18/04/2026
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Castel Volturno che resiste: il Parlamento viene ad ascoltare

Centro Fernandes
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“Il Decreto Flussi è una fabbrica di invisibili“. La visita della Commissione parlamentare al Centro Fernandes rivela un sistema che trasforma i migranti in invisibili e mostra come, a Castel Volturno, esista da trent’anni una risposta concreta allo sfruttamento

di Bruno Marfé

Non sempre le cattive notizie esauriscono un territorio. A Castel Volturno (Ce), in mezzo alle contraddizioni note, esiste da trent’anni un luogo che funziona: il Centro Fernandes. Funziona così bene da convincere una Commissione parlamentare del Senato a venire fin qui — non per accertare disfunzioni, ma per capire come si costruisce una risposta concreta allo sfruttamento lavorativo e alla fragilità dei migranti.

La delegazione, composta dai senatori Orfeo Mazzella (M5S), Susanna Camusso (PD) e Tino Magni (AVS), membri della Commissione parlamentare sulle condizioni di lavoro, ha visitato il Centro Fernandes nell’ambito di una due giorni nella provincia di Caserta. Non una visita di cortesia: un ascolto strutturato, con testimonianze dirette, confronto con gli operatori e tavolo di lavoro. Per alcune ore, la politica ha smesso di parlare di Castel Volturno per cominciare a imparare da Castel Volturno.

L’accoglienza: il volto umano delle istituzioni

Il direttore Antonio Casale ha guidato la delegazione tra i viali e gli uffici della struttura, illustrando trent’anni di resistenza legale e sociale in uno dei territori più complessi d’Italia. Non una narrazione edificante, ma una cronaca di battaglie quotidiane: documenti da ottenere, diritti da rivendicare, persone da non lasciare sole davanti agli sportelli.

Il pranzo in mensa – condiviso fra gli altri con Don Gianni Branco, parroco della Chiesa del Mare di Pinetamare e memoria storica dell’impegno sociale domitiano, e con Suor Paola Sconzo, direttrice della Caritas Diocesana di Capua – ha offerto un momento di confronto autentico, lontano dal protocollo. Attorno alla stessa tavola dei lavoratori e dei migranti che frequentano ogni giorno la struttura, anche il giornalista del Mattino Vincenzo Ammaliato. Ma è nel pomeriggio che la giornata ha assunto un peso diverso.

Le testimonianze: quando lo sfruttamento ha un nome

Alcune vittime del caporalato hanno trovato al Centro Fernandes il coraggio di raccontare pubblicamente il proprio calvario. Storie diverse, destino comune: essere arrivati in Italia attraverso un canale legale per ritrovarsi intrappolati in un sistema che li ha resi invisibili.

La storia di Khan, giovane originario del Bangladesh, merita di essere raccontata per intero, perché non è una storia eccezionale. È una storia esemplare.

Nel 2023, Khan scopre la possibilità di entrare legalmente in Italia attraverso il Decreto Flussi per lavoratori agricoli. Si rivolge a un’agenzia per ottenere informazioni. Gli viene richiesto il pagamento di circa 16.000 euro per accedere alla procedura – una cifra del tutto illegittima, non prevista da alcuna normativa. Convinto che sia l’unica strada possibile, coinvolge la sua famiglia. Il padre ipoteca la casa, unico bene posseduto, per permettergli di partire.

Arrivato in Italia, Khan si reca presso l’azienda agricola indicata nei documenti, a Villa Literno. Il datore di lavoro non sa nulla della sua assunzione. Senza un contratto effettivo, la legge impedisce il rilascio del permesso di soggiorno. È in quel momento che la legalità si spezza.

Senza alternative, alcuni connazionali lo indirizzano verso il lavoro nero nel settore tessile. Khan inizia a lavorare a Saviano: 2 euro l’ora, fino a dodici ore al giorno, in condizioni di sfruttamento estremo. La svolta arriva grazie ai consulenti del Centro Sociale Ex Canapificio, che lo accompagnano all’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e poi all’Ispettorato del Lavoro, dove sporge denuncia facendo i nomi dei responsabili. Da quella denuncia nasce un’inchiesta giudiziaria.

