14/04/2026
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Il caso Zeneli e la giustizia surreale: quando la grazia diventa l’unica soluzione

giustizia giusta
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di Bruno Marfé

L’intervento del Presidente Mattarella per correggere un errore evidente riapre una domanda di fondo: la priorità della riforma è la separazione delle carriere o una giustizia che sappia evitare errori così gravi?

La giustizia italiana ci ha abituato a tempi lunghi e a vicende complesse. Ma il caso di Bardhyl Zeneli segna un punto difficile da ignorare.

Zeneli è stato condannato in via definitiva e incarcerato per evasione. Il problema è che non era evaso. L’uomo era sottoposto all’obbligo di dimora, una misura la cui violazione – secondo la legge – non configura il reato di evasione.

Eppure l’intero percorso giudiziario è andato avanti: indagini, processo, sentenze, fino al passaggio in giudicato. Nessuno… né il pubblico ministero, né il giudice, né i successivi livelli di controllo… ha rilevato che il fatto contestato, semplicemente, non costituiva reato.

Per rimediare a questo corto circuito, è stato necessario l’intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con un decreto di grazia totale. Uno strumento straordinario, previsto per ragioni umanitarie o di alto interesse istituzionale, utilizzato in questo caso come un intervento d’emergenza per correggere un errore che il sistema non era riuscito a vedere.

La domanda del cittadino

Di fronte a una vicenda simile, la domanda è inevitabile: com’è possibile che un intero apparato non riesca a distinguere tra arresti domiciliari e obbligo di dimora?

E soprattutto: la politica sta intervenendo sulle vere priorità?

Il dibattito pubblico si concentra oggi sulla separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici. Una riforma importante, che riguarda l’equilibrio costituzionale della magistratura. Ma è davvero questo il problema principale per chi entra in un tribunale come imputato, come parte offesa o come semplice cittadino?

Il problema non è l’architettura, ma il funzionamento

Il caso Zeneli mette in luce criticità più profonde:

Errori che attraversano tutto il sistema
Se uno sbaglio così evidente supera ogni fase del processo fino a diventare definitivo, significa che i meccanismi di controllo interno non funzionano come dovrebbero.
Tempi incompatibili con la vita reale
La lentezza della giustizia non è solo un dato statistico: è un peso concreto sulle persone, che spesso vedono la propria vita sospesa per anni.
Una tutela del cittadino insufficiente
Una giustizia efficace deve essere prevedibile, rapida e soprattutto capace di valutare il merito delle questioni, senza perdersi in automatismi o rigidità formali.

Una distrazione che diventa sistema

Il caso Zeneli non racconta una giustizia animata da cattiva fede, ma qualcosa di forse più preoccupante: una distrazione sistemica.

Quando serve la massima carica dello Stato per correggere un errore che avrebbe potuto essere risolto in una fase iniziale del procedimento, significa che qualcosa si è inceppato in profondità.

Prima ancora di discutere di separazione delle carriere, forse la domanda da porsi è un’altra: come rendere la giustizia un servizio che protegga davvero il cittadino?

La riforma più urgente non è solo quella che ridefinisce gli equilibri interni alla magistratura, ma quella che riduce i tempi, semplifica le procedure e impedisce che qualcuno finisca in carcere per un reato che non esiste.

Perché in uno Stato di diritto, la grazia dovrebbe restare un atto eccezionale. Non l’ultima speranza per ottenere ciò che la giustizia avrebbe dovuto riconoscere fin dall’inizio.

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