16/07/2026
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Castel Volturno, la “svolta” che sa di sbarre: quando lo sviluppo diventa gestione del disagio

centro Fernandes a Castel Volturno
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di Bruno Marfé

Castel Volturno (CE) – C’è qualcosa di profondamente distorto nel presentare come “svolta storica” un investimento da 43 milioni di euro destinato a un CPR. Eppure è esattamente questo il tono delle dichiarazioni dell’on. Gimmi Cangiano, che rilancia e rafforza la linea già espressa dall’on. Zinzi: trasformare Castel Volturno in un presidio della detenzione amministrativa viene raccontato come un’opportunità di crescita.
 Una narrazione che oggi si scontra apertamente anche con il dibattito pubblico locale: sulle pagine de Il Mattino (edizione Caserta), il vescovo di Capua, Pietro Lagnese, ha definito il progetto “un’offesa per il litorale domizio”, chiedendo di rivedere la decisione.

Ma crescita di cosa, esattamente?

Il paradosso dello sviluppo: lavorare sulla reclusione

L’argomento più rivelatore è quello economico: il CPR, si sostiene, produrrebbe indotto, occupazione e servizi. Tradotto, significa immaginare una città che vive grazie alla gestione della detenzione.

È davvero questo il destino che si vuole assegnare a Castel Volturno? Non turismo, non riqualificazione urbana, non rilancio produttivo, ma un’economia fondata sulla presenza stabile del disagio umano, amministrato e contenuto.

Una visione che non è soltanto miope, ma rischia anche di risultare offensiva per un territorio che da decenni attende investimenti veri, strutturali, capaci di restituire dignità e prospettiva.

La presenza dello Stato, quella che manca

Si parla di “segnale forte dello Stato”. Ma lo Stato non è fatto di recinzioni.

Lo Stato è ciò che manca ogni giorno: nel trasporto scolastico fermo dal 2012; nella sanità territoriale fragile; nelle infrastrutture carenti;bnella lotta all’erosione costiera che divora economia e paesaggio.

Uno Stato che arriva solo con le sbarre non è uno Stato che costruisce: è uno Stato che delimita.
 E quando persino una voce autorevole del territorio, come quella del vescovo Pietro Lagnese riportata da Il Mattino, parla apertamente di “offesa”, diventa difficile continuare a raccontare questa scelta come un’opportunità.

La voce dei cittadini: 43 milioni per vivere, non per contenere

A smontare definitivamente la retorica istituzionale non sono gli editoriali, ma le risposte dei cittadini.

Alla provocazione di Vincenzo Ammaliato con un post su Facebook – come spendereste quei 43 milioni? – Castel Volturno ha risposto con una lucidità disarmante. È un post velatamente provocatorio, ma proprio per questo efficace: non impone una risposta, la sollecita, costringendo chi legge a misurarsi con una domanda semplice e scomoda. Nessuno ha chiesto celle. Nessuno ha chiesto sicurezza “astratta”.

È emersa invece una mappa precisa dei bisogni reali: contrasto all’erosione costiera; trasporti efficienti, a partire da quelli scolastici; asili, servizi sociali, spazi pubblici; strade, decoro urbano, sanità di prossimità.

È il programma minimo di una città normale. Ed è proprio ciò che manca.

Il carcere di serie B e la sicurezza incompiuta

Un commento sintetizza tutto: “c’è l’imbarazzo della scelta su cosa fare… e si costruisce un carcere per 120 disgraziati”.

Qui si apre la frattura più profonda tra politica e territorio. Perché la sicurezza evocata dai promotori del CPR viene percepita, da chi vive la Domiziana, come una sicurezza monca.

Chiudere temporaneamente poche decine di persone non risolve la marginalità diffusa, né incide sui fenomeni strutturali. I rimpatri, lo dicono i dati nazionali, restano limitati. Il risultato concreto rischia di essere un territorio più militarizzato, ma non più sicuro.

Una scelta che definisce un destino

C’è infine una questione simbolica, che pesa più dei numeri.

Destinare Castel Volturno a ospitare un CPR significa imprimere un marchio: trasformarla nel terminale territoriale del problema migratorio. Non una città da valorizzare, ma un luogo dove collocare ciò che altrove non si vuole.

È una scelta che parla di identità prima ancora che di politica.

La normalità come rivoluzione

La vera “svolta storica” non è costruire un centro di detenzione. È restituire finalmente una normalità.

Normalità significa servizi, mobilità, scuola, ambiente, lavoro vero. Significa investire sulla bellezza e sulla funzione produttiva di un territorio che negli anni ’70 era sinonimo di eleganza e oggi rischia di essere ridotto a contenitore di emergenze.

Chi si oppone al CPR non propone immobilismo. Propone una gerarchia diversa delle priorità. Propone di usare 43 milioni per costruire futuro, non per amministrare il presente.

Ignorare questa voce non è solo un errore politico. È una rinuncia a governare davvero.

E a Castel Volturno, di rinunce, ce ne sono già state fin troppe.

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