Eppure, mentre Khan racconta tutto questo alla Commissione con voce tremante, è ancora in attesa del permesso di soggiorno. Senza lavoro regolare, gravato dai debiti, con l’angoscia per il padre, la cui salute è peggiorata anche a causa delle difficoltà economiche, non sa se riuscirà a rivederlo, né se potrà mai restituire dignità al sacrificio della sua famiglia.

Un giovane tunisino ha raccontato un percorso simile. Partito con il Decreto Flussi, scopre all’arrivo di essere stato truffato. A differenza di altri, denuncia subito i suoi sfruttatori. Ma anche lui, pur essendo testimone in un’inchiesta giudiziaria, si trova oggi senza permesso di soggiorno e quindi impossibilitato a lavorare legalmente. Il suo sogno di diventare cuoco resta sospeso, intrappolato tra giustizia e burocrazia.

Storie diverse, meccanismo identico: chi denuncia diventa vittima due volte.

Centro Fernandes

Le voci della Commissione: dal racconto alla responsabilità politica

Le testimonianze hanno trovato eco negli interventi dei parlamentari, che hanno collegato le singole storie a un quadro normativo e politico più ampio.

Sen. Orfeo Mazzella (M5S)

“Qui non siamo di fronte a una crisi passeggera, ma a un sistema che logora la dignità e i corpi. La politica deve trasformare ciò che abbiamo visto in strumenti concreti di tutela.”

Mazzella, che conosce il territorio, ha posto la salute e la dignità fisica al centro: diritto universale, non concessione amministrativa.

Sen. Susanna Camusso (PD)

“Il Decreto Flussi è il tentativo di non affrontare il problema. Espone i migranti a una condizione di ricattabilità strutturale. Il Paese non può accettare l’idea che qualcuno arrivi già in uno stato di subalternità.”

L’intervento della Camusso è stato il più esplicitamente politico: il Decreto Flussi non è una cattiva applicazione di una buona norma, ma uno strumento strutturalmente inadeguato, che genera dipendenza e ricattabilità prima ancora che il lavoratore metta piede in un cantiere o in un campo. Le storie di Khan e del giovane tunisino ne sono la dimostrazione più precisa.

Sen. Tino Magni (AVS)

“Siamo stati emigranti. Oggi vediamo persone sfruttate per pochi euro l’ora. Se l’errore burocratico è costante, vuol dire che c’è una volontà politica nel non far funzionare il sistema. I diritti non si pagano.”

Magni ha nominato esplicitamente il nesso tra sfruttamento in agricoltura, tessile e logistica, richiamando la memoria dell’emigrazione italiana come specchio morale. Lo sfruttamento non è un’emergenza locale: è una catena che attraversa settori e territori, e che la Commissione porterà in aula anche con il caso dei Rider milanesi.

L’appello finale e il saluto dell’Imam Kamal

A chiudere la giornata è stato Antonio Casale, con un appello chiaro: costruire un sistema nazionale che non lasci soli i territori e protegga i più vulnerabili. Tra le proposte, quella di istituire il 18 settembre come Giornata Nazionale contro lo sfruttamento lavorativo – data non casuale, ma anniversario della strage di Ischitella del 2008, quando sei lavoratori africani vennero uccisi dalla camorra in un regolamento di conti che non li riguardava. La proposta aspetta ancora una risposta istituzionale formale; il fatto che sia stata avanzata in questa sede, davanti a parlamentari in ascolto, ha già un peso.

Il saluto finale dell’Imam Kamal ha aggiunto un’ulteriore dimensione. La sua voce ha ricordato ciò che il Centro Fernandes pratica ogni giorno senza dichiararlo: la convivenza tra fedi e provenienze diverse come antidoto concreto alla marginalizzazione e al “business” del caporalato, ribadendo che i diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione siano garantiti a tutti, senza eccezioni e senza tariffe. Una richiesta elementare. Che in questo territorio, ancora oggi, suona come una sfida.

La visita della Commissione lascia una consapevolezza che è difficile ignorare. Quando il lavoro legale diventa una trappola, lo sfruttamento non è un’eccezione: è un sistema. Castel Volturno lo sa da anni. Ora lo sa anche il Parlamento.

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