29/04/2026
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L’eclissi dell’ordine globale

Brasile stati uniti
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La crisi venezuelana, la paralisi dell’ONU e le tensioni tra Occidente e Sud globale rivelano il collasso del multilateralismo e l’ascesa di nuove sfere di influenza.

di Bruno Marfé

C’è un filo invisibile che lega il Sud America all’Europa, passando per la crisi profonda delle istituzioni globali. Non è un filo fatto di cronaca, ma di fratture strutturali, di occasioni mancate e di un ordine internazionale che sembra aver smarrito la propria funzione originaria: prevenire l’uso della forza e limitare l’arbitrio dei più forti.

Le tensioni attorno al Venezuela – con lo spettro, a lungo evocato, di un intervento statunitense che richiama le antiche logiche della dottrina Monroe – non rappresentano solo la crisi di un singolo Paese. Sono il sintomo di un fallimento sistemico: quello di un diritto internazionale ormai incapace di prevenire, mediare, contenere.

La immediata e durissima dichiarazione del presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, in seguito ai bombardamenti statunitensi sul territorio venezuelano e alla cattura del presidente Nicolás Maduro, rende questa crisi impossibile da ignorare. Lula parla di “linea inaccettabile”, di “affronto gravissimo alla sovranità” e di un precedente “estremamente pericoloso” per l’intera comunità internazionale. Parole che non arrivano da un leader marginale, ma dal capo di Stato della principale potenza dell’America Latina.

L’ONU paralizzata e il silenzio dei “volenterosi”

Non a caso, Lula chiama direttamente in causa le Nazioni Unite, denunciandone l’impotenza e chiedendo una risposta “vigorosa”. È una denuncia che riecheggia ciò che già accade su altri fronti: dall’Ucraina alla Palestina, dove i veti incrociati hanno trasformato l’ONU in un’arena paralizzata, prigioniera di una struttura novecentesca incapace di affrontare un mondo multipolare.

In questo vuoto, ciò che colpisce non è solo l’azione militare in sé, ma il silenzio complice di molti governi occidentali, pronti a invocare il diritto internazionale quando conviene e a sospenderlo quando intralcia. È questo uso selettivo della legalità globale che ne mina definitivamente la credibilità.

Attaccare un Paese in flagrante violazione del diritto internazionale – avverte Lula – è il primo passo verso un mondo di violenza, caos e instabilità, in cui la legge del più forte sostituisce il multilateralismo. Una constatazione che suona più come una diagnosi che come una presa di posizione ideologica.

Multilateralismo inceppato e paralisi occidentale

La crisi del multilateralismo non è però solo militare o diplomatica. È anche commerciale, strategica, politica.

L’esempio più evidente resta lo stallo dell’accordo UE-Mercosur. Dopo oltre venticinque anni di negoziati, l’Europa continua a rimandare una firma che dovrebbe essere naturale tra due aree storicamente e culturalmente interconnesse.

Le resistenze francesi a tutela del proprio settore agricolo, le ambiguità italiane, l’accumulo di clausole ambientali percepite nel Sud globale come un nuovo “protezionismo verde” raccontano una verità scomoda: l’Occidente fatica sempre più a costruire alleanze paritarie. Non per mancanza di valori, ma per eccesso di paure interne.

Questo slittamento infinito non rafforza l’Europa. Al contrario, lascia spazio ad altri attori globali – a partire dalla Cina – che non attendono l’unanimità, ma agiscono.

Il Brasile di Lula e la “terza via” della sovranità diplomatica

In questo vuoto di leadership si colloca il Brasile di Lula. Con la presidenza dei BRICS nel 2025, Brasilia tenta di accreditarsi come perno di un ordine multipolare ancora in formazione. Non si tratta di anti-occidentalismo ideologico, ma di pragmatismo sovrano.

La spinta verso la de-dollarizzazione degli scambi, la ricerca di canali autonomi per sottrarsi al regime delle sanzioni e il tentativo di mantenere aperti canali di dialogo anche con interlocutori scomodi rispondono a una convinzione semplice e controversa: se il diritto internazionale non viene più rispettato, l’unico argine al caos resta la diplomazia.

La posizione assunta sul Venezuela va letta in questa chiave. Non è una difesa di Maduro in quanto tale, ma una difesa del principio di sovranità e del rifiuto dell’uso della forza come strumento ordinario di politica estera. Una linea coerente – come sottolinea lo stesso Lula – con quanto il Brasile ha sostenuto in altri teatri di crisi.

È una strategia rischiosa, ma non irrazionale per un Paese che non può permettersi un conflitto armato ai propri confini, con conseguenze umanitarie e destabilizzanti per l’intera regione.

Una democrazia divisa che fatica a decidere

Resta però un limite strutturale: la fragilità interna. Il Brasile è ancora profondamente diviso. Il dualismo Lula–Bolsonaro ha superato la dimensione politica, trasformandosi in una frattura cognitiva che rende difficile qualsiasi valutazione equilibrata della politica estera.

Da un lato, chi legge ogni apertura ai BRICS come un tradimento dell’Occidente. Dall’altro, chi giustifica qualsiasi deriva in nome dell’anti-imperialismo. In questo clima da tifo permanente, la capacità del Brasile di proporsi come potenza di equilibrio rischia di essere compressa dalle proprie divisioni interne.

Verso un nuovo colonialismo?

Se l’Europa continuerà ad armare solo le proprie paure, rinunciando a una visione politica unitaria, e se gli Stati Uniti persevereranno nell’uso selettivo del diritto internazionale, il rischio non è un ritorno al passato, ma qualcosa di peggio: un nuovo colonialismo tecnologico e finanziario, fondato su blocchi contrapposti e dipendenze asimmetriche.

