Un pianoforte, due donazioni, un bene comune: dialogo con Marco Napolitano
Dal laboratorio Napolitano alla Casina Pompeiana, fino al Centro Fernandes: il viaggio civile di un bene culturale
di Bruno Marfé
Nel mio precedente articolo, «Quando la musica continua il suo viaggio – Storia di un pianoforte tra memoria e solidarietà» [https://ilconfronto.eu/cultura/quando-la-musica-continua-il-suo-viaggio-storia-di-un-pianoforte-tra-memoria-e-solidarieta/], ho raccontato il percorso di un pianoforte verticale di fine Ottocento: dalla storica ditta “Alberto Napolitano” alla Casina Pompeiana in Villa Comunale, dove anche il Maestro Bruno Venturini si divertì a suonarlo, fino al suo approdo attuale nel salone del Centro Fernandes a Castel Volturno, accanto al divano appartenuto a Massimo Troisi.
È una storia che, dietro l’aneddoto, pone una questione più ampia e di interesse civico: che cosa succede al patrimonio strumentale e culturale della città quando un’istituzione pubblica chiude o cambia destinazione? Chi decide dove va a finire, e con quale criterio? Ne ho parlato con Marco Napolitano, della storica famiglia di artigiani del pianoforte e commercianti di strumenti musicali, protagonista di entrambe le donazioni.
L’intervista
Marco, partiamo da un punto che riguarda tutti: quando un ente pubblico come la Casina Pompeiana cessa una funzione culturale, che fine fanno i beni – in questo caso uno strumento musicale – che vi erano custoditi? C’è un vuoto normativo, in Italia, su questo tipo di passaggi?
«È una domanda che andrebbe posta con più insistenza. Nella pratica, quando cambia la destinazione di una struttura pubblica, gli oggetti che non rientrano nell’inventario formale della nuova gestione rischiano di finire in un deposito, o peggio di andare perduti. Nel nostro caso, il problema fu proprio burocratico: non essendo più la ditta iscritta nei registri come originaria proprietaria, non potevamo riprendere lo strumento con una semplice restituzione. È un vuoto che riguarda non solo i pianoforti, ma qualsiasi bene culturale “di passaggio” tra un’istituzione e l’altra, e che spesso si risolve solo grazie alla buona volontà delle persone coinvolte, non per una procedura chiara.»
In quegli anni io dirigevo la Casina Pompeiana e cercavo di renderla un presidio culturale per la città. Che cosa ti convinse, allora, a donare quello strumento a una struttura pubblica invece che tenerlo o venderlo?
«La scelta nacque da una convinzione che condividevamo entrambi: la musica non deve restare chiusa in un salone espositivo, deve abitare i luoghi pubblici e incontrare i cittadini. Donare quel pianoforte significava restituire alla Villa Comunale una funzione che le era propria. Per una ditta come la nostra, che vive di strumenti, non è un gesto scontato: ha un costo, ma ha anche un senso, se si crede che certi beni debbano circolare nel tessuto pubblico e non restare patrimonio privato.»
Quando lo strumento non poté tornare alla ditta per la questione dei registri, la soluzione fu la donazione al Centro Fernandes. È stata una scelta di ripiego o una scelta convinta?
«Convinta, senza dubbio, anche se nata da un problema logistico che ci costrinse a ripensare la destinazione. Il Centro Fernandes è un luogo di accoglienza e riscatto sociale a Castel Volturno, un territorio che ha bisogno di investimenti culturali quanto e più del centro di Napoli. Che quel pianoforte si trovi oggi nello stesso salone del divano donato da Rosaria e appartenuto a Massimo Troisi non è solo una coincidenza gradevole: dimostra che i beni culturali, quando trovano un secondo custode con una missione sociale chiara, continuano a produrre valore pubblico anche fuori dai circuiti istituzionali tradizionali.»
C’è una foto, ormai storica, del Maestro Bruno Venturini al pianoforte della Casina. Al di là dell’emozione personale, che valore ha per una città come Napoli documentare e tramandare questo tipo di legami tra artigianato musicale, interpreti e luoghi pubblici?
«Un valore enorme, e purtroppo ancora sottovalutato. Napoli ha una tradizione liutaria e costruttiva che ha pochi paragoni in Europa, ma è una memoria che si conserva soprattutto nei racconti orali e negli archivi privati delle famiglie di settore, non in un sistema pubblico organizzato di documentazione. Ogni volta che uno strumento come quel pianoforte viene fotografato, raccontato, seguito nel suo percorso, si costruisce un piccolo argine contro la dispersione di questa memoria.»
In chiusura
La vicenda di questo pianoforte, al di là della sua componente affettiva, resta un caso utile per interrogarsi su come le città gestiscono — o non gestiscono — il passaggio di beni culturali tra istituzioni pubbliche in trasformazione. A Castel Volturno, oggi, quello strumento continua a suonare in un contesto di accoglienza sociale: una destinazione che, più che chiudere la storia, la riapre a nuove domande su cura, memoria e responsabilità condivisa verso il patrimonio comune.
