Oltre l’equivoco dell’integrazione: la lezione di De Masi e il “laboratorio Napoli”
Dal Brasile di De Masi al “laboratorio Napoli”: perché parlare di integrazione a Castel Volturno significa ignorare il tempo, la governance e la realtà della convivenza
di Bruno Marfé
Il dibattito sul CPR di Castel Volturno ha riportato a galla un vizio di forma del nostro discorso pubblico: l’illusione che l’integrazione sia un processo istantaneo, un interruttore da accendere con un decreto o una predica. Ma, come insegnava il sociologo Domenico De Masi, la convivenza tra culture è un’architettura complessa che richiede tempo, spazio e, soprattutto, una visione che vada oltre l’emergenza.
Il Brasile: non un’utopia, ma un processo di 500 anni
De Masi, profondo conoscitore della realtà del Brasile, ci ha sempre messo in guardia: non è il “migliore dei mondi”, ma è certamente un mondo “diverso”. La sua forza risiede nel meticciato, ma quel melting pot che oggi osserviamo è il risultato di mezzo millennio di scontri, incontri e sedimentazioni.
Pretendere di parlare di “integrazione” a Castel Volturno oggi, di fronte a flussi migratori recenti, concentrati e privi di una reale governance, significa ignorare la variabile più decisiva: il tempo. In Italia non siamo nella fase della sintesi, ma in quella – più fragile e instabile – della coesistenza forzata. Le comunità non si fondono: si affiancano, spesso senza riconoscersi.
Ed è proprio qui che emerge un equivoco di fondo. Come osserva il mediatore culturale Matar Coura, si continua a chiamare “integrazione” ciò che in realtà è solo regolarità amministrativa: permesso di soggiorno, codice fiscale, documenti in ordine. Ma tutto questo non basta.
“L’integrazione – ricorda – non è essere in regola. È avere le stesse opportunità: il bianco deve avere le stesse opportunità del nero, e il nero del bianco”.
Finché questo scarto resta aperto, ogni discorso sull’integrazione rischia di restare una costruzione formale, priva di reale sostanza sociale.
Napoli: laboratorio storico di convivenza ibrida
Se cerchiamo un esempio vicino di integrazione riuscita, non dobbiamo guardare solo alle capitali asettiche del Nord Europa, ma a Napoli.
Napoli non ha “incluso” le culture: le ha assorbite, trasformate, rielaborate. È un laboratorio storico di convivenza ibrida, dove l’identità locale è così forte da non temere la contaminazione, ma da dominarla. Chi arriva a Napoli non resta “altro” a lungo: viene progressivamente riscritto dentro un codice condiviso fatto di linguaggi, abitudini e pratiche quotidiane.
Ma anche qui la lezione è chiara: questo processo non è stato né pacifico né rapido. È il risultato di secoli – greci, romani, normanni, spagnoli – e di una continua negoziazione tra conflitto e adattamento.
Castel Volturno: il vuoto tra contenimento e retorica
È qui che il caso di Castel Volturno smette di essere solo un simbolo e diventa un problema politico concreto.
Da un lato lo Stato, che interviene con strumenti di contenimento come i CPR. Dall’altro la retorica dell’“integrazione” evocata da parte del mondo ecclesiale. In mezzo, però, manca ciò che è decisivo: una regia della convivenza quotidiana.
Chi stabilisce le regole? Chi le fa rispettare? Qual è il perimetro non negoziabile della legalità?
Senza risposte a queste domande, l’integrazione resta uno slogan e il territorio scivola in una zona grigia dove comunità diverse convivono senza incontrarsi davvero, e talvolta senza riconoscere un’autorità comune.
Ed è proprio su questo terreno che emerge un ulteriore limite: a parlare di Castel Volturno sono quasi sempre osservatori esterni, mentre restano ai margini i soggetti che quella realtà la vivono ogni giorno.
“I problemi di Castel Volturno – osserva ancora Matar Coura – si raccontano, ma raramente attraverso i soggetti veri”.
È anche questa distanza tra racconto e realtà a rendere fragile qualsiasi tentativo di governo della convivenza.
Il punto non è essere “a favore” o “contro” l’immigrazione. Il punto è che, senza governo della convivenza, ogni presenza diventa conflitto potenziale.
