18/04/2026
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Quando il Presente si Finge Dio (dal territorio al mondo)

di Bruno Marfé


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empre più spesso le aule di tribunale si trovano a giudicare fatti avvenuti decenni fa con parametri morali maturati molto dopo. Non si tratta solo di accertare responsabilità penali – operazione doverosa quando prevista dalla legge – ma di affrontare una questione più sottile: può il diritto diventare lo strumento attraverso cui il presente riscrive il passato?

Non è una domanda astratta. È una domanda che riguarda il modo in cui concepiamo la giustizia, la memoria e, in ultima analisi, la convivenza civile. E diventa ancora più urgente in un momento in cui il dibattito pubblico torna a parlare di riforma della giustizia – ma anche, come vedremo, di qualcosa che va ben oltre i confini di un’aula di tribunale.

Riformare la giustizia: ma in quale direzione?

Tra slogan e promesse di rivoluzioni istituzionali, il rischio concreto è che si confondano piani diversi. Una riforma seria dovrebbe rafforzare le garanzie processuali, chiarire i confini della responsabilità penale, rendere più prevedibile e uniforme l’azione giudiziaria. Dovrebbe, in altri termini, consolidare quella funzione di argine che il diritto esercita rispetto all’arbitrio – sia dell’individuo, sia del potere.

Invece, in certi ambienti del dibattito pubblico, la riforma viene evocata in senso opposto: come strumento per rendere la giustizia più reattiva all’umore collettivo, più aderente alla sensibilità del momento, più capace di rispondere alle attese morali del presente. Un’idea apparentemente nobile, ma che nasconde un’insidia profonda.

Perché quando la giustizia insegue la morale mutevole, smette di essere garanzia. E rischia di diventare vendetta simbolica. Il diritto non è una piazza. È un argine.

Il processo retroattivo come abitudine collettiva

C’è un’abitudine che si pratica ovunque: nei talk show, sui social, nei corridoi delle università, persino nei consigli comunali. È il processo retroattivo. Il passato viene convocato in aula – metaforicamente e talvolta anche letteralmente – e giudicato con il codice morale del 2026.

Non si chiama memoria. Si chiama presentismo.

Lo storico François Hartog ha parlato di un “regime di storicità” dominato dal presente: tutto ciò che non rientra nei parametri attuali viene archiviato come errore morale. Un meccanismo seducente e pericoloso al tempo stesso, perché non si limita alla cultura o alla storia: filtra anche nel linguaggio giuridico, nella costruzione delle accuse, nell’interpretazione delle norme.

Anche nei nostri territori accade. Quando si riscrivono le narrazioni identitarie, quando si pretende di misurare generazioni intere con categorie che semplicemente non esistevano, quando si liquida un’epoca come “arretrata” senza provare a capirne la struttura interna.

La complessità del giudizio storico

Nei paesi del litorale domizio, nei quartieri popolari napoletani, nelle campagne casertane, quante volte abbiamo ascoltato racconti che oggi ci fanno storcere il naso? Linguaggi ruvidi, ruoli familiari rigidi, gerarchie sociali che non accetteremmo. Eppure, come ricordava Émile Durkheim, un comportamento è “deviante” solo se urta la coscienza collettiva del suo tempo. Per il nonno pescatore o per il bracciante degli anni Cinquanta, certe idee non erano frutto di malvagità individuale, ma parte di un ordine sociale percepito come naturale.

Possiamo dire che certi ordini sociali fossero ingiusti? Sì, senza esitazione. Possiamo però trasformare ogni individuo in un imputato morale retroattivo? Qui la risposta si complica.

Pensiamo alle figure storiche controverse che popolano i nostri libri di testo. Cancellarle o studiarle? La risposta dovrebbe essere la seconda – non per assolvere, ma per comprendere i meccanismi attraverso cui anche le menti più brillanti restano figlie del proprio tempo. La tentazione iconoclasta, quando diventa metodo, non produce giustizia: produce solo un’altra forma di semplificazione.

Il diritto non può essere il braccio dell’indignazione

Il diritto moderno si fonda sul principio di irretroattività: nessuno può essere punito per un comportamento che, al momento in cui è stato compiuto, non costituiva reato. È una conquista di civiltà, non un tecnicismo da aggirare quando l’indignazione collettiva lo richiede.

