14/04/2026
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La sovranità a geometria variabile. Quando lo Stato difende i confini fuori e li dissolve dentro

Lisa Federico

Lisa Federico

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Una riflessione sul concetto di sovranità e sulle sue applicazioni diverse tra relazioni internazionali e gestione interna dei servizi pubblici

di Bruno Marfé

C’è una parola che il Governo italiano sa usare con grande fermezza quando serve: sovranità.

L’ha usata richiamando l’ambasciatore in Svizzera, dopo che la magistratura elvetica aveva toccato interessi e cittadini italiani. Un gesto netto, quasi solenne. Il messaggio era inequivocabile: l’Italia non accetta che altri Stati esercitino la propria giurisdizione a scapito dei propri cittadini. La risposta svizzera, altrettanto netta, si è fondata sul principio speculare: la sovranità giuridica e la non ingerenza negli affari interni.

Fin qui, il linguaggio normale delle relazioni tra Stati. Nulla di anomalo.

Ma è proprio qui — in questo scambio di principi tra cancellerie — che nasce una domanda scomoda. Una domanda che nessuno, nei palazzi, sembra avere fretta di fare.

Perché quella stessa determinazione sparisce quando il problema non è a Berna, ma a Roma?

Quando il confine è dentro casa

Cosa accade quando il tema della sovranità si pone non oltre i confini nazionali, ma dentro di essi? Quando non è uno Stato straniero a limitare le garanzie dei cittadini italiani, ma una zona grigia che esiste — riconosciuta, regolamentata, silenziosa — nel cuore del sistema pubblico?

È la domanda che riporta inevitabilmente alla vicenda di Lisa, la ragazza morta dopo un trapianto di midollo presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma.

Lisa aveva una malattia. I suoi genitori si sono affidati al sistema sanitario italiano. Sono finiti in una struttura di indiscussa eccellenza medica, inserita a pieno titolo nel Servizio Sanitario Nazionale, finanziata anche con denaro pubblico. Una struttura che ogni anno accoglie migliaia di bambini italiani, le cui famiglie non hanno motivo — né obbligo — di sapere che quell’ospedale non risponde alle stesse regole degli altri.

Perché il Bambino Gesù appartiene alla Santa Sede. Gode di uno status extraterritoriale. È regolato da accordi internazionali che ne limitano, nei fatti, la piena sottoponibilità ai meccanismi ordinari di controllo pubblico italiano.

Un’anomalia solo apparente sul piano giuridico, perché formalmente disciplinata. Ma concretamente reale sul piano dei diritti, perché produce effetti tangibili sulla vita — e sulla morte — delle persone.

Il corto circuito istituzionale

Lisa è morta. I genitori hanno cercato trasparenza, verifiche indipendenti, risposte. Hanno trovato ostacoli.

Non è questa la sede per stabilire responsabilità penali — spetterà alla magistratura farlo, e sarà compito suo farlo fino in fondo. Ma è impossibile non nominare il problema politico e istituzionale che quella vicenda ha reso visibile e che nessun rappresentante dello Stato ha avuto finora il coraggio di affrontare apertamente:

uno Stato che tutela la salute dei propri cittadini — come impone l’articolo 32 della Costituzione, senza eccezioni e senza zone grigie — non può accettare che una struttura sanitaria operante stabilmente sul proprio territorio, integrata nel proprio sistema sanitario nazionale, sfugga anche solo parzialmente ai meccanismi ordinari di verifica pubblica.

L’articolo 32 non lascia spazio a interpretazioni: la tutela della salute è un diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività. Non di una parte della collettività. Non dei cittadini che si curano in strutture interamente pubbliche. Di tutti. Sempre. Ovunque.

Se questo è vero — e lo è, perché è scritto nella Carta — allora la domanda diventa ineludibile: come si garantisce questo diritto quando parte del sistema sanitario sfugge, anche solo in parte, ai controlli che quello Stato ha il dovere di esercitare?

Non si tratta di mettere in discussione le competenze mediche o la qualità delle cure. Si tratta di un principio più semplice e più radicale: tutti i cittadini devono essere uguali davanti al sistema di tutela della salute. E quella uguaglianza non può dipendere da quale ospedale li ha accolti, né da quale bandiera sventola sul tetto di quell’ospedale.

Il Forlanini: quando lo Stato si ritira e lascia il campo

Se il caso Lisa è il sintomo, il caso Forlanini rischia di diventare la diagnosi.

L’ex ospedale pubblico romano — struttura storica, oggi inutilizzata, abbandonata dalla mano pubblica — è al centro di ipotesi che ne prevedono la possibile assegnazione a una realtà legata alla Santa Sede, come espansione del Bambino Gesù.

Non è una voce isolata né una preoccupazione recente. Da anni il professor Martelli, già primario del Forlanini, porta avanti una battaglia civile e istituzionale affinché quella struttura torni «in grembo» alla sanità pubblica italiana: un presidio storico che non può essere dismesso, ceduto o ridestinato al di fuori del perimetro del servizio sanitario nazionale. La sua voce è rimasta, per lo più, inascoltata.

Il paradosso è di quelli che non hanno bisogno di commento: da un lato lo Stato riduce o dismette il proprio patrimonio sanitario pubblico; dall’altro rafforza indirettamente una struttura che opera in regime extraterritoriale. Non è un dettaglio amministrativo. È una scelta politica con conseguenze precise e misurabili: ogni metro quadro che passa da giurisdizione pubblica a extraterritoriale è un metro quadro sottratto alle garanzie costituzionali dei cittadini.

Non è una questione ideologica. Non è una questione di fede. È una questione di coerenza istituzionale. E quella coerenza, al momento, non c’è.

Il verdetto

Il richiamo dell’ambasciatore a Berna era un atto di sovranità. Il silenzio sul Bambino Gesù è un atto di abdicazione.

Uno Stato coerente non può rivendicare il diritto di proteggere i propri cittadini oltre confine e poi accettare, in silenzio, che quella protezione si interrompa a pochi chilometri dal Quirinale. Non può usare la parola sovranità come un’arma verso l’esterno e come un alibi verso l’interno.

La sovranità non è un principio selettivo. Non si applica solo quando il nemico è straniero, quando la telecamera è accesa, quando il gesto diplomatico produce consenso. Si applica sempre — nei confronti di tutti i cittadini, in tutti i luoghi dove quei cittadini cercano tutela — oppure non si applica affatto.

La storia di Lisa, il dibattito sul Forlanini, le tensioni con Berna: sono tasselli diversi di uno stesso quadro. Un quadro che mostra uno Stato capace di grandi gesti simbolici verso l’esterno e di silenzi imbarazzanti verso l’interno. Uno Stato che sa difendere la propria immagine sulla scena internazionale, ma che fatica — o non vuole — difendere i propri cittadini quando il problema è più vicino, più scomodo, più intrecciato con equilibri di potere che nessuno ha interesse a disturbare.

E se lo Stato sceglie di applicare la sovranità solo quando fa comodo, allora non sta difendendo i cittadini. Sta difendendo se stesso.

A pagare, come sempre, sono gli altri.

locandina Lisa Federico

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