29/04/2026
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Rula Jebreal vince il Premio Elsa Morante: “La parola genocidio non è più un tabù. Ora guardiamo in faccia il neocolonialismo”

Rula Jebreal

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Il riconoscimento per la sezione Comunicazione premia il coraggio di chi ha squarciato il silenzio su Gaza sfidando linciaggi mediatici e censure. La dedica dell’autrice: «Ai giornalisti martiri e ai giovani scesi in piazza per difendere l’umanità»

di Bruno Marfé

Vincere un premio per la comunicazione con un saggio che porta stampata a caratteri cubitali la parola “Genocidio” non è un semplice evento letterario. In un’epoca buia, in cui per tre lunghi anni questo termine è stato trasformato in un tabù impronunciabile, in un’eresia da punire con l’ostracismo, questo riconoscimento assume i contorni di un vero e proprio atto di resistenza politica e intellettuale. È con questa profonda consapevolezza che accogliamo, con enorme orgoglio, la notizia che la giuria del Premio Elsa Morante – prestigioso riconoscimento sostenuto anche dalla nostra testata, il Confronto – ha assegnato all’unanimità il premio per la sezione Comunicazione a Rula Jebreal.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un attacco feroce, quasi sistematico, contro il peso stesso delle parole e contro il diritto sacrosanto alla critica. Chiunque osasse utilizzare termini precisi per descrivere l’abisso di Gaza e dei territori occupati veniva linciato mediaticamente, deriso, isolato e criminalizzato. Il premio a Rula Jebreal segna una cesura netta: il muro di censura, ipocrisia e complicità inizia finalmente a sgretolarsi.

La stessa autrice, raggiunta dalla nostra redazione, ha accolto la notizia con una gratitudine che va ben oltre la liturgia delle premiazioni, esprimendo una profonda emozione per il nome di Elsa Morante, scrittrice che ha sempre indagato le ferite della storia. Ma Jebreal ci tiene a precisare la natura militante del suo lavoro: «Sinceramente, quando l’ho scritto, non ho pensato neppure per un istante che quello che ho raccontato, che le mie riflessioni, le mie ricerche, i miei giudizi potessero essere finalizzati ad un premio».

Il suo saggio, infatti, è un grido che non poteva più essere soffocato. Genocidio” (Piemme) nasce da un bisogno di gridare al mondo una verità che il mondo voleva e vuole tenere nascosta», ci racconta con la consueta, tagliente lucidità. Una verità fatta di una guerra disumana, figlia di un’ideologia che fonda le sue radici in «una storia di prepotenza neocolonialista che con il ricorso alla pulizia etnica, all’omicidio sistematico dei bambini, alla distruzione mirata delle infrastrutture civili in quelle terre, ha esibito un totale disprezzo per gli organismi internazionali di garanzia e per il diritto umanitario».

Sono parole che pesano come macigni e che confermano quella drammatica diagnosi che, proprio sulle colonne de il Confronto, avevamo tracciato recentemente nella nostra analisi sulla “Dottrina Gaza” e sul collasso globale del diritto internazionale. La testimonianza di questo libro, ribadisce Jebreal, è stata prima di tutto «una necessità etica e civile».

Ma il cuore pulsante di questo riconoscimento alla “Comunicazione” risiede nella dedica più dolorosa. Rula Jebreal rivolge il suo pensiero a chi, per comunicare questa tragedia, ha pagato il prezzo supremo. «Le mie fonti primarie, la mia ispirazione più vera sono state quelle giornaliste e quei giornalisti sopravvissuti alla mattanza che il regime di Tel Aviv ha scatenato contro chi ci ha fatto arrivare immagini, parole, poesie e strazio da quei territori martoriati». Un omaggio doveroso a un eroismo indicibile: «Non è un caso che Netanyahu abbia imposto un divieto di accesso totale alla stampa internazionale in Palestina. Come non è un caso che l’Idf abbia eliminato, uno per uno, quasi 300 giornaliste e giornalisti palestinesi, spesso con le loro intere famiglie».

Aver scelto e difeso quel titolo, “Genocidio”, nel momento di massima repressione del dissenso, ha richiesto un coraggio che l’autrice condivide oggi con il suo editore e con il motore più vivo della nostra società. Il suo ringraziamento finale è infatti un inno alla mobilitazione: «Ringrazio le decine di milioni di donne e uomini – soprattutto giovani – in tutto il mondo, che sono scesi in piazza e hanno costretto il Re a restare nudo».

La vittoria di Rula Jebreal al Premio Elsa Morante è, in definitiva, la vittoria di chi non si è arreso alla narrazione imposta dai potenti. «C’è ancora molto da fare prima che finisca», ci ricorda l’autrice, richiamandoci alle nostre responsabilità. «Oggi però siamo molti, ma molti di più a volere che finisca!». E da questa ritrovata moltitudine, armata solo della forza inarrestabile della verità, bisogna ripartire per ricostruire la giustizia.

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1 ha pensato a “Rula Jebreal vince il Premio Elsa Morante: “La parola genocidio non è più un tabù. Ora guardiamo in faccia il neocolonialismo”

  1. Nel discorso con cui ha ritirato il Premio Elsa Morante, Rula Jebreal ha sviluppato un intervento molto politico oltre che culturale.

    Il tema del “genocidio”

    Jebreal ha sostenuto che il termine “genocidio”, a lungo evitato o considerato troppo forte nel dibattito pubblico, oggi venga pronunciato con maggiore frequenza anche da accademici, giuristi e organizzazioni internazionali. Il punto centrale del suo discorso è che il linguaggio non è neutrale: scegliere o evitare certe parole significa anche prendere posizione.

    Ha sottolineato come l’uso di questa parola implichi responsabilità precise secondo il diritto internazionale, e quindi non sia solo una questione retorica ma anche giuridica e politica.

    Il riferimento al neocolonialismo

    Un altro passaggio chiave è stato l’invito a “guardare in faccia il neocolonialismo”. Con questa espressione ha richiamato l’idea che, anche dopo la fine formale del colonialismo, persistano:

    * squilibri di potere tra Stati
    * dinamiche di dominio economico e militare
    * narrazioni mediatiche che riflettono prospettive occidentali

    Secondo Jebreal, questi elementi influenzano il modo in cui i conflitti vengono raccontati e interpretati a livello globale.

    Il ruolo della cultura

    Richiamandosi implicitamente all’eredità di Elsa Morante, il discorso ha insistito sull’importanza della cultura e della letteratura come strumenti per:

    * mettere in discussione le versioni ufficiali
    * dare voce a chi non ce l’ha
    * creare consapevolezza critica

    Perché ha fatto discutere

    Le sue parole hanno suscitato reazioni contrastanti perché:

    * il termine “genocidio” è altamente controverso e carico di implicazioni legali
    * il riferimento al neocolonialismo tocca equilibri geopolitici sensibili
    * Jebreal è già una figura molto esposta nel dibattito internazionale

    In sostanza, più che un semplice discorso di ringraziamento, è stato un intervento politico-culturale che invita a riflettere su linguaggio, potere e responsabilità.

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