La pressione del presente si manifesta spesso in modo sottile: nell’interpretazione estensiva delle norme, nel peso che l’opinione pubblica esercita sui processi, nella narrazione mediatica che precede le sentenze. Un sistema giudiziario che risponde all’umore del tempo non è più un argine. È uno specchio. E uno specchio non protegge i diritti: li riflette soltanto, deformandoli secondo l’angolazione del momento.

Quando l’argine cede: il caso Iran

Mentre rileggevo queste pagine, è arrivata la notizia di un attacco militare congiunto di Israele e Stati Uniti contro l’Iran, rilanciata dalle principali agenzie internazionali. Un fatto destinato a produrre conseguenze geopolitiche rilevanti e ad alimentare tensioni già altissime.

Mi sono chiesto se ciò su cui stavo lavorando – il rischio di un presente che si erge a giudice assoluto, il diritto che cede alla pressione dell’urgenza morale – non fosse, in fondo, una chiave per leggere anche quanto stava accadendo. Perché quando il presente decide di non attendere più, quando considera le regole troppo lente rispetto alla propria percezione del pericolo, quando la pazienza diplomatica viene giudicata debolezza, il passo dall’argine alla rottura è breve.

La giustificazione è stata quella della minaccia imminente, della difesa preventiva, dell’urgenza morale. Ma c’è un dettaglio che vale la pena sottolineare: l’attacco è avvenuto mentre era in corso il processo diplomatico. I negoziati non erano falliti — erano in corso. È stata la pazienza a mancare, non le possibilità.

Il ministero degli Esteri iraniano ha denunciato una violazione della pace e della sicurezza internazionali, invocando l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite sul diritto all’autodifesa. Che si condivida o meno questa lettura, il punto è un altro: due delle maggiori potenze militari del mondo hanno deciso che la norma internazionale… l’argine… era un ostacolo, non una garanzia.

È esattamente la logica del presentismo applicata alla geopolitica. Non si condanna un atto compiuto, si anticipa un atto futuro, sulla base di parametri morali e strategici decisi unilateralmente nel presente. Il diritto all’autodifesa di uno Stato presuppone un’aggressione materiale da parte di un altro – ma quando quella materialità viene considerata troppo lenta, troppo rigida, troppo garantista rispetto all’urgenza del momento, si torna alla legge del più forte.

Non è detto che l’Iran fosse in buona fede. Non è detto che la minaccia nucleare fosse trascurabile. Ma quello che oggi accade in Medio Oriente ci mostra, in forma estrema e drammatica, dove porta la logica del tribunale dell’anacronismo quando travalica i confini del dibattito culturale e si installa nelle stanze del potere militare: il diritto internazionale smette di essere un argine e diventa una dichiarazione di intenti che si rispetta finché è conveniente.

Il presente, ancora una volta, si è fatto Dio. E lo ha fatto con i missili.

La scuola come laboratorio di metodo

Se il diritto deve resistere alla pressione del presentismo, qualcosa deve prepararci culturalmente a questa resistenza. Ed è qui che entra in gioco, con discrezione ma con forza, la funzione della scuola.

Non come tribunale del passato, ma come luogo in cui si impara a distinguere tra giudicare e comprendere, tra analizzare e condannare. La scuola dovrebbe fornire strumenti critici per leggere i contesti storici, non semplificazioni moralistiche. Dovrebbe insegnare che le categorie con cui leggiamo il mondo sono storicamente situate – e che anche le nostre, quelle del 2026, un giorno saranno guardate con lo stesso distacco con cui noi guardiamo il passato.

Educare non significa formare studenti moralmente superiori ai loro antenati. Significa formare cittadini capaci di riconoscere la complessità – e, di conseguenza, capaci di pretendere una giustizia che sia tale: rigorosa, garantista, immune dalla demagogia.

La provvisorietà del presente

La vera maturità civile – anche a livello locale, anche nelle nostre comunità – non sta nel demolire il passato per sentirci migliori, né nel piegare le istituzioni alla morale del momento per sentirci più giusti. Sta nel riconoscere la nostra provvisorietà.

Comprendere non significa giustificare. Contestualizzare non significa assolvere. Riformare non significa adeguare il diritto all’indignazione.

Il presente non è Dio. È solo una tappa. E se vogliamo che le nostre comunità – e le nostre istituzioni – crescano davvero, dobbiamo imparare a maneggiare sia la memoria che la giustizia con più metodo e meno superbia.

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