, responsabilità ambientale e riconversione industriale, purché ci sia volontà politica e continuità del progetto.
Smettere di ferire, iniziare a rispondere
La vera notizia non è che stiamo diventando più ricchi.
È che stiamo smettendo di essere poveri di soluzioni.
Il caso di Buddusò dimostra che la transizione energetica può passare anche da qui: non da nuove estrazioni, ma dalla capacità di rileggere ciò che abbiamo già prodotto e abbandonato. Ma questa lettura non avviene da sola. Richiede ricerca, richiede finanziamento pubblico, richiede volontà politica di sostenere progetti che non producono profitti immediati ma costruiscono un’infrastruttura di senso per il futuro.
Il progetto LIFE REGS II esiste perché l’Europa ha scelto di finanziarlo. E perché il Comune di Buddusò ha contribuito a renderlo possibile. È il risultato di un legame, ancora fragile, tra territorio locale, ricerca universitaria e politiche europee sulle materie prime critiche.
Bagnoli e Buddusò, in fondo, parlano la stessa lingua. La differenza è che nel primo caso decenni di decisioni mancate hanno trasformato un’eredità industriale in una vertenza permanente. Nel secondo, quella stessa eredità è diventata il punto di partenza di una ricerca. Un laboratorio aperto sul campo, una prova che la terra può essere lenita, e non solo consumata.
Quante altre Buddusò nel nostro paese?
La domanda che resta aperta – e che andrebbe rivolta con forza alle istituzioni responsabili delle politiche estrattive e di bonifica – è questa:
quante altre Buddusò esistono in Italia, dove le discariche industriali, le colmate, i residui di estrazione continuano ad aspettare, invisibili, che qualcuno decida di guardarle davvero?
Non è la terra a essere povera.
È lo sguardo con cui l’abbiamo attraversata.
Un progetto come quello di Buddusò non è la soluzione universale, ma è un principio di metodo: rendere visibili le riserve nascoste, trasformare le cicatrici in archivi, e leggere il paesaggio come uno spazio di memoria e di risorse insieme.
Se continuiamo a credere che il futuro debba venire da altrove, rischiamo di non vedere quello che già abbiamo davanti.
E se invece impariamo a leggere le nostre discariche come giacimenti, forse il primo passo della transizione ecologica non sarà scavare più in profondità,
ma guardare finalmente con attenzione ciò che abbiamo già deposto sulla superficie del mondo.
Fonti
