Il grido di Napoli contro la Guerra
arcivescovo Domenico Battaglia
di Bruno Marfé
NAPOLI, 19 settembre 2025 — La celebrazione di San Gennaro, patrono di Napoli, quest’anno si è trasformata in un evento che ha travalicato i confini della tradizione. L’arcivescovo Domenico Battaglia ha dato voce a una liturgia che non si è fermata al miracolo del sangue — avvenuto puntuale alle 10:08 — ma lo ha intrecciato con i drammi del nostro tempo.
Il sangue come specchio
“Non un oggetto, ma un segno: un’ampolla, un sangue, un nome — Gennaro.”
Con queste parole don Mimmo ha aperto un’omelia che ha rotto i confini della devozione rituale per farsi specchio del mondo. Non un talismano, dunque, ma un richiamo: la memoria di un martire che attraversa i secoli e ci interroga sul presente.
Gaza nella cattedrale
Il momento più dirompente è stato il riferimento diretto alla Palestina:
“È il sangue di ogni bambino di Gaza che metterei esposto in questa cattedrale, accanto all’ampolla del Santo… perché non esistono ‘altre’ lacrime: tutta la terra è un unico altare.”
Un’immagine che ha squarciato il silenzio della cattedrale e che rende evidente la “geopolitica evangelica” evocata da Battaglia: una politica che non parte dagli equilibri di potere, ma dal dolore degli innocenti, dal sangue che grida dalla terra.
La denuncia: il potere delle armi contro i poveri
L’arcivescovo ha puntato il dito contro lo scandalo delle spese militari:
“Ogni bilancio che cresce per armamenti è vento cattivo contro la carne dei poveri.”
E ancora più chiaramente ha denunciato il fatto che la spesa militare supera ormai quella per la sanità e l’istruzione, definendo questa scelta “un suicidio collettivo”. Da qui il suo invito: trasformare i luoghi di morte in luoghi di vita, aprendo spazi di cura, accoglienza e crescita.
La vera giustizia, ha sottolineato, sta nel dare priorità a ciò che conta davvero:
“Lavoro, scuola e cultura sono necessità.”
Napoli, cantiere di pace
Il discorso si è fatto intimo quando ha guardato alla sua città. Ha immaginato una Napoli diversa:
“Che sotto il mio balcone si veda un ragazzo con un libro e non con un’arma.”
Un’immagine che rovescia lo sguardo quotidiano, chiedendo cortili trasformati in campi di gioco e non in piazze di spaccio. Una città capace di diventare “mensa per chi ha fame, porta per chi non ha casa”, cantiere di pace e non laboratorio di violenza.
Il vero miracolo
Don Mimmo ha invitato a non fermarsi al prodigio del sangue che si scioglie, ma a cercarne uno più profondo:
“Che il sangue del Santo non si sciolga solo nell’ampolla, ma nei cuori. Che sciolga paure e indifferenze, che generi gesti concreti.”
Ed è qui che ha lanciato una frase che sembra la chiave dell’intera omelia:
“Disarma le nostre paure trasfigurate da prudenza…”
Un invito a non mascherare la paura dietro la cautela, ma a scegliere il coraggio mite e radicale del Vangelo.
Una festa trasformata in profezia
Alla fine, Battaglia ha restituito il senso più autentico della festa: il sangue che corre non è solo quello nell’ampolla, ma quello che dà ossigeno alla città intera, forza ai suoi piedi, luce ai suoi occhi.
La festa di San Gennaro non come rito che consola, ma come profezia che inquieta. Un grido che da Napoli si alza per il mondo, chiedendo di scegliere la vita e la pace, sempre.