In questo scenario, la voce di Lula – isolata ma chiara – suona come un promemoria scomodo: il silenzio non è neutralità, è complicità.

E se anche questo tentativo di “terza via” dovesse fallire, allora l’eclissi del diritto internazionale non sarà più una metafora, ma una condizione permanente, mascherata da realismo e imposta con la forza.

VERSIONE PORTOGHESE

O eclipse da ordem global

Há um fio invisível que liga a América do Sul à Europa, passando pela profunda crise das instituições globais. Não é um fio feito de cronologia, mas de fraturas estruturais, de oportunidades perdidas e de uma ordem internacional que parece ter perdido sua função original: prevenir o uso da força e limitar o arbítrio dos mais fortes.

As tensões em torno da Venezuela – com o espectro, há muito evocado, de uma intervenção dos EUA que evoca a antiga lógica da doutrina Monroe – não representam apenas a crise de um único país. São o sintoma de um fracasso sistêmico: o de um direito internacional já incapaz de prevenir, mediar, conter.

A declaração imediata e dura do presidente brasileiro Luiz Inácio Lula da Silva, após os bombardeios americanos no território venezuelano e a captura do presidente Nicolás Maduro, torna essa crise impossível de ignorar. Lula fala de “linha inaceitável”, de “confronto muito grave à soberania” e de um precedente “extremamente perigoso” para toda a comunidade internacional. Palavras que não vêm de um líder marginal, mas do chefe de Estado da principal potência da América Latina.

A ONU paralisada e o silêncio dos “voluntários”

Não por acaso, Lula invocou diretamente a ONU, denunciando sua impotência e pedindo uma resposta “vigorosa”. É uma denúncia que faz eco do que já acontece em outras frentes: da Ucrânia à Palestina, onde os vetos cruzados transformaram a ONU em uma arena paralisada, prisioneira de uma estrutura do século XX incapaz de enfrentar um mundo multipolar.

Neste vazio, o que atinge não é apenas a ação militar em si, mas o silêncio cúmplice de muitos governos ocidentais, prontos a invocar o direito internacional quando for conveniente e a suspendê-lo quando for obstruído. É esse uso seletivo da legalidade global que mina definitivamente sua credibilidade.

Atacar um país em flagrante violação do direito internacional é o primeiro passo para um mundo de violência, caos e instabilidade, no qual a lei do mais forte substitui o multilateralismo. Uma constatação que soa mais como um diagnóstico do que como uma tomada de posição ideológica.

Multilateralismo inceppado e paralisia ocidental

A crise do multilateralismo não é apenas militar ou diplomática. É também comercial, estratégico, político.

O exemplo mais evidente é o impasse do acordo UE-Mercosul. Após mais de vinte e cinco anos de negociações, a Europa continua a adiar uma assinatura que deveria ser natural entre duas áreas historicamente e culturalmente interconectadas.

As resistências francesas à proteção do seu setor agrícola, as ambiguidades italianas, o acúmulo de cláusulas ambientais percebidos no Sul global como um novo “protecionismo verde” contam uma verdade desconfortável: o Ocidente se esforça cada vez mais para construir alianças paritárias, não por falta de valores, mas por excesso de medos internos.

Este deslizamento infinito não fortalece a Europa. Ao contrário, deixa espaço para outros atores globais – a partir da China – que não esperam a unanimidade, mas atuam.

O Brasil de Lula e a “terceira via” da soberania diplomática

Neste vazio de liderança está o Brasil de Lula. Com a presidência dos BRICS em 2025, Brasília tenta acreditar-se como um pilar de uma ordem multipolar ainda em formação. Não se trata de anti-ocidentalismo ideológico, mas de pragmatismo soberano.

O impulso para a desdolarização dos comércios, a busca de canais autônomos para escapar do regime de sanções e a tentativa de manter abertos canais de diálogo, mesmo com interlocutores desconfortáveis, respondem a uma convicção simples e controversa: se o direito internacional não for mais respeitado, a única fonte do caos permanece a diplomacia.

A posição assumida sobre a Venezuela deve ser lida nessa chave. Não é uma defesa de Maduro como tal, mas uma defesa do princípio de soberania e da recusa ao uso da força como instrumento ordinário de política externa. Uma linha coerente – como ressalta o mesmo Lula – com o que o Brasil defendeu em outros teatros de crise.

É uma estratégia arriscada, mas não irracional para um país que não pode se permitir um conflito armado nas suas fronteiras, com consequências humanitárias e desestabilizadoras para toda a região.

Uma democracia dividida que dificulta decidir

Mas permanece um limite estrutural: a fragilidade interna. O Brasil ainda está profundamente dividido. O dualismo Lula-Bolsonaro ultrapassou a dimensão política, transformando-se numa fratura cognitiva que dificulta qualquer avaliação equilibrada da política externa.

Por um lado, quem lê toda abertura aos BRICS como uma traição do Ocidente. Por outro lado, quem justifica qualquer deriva em nome do anti-imperialismo. Neste clima de tifo permanente, a capacidade do Brasil de se propor como potência de equilíbrio corre o risco de ser comprimida pelas suas divisões internas.

Em direção a um novo colonialismo?

Se a Europa continuar a armar apenas seus próprios medos, renunciando a uma visão política unitária, e se os Estados Unidos persistirem no uso seletivo do direito internacional, o risco não é um retorno ao passado, mas algo pior: um novo colonialismo tecnológico e financeiro, baseado em blocos opostos e dependências assimétricas.

Neste cenário, a voz de Lula – isolada mas clara – soa como uma lembrança desconfortável: o silêncio não é neutralidade, é cumplicidade.

E se também essa tentativa de “terceira via” falhar, então o eclisse do direito internacional não será mais uma metáfora, mas uma condição permanente, disfarçada de realismo e imposta pela força.

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