Il limite del linguaggio: oltre l’“inclusione”
“Inclusione” è diventato un termine insufficiente, quasi paternalistico. Presuppone un “dentro” e un “fuori”, qualcuno che concede accesso e qualcun altro che lo riceve. E “integrazione” non va meglio: evoca una fusione che non c’è, un processo compiuto che è ancora tutto da costruire. Entrambe le parole descrivono male la realtà di territori come Castel Volturno, dove le comunità non entrano e non si fondono: già coesistono, spesso in condizioni di semi-legalità urbanistica, economica e sociale.
Continuare a usare quel vocabolario significa continuare a fare le domande sbagliate.
Forse serve un termine nuovo. O meglio: serve un termine che dica una cosa nuova. Lo chiamiamo sinvivenza — dal greco syn (insieme) e il latino vivere. Non è un concetto accademico, né una formula politica. È il tentativo di nominare qualcosa che già esiste ma che non aveva ancora parole proprie: l’arte di abitare lo stesso spazio sociale attraverso regole di rispetto reciproco e legalità, senza la pretesa di un’immediata fusione culturale, ma con l’obiettivo di costruire una piattaforma civile comune.
Una parola provocatoria, forse. Ma le parole contano — e quando quelle disponibili non bastano più, inventarne di nuove non è un vezzo: è un atto politico.
Sinvivenza: la condizione preliminare all’integrazione
Non è più sufficiente parlare di integrazione. La sinvivenza è una categoria meno ambiziosa ma più operativa: l’organizzazione – necessariamente conflittuale ma governata – di chi abita lo stesso spazio sociale, attraverso un sistema condiviso di diritti, doveri e legalità, senza la pretesa di un’immediata fusione culturale.
La sinvivenza non è un obiettivo “minore” rispetto all’integrazione. È la sua condizione preliminare.
- Non promette armonia, ma esige regole.
- Non cancella le differenze, ma le rende compatibili.
- Non è spontanea: richiede istituzioni, controllo e responsabilità.
Ma perché questa sinvivenza diventi reale, non basta definire regole: serve costruire traiettorie di riconoscimento.
In questo senso, l’intuizione di Matar introduce un elemento decisivo: la necessità di creare modelli, figure di riferimento, “campioni” sociali. Non un’integrazione astratta, ma percorsi concreti in cui ogni individuo possa emergere per competenze e aspirazioni — che sia un insegnante, un artigiano, un tecnico.
Matar Coura lo sa per esperienza diretta. Come tanti, era arrivato a Castel Volturno per caso — o meglio, come tappa di un percorso che aveva in mente un altrove. Un territorio di transito, una sosta provvisoria nel progetto di una vita ancora da definire. Eppure, con il tempo, qualcosa è cambiato. Quella sosta è diventata dimora, quella terra di passaggio si è trasformata in patria adottiva. Lui e molti come lui hanno scelto di restare — non per rassegnazione, ma per riconoscimento. È questo, forse, il segnale più sottovalutato: che la sinvivenza, quando trova condizioni minimamente dignitose, produce radici anche dove non erano previste.
“Se non crei modelli – avverte – Castel Volturno rischia di restare una terra ricca ma vuota”.
È qui che la sinvivenza si trasforma in qualcosa di più: non solo gestione del presente, ma costruzione di futuro.
La lezione finale
Il Brasile insegna che la sintesi culturale è figlia del tempo.
Napoli dimostra che può nascere solo dove esiste un’identità capace di assorbire e trasformare.
Castel Volturno, oggi, è un luogo in cui manca una regia della convivenza.
Per questo, prima ancora di inseguire l’integrazione, serve costruire le condizioni di una sinvivenza: uno spazio sociale in cui chiunque arrivi sappia, fin dal principio, quali sono i diritti, i doveri e i limiti che valgono per tutti.
Perché il vero nodo non è chi arriva, ma chi governa — o smette di governare — il vivere insieme.
E forse è proprio qui il punto che per troppo tempo è stato rimosso: Castel Volturno non chiede più di essere raccontata come un’emergenza permanente. Chiede, molto più semplicemente — e molto più radicalmente — di essere restituita alla normalità.
