Tra l’algoritmo e la poesia. La mia “terza via” nel calcio di oggi
Un dialogo tra memoria giornalistica, rigore giuridico e limiti dell’algoritmo per capire quale spazio resta all’imprevedibilità umana nel calcio di oggi
di Bruno Marfé
C’è un momento preciso in cui la passione del tifoso si scontra con il freddo rigore della norma. È successo qualche giorno fa, durante una conversazione con Amedeo Goria – una di quelle chiacchierate in cui il presente si intreccia inevitabilmente con il passato. Insieme abbiamo ricordato la presentazione del suo noir calcistico Il sacrificio del re, un pomeriggio lontano in Piazza della Libertà a San Marino, raccontando un calcio torbido, attraversato da poteri opachi e denaro facile.
Riascoltando oggi Amedeo, è quasi inevitabile metterlo in dialogo con le riflessioni dell’amico professore di diritto, Guido Clemente di San Luca, che insieme a Giovanni Martini e Mario Paladino ha provato a ricondurre il calcio dentro un quadro giuridico rigoroso con Lezioni di giuridicità delle regole del calcio.
Ed è proprio qui che nasce una tensione interessante: tra chi vede nel diritto l’unico argine possibile all’arbitrio e chi, invece, difende la dimensione imprevedibile e umana del gioco.


La posizione del diritto
Per Guido il punto è chiaro: le regole del calcio non sono un dettaglio tecnico, ma il fondamento della credibilità dello sport.
Il VAR, nato per garantire maggiore giustizia, dovrebbe rappresentare uno strumento di legalità. Quando però viene utilizzato in modo discrezionale o incoerente, il problema non è solo sportivo: diventa un problema di legittimità.
In altre parole, la tecnologia non può essere un alibi per perpetuare opacità o arbitrii. Se esiste una regola, deve essere applicata con coerenza.
La poesia del gioco
Dall’altra parte c’è lo sguardo di chi il calcio lo ha raccontato per una vita.
Amedeo appartiene a una generazione di giornalisti che ha vissuto il calcio da vicino, quando il rapporto tra cronisti e giocatori era diretto e umano, quando gli arbitri – come ricordava lui stesso citando figure storiche – sapevano amministrare una partita con buon senso, più che con l’ossessione millimetrica del regolamento.
È la dimensione che potremmo chiamare, senza retorica, la poesia del calcio: quell’insieme di intuizioni, sfumature e dinamiche di gioco che nessuna tecnologia riesce davvero a catturare.
Il problema dell’algoritmo
Il punto, forse, sta proprio nel mezzo.
Viviamo in un’epoca in cui l’algoritmo è diventato la risposta a tutto: dai contenuti che vediamo sui social network alle decisioni che un tempo affidavamo al giudizio umano. I programmatori costruiscono sistemi per rendere l’ambiente più giusto e controllato. Ma questi sistemi falliscono spesso perché non riescono a comprendere le sfumature dell’esperienza umana.
Nel calcio accade qualcosa di molto simile. Il VAR è, in fondo, un algoritmo regolamentare: un sistema pensato per analizzare un’azione, fermare il tempo, sezionare un istante.
Ma il calcio non è un fermo immagine. È movimento, intenzione, dinamica. È un gesto che dura una frazione di secondo e che spesso nemmeno l’occhio umano riesce a interpretare completamente.
Quando pretendiamo che un algoritmo interpreti ciò che è profondamente umano, il risultato rischia di essere paradossale: decisioni formalmente precise ma percepite come ingiuste.
Tra diritto e gioco
Se il diritto ragiona, giustamente, nell’iperuranio della norma — in quel piano ideale dove ogni decisione deve essere astratta, universale e legittima — e il racconto giornalistico difende la memoria emotiva del gioco, forse serve una terza prospettiva.
Una prospettiva che non rinneghi la necessità delle regole ma che sappia anche riconoscere i limiti di ogni sistema troppo rigido. Una prospettiva che accetti l’imperfezione come parte costitutiva del gioco e che lavori, invece, sulla trasparenza: spiegare le decisioni, ammettere i margini di dubbio, restituire al calcio quella credibilità che non si conquista con la precisione millimetrica, ma con la fiducia.
Perché il vero rischio oggi non è soltanto l’errore arbitrale. È la perdita di credibilità.
Un calcio che non ammette più la sfumatura umana ma che allo stesso tempo non riesce nemmeno a garantire una legalità percepita come giusta rischia di trasformarsi in qualcosa di diverso dal gioco che abbiamo amato.
Tra algoritmi che pretendono di spiegare tutto e decisioni che convincono sempre meno, la partita più importante non si gioca più sul campo.
Si gioca nella fiducia di chi guarda.
Ed è una partita che il calcio non può permettersi di perdere.
