29/04/2026
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Turisti Cecchini, cosa rischia chi ha partecipato al Safari Umano

turisti cecchini a Sarajevo
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Quando la guerra diventa spettacolo: indagini, responsabilità e giustizia a distanza di trent’anni. Ne abbiamo parlato con Lorenzo Colelli Riano, membro dell’Assemblea nazionale dei Giovani Democratici e dottore in Relazioni Internazionali.

di Silvio Di Mare

La vicenda dei presunti turisti cecchini italiani, che durante l’assedio di Sarajevo avrebbero pagato i miliziani Serbi per avere la possibilità di sparare ai civili, prosegue con nuovi indagati e nuove testimonianze, l’ex autotrasportatore ottantenne sospettato di aver preso parte al Safari Umano, è stato interrogato lunedì 9 febbraio, ha dichiarato di non essere mai stato in Bosnia e di non aver mai sparato contro i civili. Nega anche l’accusa di essersi vantato di aver preso parte al massacro.

 Contemporaneamente sono emersi nuovi sospettati: un ex alpino della Carnia che avrebbe collaborato in passato con l’UNPROFOR, una forza d’intervento dell’ONU nata per creare condizioni di pace e sicurezza in Bosnia ed Erzegovina, e un ex banchiere triestino

Mentre le indagini sono ancora in corso e non ci sono ancora colpevoli, possiamo domandarci cosa rischierebbero penalmente gli individui che hanno partecipato al fenomeno e quali norme avrebbero violato.

Nonostante il fatto sia avvenuto fuori dal territorio italiano, i sospettati trattandosi di cittadini italiani ancora presenti in Italia, verranno giudicati dal diritto penale interno.

 Il fenomeno rientrerebbe nell’art.9 del Codice penale che consente l’esercizio della giurisdizione penale italiana per delitti commessi all’estero.

Secondo le ricostruzioni, i partecipanti alla caccia, sarebbero entrati in una zona di guerra ed avrebbero pagato per avere la possibilità di uccidere.

 In presenza di aggravanti quali: i futili motivi, la crudeltà e la reiterazione delle condotte, potrebbe trovare applicazione l’art. 577 del codice penale, che prevede la pena dell’ergastolo.

Lorenzo Colelli Riano, Assemblea nazionale dei Giovani Democratici
Lorenzo Colelli Riano, Assemblea nazionale dei Giovani Democratici

Lorenzo Colelli Riano, membro dell’Assemblea nazionale dei Giovani Democratici e dottore in Relazioni Internazionali, ha risposto alle nostre domande per comprendere meglio la vicenda e ipotizzarne le possibili evoluzioni sul piano politico e giuridico.

Ci sono stati casi simili o si tratta di un fenomeno isolato?

Secondo Colelli, si tratterebbe di un caso unico. Quando si parla di turismo di guerra, infatti, si fa generalmente riferimento al fenomeno della war curiosity, ossia a turisti che visitano territori di guerra per semplice curiosità, senza prendere parte attiva ai combattimenti.

Episodi di questo tipo si sono verificati in Africa, ad esempio nella Repubblica Democratica del Congo, e in America Latina, dove sono state segnalate guide turistiche che proponevano visite in territori controllati dai narcotrafficanti. Tuttavia, il caso dei cosiddetti “turisti cecchini” di Sarajevo rappresenterebbe il primo caso accertato di individui stranieri che non si sono limitati all’osservazione, ma sono diventati soggetti attivi del conflitto. Dal punto di vista del diritto internazionale, ciò li renderebbe veri e propri attori del contesto bellico.

Quanto è comune che crimini di questo tipo emergano a quasi trent’anni di distanza?

Colelli spiega che non sarebbe la prima volta. Basti pensare ai processi celebrati molti anni dopo la Seconda guerra mondiale contro criminali nazisti, oppure ai crimini commessi in Afghanistan o in Iraq, le cui conseguenze giudiziarie sono emerse anche a distanza di decenni.

In situazioni simili, infatti, è spesso difficile reperire prove o individuare con certezza i singoli responsabili. Molto dipenderà, dunque, dall’azione dei singoli organi giudiziari nazionali.

Questa vicenda potrebbe cambiare lo sguardo europeo sulla guerra nei Balcani?

Secondo Colelli, un cambiamento è possibile. Ancora oggi, infatti, molte persone non sono pienamente a conoscenza della guerra nei Balcani o delle sue cause. Questo fenomeno potrebbe riportare alla luce numerose vicende oscure di quel conflitto.

A tal proposito, Colelli ricorda come anche Franco Di Mare, ex giornalista di guerra della Rai, sia stato tra i primi a denunciare pubblicamente diversi crimini commessi a Sarajevo.

Quali potrebbero essere le conseguenze sul piano giuridico?

Il cambiamento, spiega Colelli, potrebbe essere sia morale sia giuridico, con una maggiore collaborazione tra i Paesi dell’Unione Europea attraverso lo scambio di informazioni, documenti e testimonianze.

Considerando che gli italiani non sarebbero gli unici sospettati, ma che vi sarebbe anche il coinvolgimento di cittadini di altri Paesi europei, l’inchiesta potrebbe portare alla creazione di una cooperazione giudiziaria sovranazionale, una sorta di pool investigativo. Ciò che è nato presso la Procura di Milano potrebbe dunque ampliarsi e assumere dimensioni ben più rilevanti.

Alcuni indagati sarebbero vicini all’estrema destra. Che lettura politica si può dare di questo aspetto?

Colelli afferma che «la violenza non è qualcosa che caratterizza uno schieramento politico: è qualcosa che va sempre condannato». A suo avviso, si tratta di una responsabilità legata al singolo individuo.

Come si inseriscono le guerre dell’ex Jugoslavia nel contesto internazionale dell’epoca?

Le guerre dell’ex Jugoslavia si collocano alla fine della Guerra Fredda e rappresentano il primo grande conflitto affrontato dal nuovo sistema internazionale. L’ONU interviene, ma l’operazione non raggiunge pienamente i propri obiettivi, anche perché non si tratta di una guerra ideologica.

Colelli sottolinea come, dopo la morte di Tito, venne meno l’equilibrio che teneva unita la Jugoslavia. In seguito, molti Stati iniziarono a dichiarare la propria indipendenza, tra cui la Bosnia. La Serbia diede avvio al conflitto spinta da motivazioni territoriali e religiose, in un contesto storico segnato anche dalla fine della Guerra Fredda.

Che ruolo ha avuto la religione nel conflitto?

Colelli evidenzia come non si assistesse da molto tempo a un conflitto in cui la religione avesse un ruolo così centrale: non durante la Guerra Fredda, né durante la Prima guerra mondiale, ma addirittura prima di essa.

I Balcani sono storicamente una regione instabile?

Secondo Colelli, la storia dei Balcani è da sempre attraversata da tensioni e conflitti. Già alla vigilia della Prima guerra mondiale, la regione rappresentava una vera e propria “anticamera” del conflitto globale. Basti pensare alle guerre balcaniche combattute contro l’Impero Ottomano o proprio a Sarajevo, dove l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando diede avvio alla Prima guerra mondiale.

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