Lisa: l’Appello slitta, ma la voce di una madre entra nel processo
Il percorso verso la giustizia per Lisa Federico, la diciassettenne scomparsa nel 2020 all’ospedale Bambino Gesù di Roma, subisce un nuovo rallentamento burocratico, ma si arricchisce di un atto di profonda dignità materna e civile
di Bruno Marfé
Il percorso verso la giustizia per Lisa Federico, la diciassettenne scomparsa nel 2020 all’ospedale Bambino Gesù di Roma, subisce un nuovo rallentamento burocratico, ma si arricchisce di un atto di profonda dignità materna e civile.
Sulle pagine de Il Confronto abbiamo già ripercorso questa drammatica vicenda nell’articolo Quando l’eccellenza dimentica l’umanità: la storia di Lisa e la sanità che vogliamo[https://ilconfronto.eu/cultura/libri/quando-leccellenza-dimentica-lumanita-la-storia-di-lisa-e-la-sanita-che-vogliamo/], evidenziando come troppo spesso i protocolli e le fredde logiche istituzionali rischino di schiacciare il volto umano della cura. Oggi, quella stessa distanza si riflette purtroppo anche tra i banchi del tribunale.
La prima udienza del processo d’appello è stata infatti rinviata al prossimo 13 ottobre a causa del congedo di uno dei tre giudici del collegio. Un’udienza caratterizzata anche dall’assenza del legale dell’ospedale Bambino Gesù.
“La memoria di una mamma”: rompere il silenzio del rito abbreviato
Proprio l’assenza della controparte ha permesso alla mamma di Lisa, Margherita, di compiere un gesto dal forte valore simbolico e processuale: il deposito di una memoria scritta. Un atto necessario per colmare un vuoto democratico e umano che ha caratterizzato le prime fasi giudiziarie.
“Finora non ho avuto voce”, spiega Margherita, ricordando come il processo di primo grado si sia celebrato con il rito abbreviato. Una formula che, per sua natura tecnica, si consuma sulle carte e che in questo caso specifico — a seguito di un’udienza preliminare blindata — ha escluso la partecipazione attiva della famiglia e ha di fatto silenziato non solo i consulenti di parte, ma persino i periti nominati dal Pubblico Ministero.
Lasciare una nota scritta in tribunale significa pretendere che la storia di Lisa, la sua identità di giovane paziente e il dolore dei suoi cari non vengano ridotti a freddi commi di legge o a passaggi procedurali.
Nota della redazione: quanto riportato nell’intervista rappresenta la ricostruzione della famiglia, parte civile nel procedimento. Il processo d’appello è tuttora in corso e l’ospedale Bambino Gesù ha sempre sostenuto di aver rispettato i protocolli clinici. Le responsabilità definitive spettano all’accertamento giudiziario.
L’intervista a Margherita (mamma di Lisa)
Margherita, l’Appello slitta a ottobre e in aula mancava il legale del Bambino Gesù. Che segnale è per voi e cosa si prova di fronte a queste assenze e rinvii burocratici?
Di fronte a queste assenze e ai continui rinvii si prova una profonda amarezza, ma purtroppo non siamo sorpresi. Denota perfettamente la “sensibilità” e l’atteggiamento dei personaggi coinvolti, una fredda condotta istituzionale che preferisce trincerarsi dietro la burocrazia. Mentre il processo si ferma e si scontra con i tempi della giustizia ordinaria, il nostro dolore e la nostra battaglia non vanno in congedo. L’ospedale e i suoi medici sostengono di aver seguito rigorosamente ogni protocollo, ma la verità custodita nelle carte cliniche dimostra, a mio avviso, che sono stati ignorati la logica, il buon senso e l’etica della medicina praticata con scienza e coscienza. Queste assenze in aula sono solo lo specchio di un muro di gomma che punta a logorarci, ma noi continueremo a pretendere che le precise responsabilità di chi ha deciso per la vita di mia figlia vengano alla luce.
In questa udienza è riuscita però a depositare una sua memoria scritta per far sentire la sua voce. Cosa ha voluto gridare e imprimere in quelle pagine, sapendo che il rito abbreviato vi aveva finora esclusi?
Ho voluto mettere nero su bianco l’assoluta verità dei fatti basata sui dati e sulle carte dei consulenti, sia nostri che della Pubblica Accusa, per affermare convintamente che Lisa non è morta per il progredire della sua malattia, ma è morta per la cura. Lisa era affetta da una patologia ematologica cronica a basso grado di rischio che gestivamo serenamente in day hospital; non sembrava nemmeno malata, e fino al giorno prima del ricovero conduceva una vita normale, instancabile e allegra.
In quelle pagine ho ricostruito quella che, secondo la mia lettura dei fatti, è stata una catena di imprudenze, negligenze e imperizie che ha condotto a una morte evitabile. Nella mia ricostruzione, i medici sapevano, o dovevano sapere, che il midollo in arrivo dalla Germania rischiava di essere inidoneo: per l’età e il peso della donatrice infatti si preannunciava scarso di cellule staminali. Arrivato poi clamorosamente insufficiente e contaminato da circa 350 ml di sangue di gruppo incompatibile, hanno voluto procedere lo stesso, senza comunicarci nulla e così hanno condizionato il nostro consenso. Nella memoria depositata sostengo che siano stati ignorati i livelli smisurati di anticorpi di Lisa, affrontando il trapianto senza adeguate plasmaferesi preventive e senza monitorarla la mattina stessa. Non risulta, a mia conoscenza, che sia stato predisposto alcun “Piano B”, nonostante il fratello Bogdan fosse tipizzato e pronto a donare a pochi passi dall’ospedale.
Ho voluto che rimanesse scritto il racconto di dell’infusione di quel midollo, di quella che è stata una vera e propria tortura durata oltre 12 ore, durante la quale Lisa soffriva per un’emolisi massiva. Nella mia testimonianza, ho scritto che i medici non si sono fermati e la gravità di quel dolore non sarebbe stata adeguatamente riportata in cartella clinica. La disfunzione multiorgano che ha ucciso mia figlia si è manifestata subito dopo l’infusione; il danno renale e quello cardiaco sono stati devastanti, e l’infezione finale da Pseudomonas è stata, a nostro avviso, l’ultimo anello di una catena di trattamenti che consideriamo gestiti senza un piano adeguato. Tutto questo per cosa? Per l’ansia di prestazione, per i numeri e per i record di un ospedale che ci sembra evidente, pensa a mantenere posizioni apicali ed egemoni, affidando poi al “volere del Signore” ciò che la coscienza medica avrebbe dovuto imporre come dovere. Questo ho voluto gridare: mia figlia è stata vittima di scelte che ritengo scellerate.
Sono ricostruzioni contenute nella memoria difensiva della famiglia, parte civile nel processo; spetterà alla Corte d’Appello stabilire, in via definitiva, le eventuali responsabilità.
La “cornice” giudiziaria e le battaglie di L.I.S.A. odv
Le vicende delle aule di tribunale non sono scollegate dall’impegno quotidiano della famiglia. Come sottolineato dalla mamma di Lisa, i procedimenti giudiziari rappresentano la “cornice” e la spinta propulsiva dietro le attività dell’associazione L.I.S.A. odv (Lottiamo Insieme Per la Sanità degli Adolescenti).
L’associazione è nata proprio per trasformare il dolore in cittadinanza attiva, operando su tre fronti fondamentali:
- Il supporto alle pediatrie pubbliche, per garantire strutture all’altezza e umane.
- Il ripristino del diritto di scelta e la tutela assoluta dei piccoli e giovani pazienti.
- La difesa delle famiglie, spesso lasciate sole di fronte a colossi sanitari istituzionali o privati extraterritoriali.
Prossimi passi: l’impegno all’Umberto I
Nonostante i rinvii della giustizia ordinaria, l’azione sociale non si ferma. L’associazione sta portando avanti in questo periodo un’importante attività all’interno del Policlinico Umberto I, focalizzata sul miglioramento dei servizi per i pazienti pediatrici.
Nelle prossime settimane, attraverso i canali social, le chat dedicate e una newsletter ufficiale per gli iscritti, verranno diffusi tutti i dettagli su questi progetti che, nel nome di Lisa, continuano a difendere il diritto alla salute e alla dignità di tutti i bambini.
Un appello a chi resta: il sit-in ogni 3 del mese
La memoria di Lisa e la richiesta di una sanità più trasparente non vivono solo nelle aule giudiziarie o nei corridoi degli ospedali, ma si fanno corpo e presenza nelle piazze. Ogni 3 del mese, dalle ore 18:30 alle 19:00, l’associazione e i cittadini si riuniscono in un sit-in pacifico davanti all’ingresso superiore dell’Ospedale Bambino Gesù.
I genitori di Lisa rivolgono un invito aperto e accorato a tutte le persone sensibili a questa causa e, soprattutto, a tutte quelle famiglie che hanno vissuto o stanno vivendo drammi simili e che cercano uno spazio per dare voce alle proprie proteste e alle proprie richieste di verità. Unirsi al sit-in significa rompere quel muro di gomma istituzionale che troppo spesso si nutre del silenzio dei singoli, per chiedere insieme che la vita e la dignità dei pazienti non vengano mai più dimenticate.
La giustizia formale può essere rinviata, ma l’impegno civile non va in congedo.
