Covid, vaccinazioni e cancro
Esame clinico e molecolare delle ipotesi di interazione tra risposta immunitaria, Covid e oncologia
del dott. Vincenzo D. Esposito
La vaccinazione effettuata con l’uso di vaccini geneticamente modificati comporta la esposizione simultanea a sostanze immunogene (stimolanti il sistema immune) costituite da acidi nucleici, nanoparticelle che danno delle risposte immunitarie che vanno oltre le tradizionali attivazioni indotte dai vaccini tradizionali.
Queste risposte comprendono: sindromi neurologiche, autoimmuni, miocarditi, neuoropatie immunomediate, citopenie autoimmuni, e co-coincidenza temporale con diagnosi di neoplasie, recidive, o evoluzioni inaspettatamente rapide di neoplasie.
È chiaro che la capacità di attivazione immunitaria indotta dal vaccino perturba la omeostasi immunitaria.
In pratica si attua una disregolazione delle citochine, alterazione nei meccanismi di segnalazione della immunità innata ed adattativa (rispetto alla differenza tra questi due tipi di immunità vedi corso di immunologia di base), risposte infiammatorie specifiche di un tessuto.
Queste vie sono implicate nella iniziazione, progressione e sorveglianza immunitaria del tumore.
Questo problema esiste ma al momento la letteratura mondiale specifica è scarsa, eterogenea e limitata come casistica per cui, ovviamente, non si possono al momento trarre conclusioni definitive riguardo alla causalità o alla quantificazione del rischio.
Inoltre la fda americana afferma che dalle ditte produttrici non sono stati effettuati test sulla carcinogenicità e genotossicità dei vaccini né le conseguenze di più dosi, di richiami di vaccini e della combinazione fra vaccinazione e successiva vaccinazione da covid.
Il dato americano al 26 dicembre 2026 è che non esistono statistiche di popolazione sulla incidenza o mortalità per cancro oltre i 42 giorni dopo la infezione da covid o studi che confrontino i casi presenti fra vaccinati e non vaccinati.
Si sa che nel 2024 i casi di cancro hanno superato i 600000 casi e la previsione è di un ulteriore aumento previsto per il 2025.
Se gli studi epidemiologici al momento non ci sono, quelli a livello molecolare sulla biologia del covid e sulla azione disgregolativa dei vaccini aumentano.
Al momento si sa che i vaccini anticovid ad mrna sensibilizzano l’organismo verso lo sviluppo di tumori bloccando i checkpoint immunitari per il controllo dello sviluppo e della progressione e metastatizzazione dei tumori.
I checkpoint immunitari sono regolatori della risposta immunitaria.
In particolare controllano la tolleranza immunitaria, che è il processo mediante il quale il sistema immunitario controlla che non vengano distrutte cellule sane e, all’opposto, che vengano eliminate cellule trasformate o tumorali.
Si distinguono checkpoint stimolatori e inibitori.
Si tratta quindi di molecole strategiche per il controllo dello sviluppo e della progressione di tumori, nel senso che interferire nel loro sottile equilibrio significa mettersi a rischio di far sviluppare tumori o di non controllarne più la progressione con le terapie farmacologiche oggi disponibili.
Il vaccino anticovid ad mrna interferisce bloccando la azione dei checkpoint stimolatori che controllano lo sviluppo di tumori.
(Grippin aj et al. Mrna vaccines sensitize tumours to immune checkpoint blockade. Nature 2025; 647:488-497).
La questione della interferenza dei vaccini con i checkpoint regolatori, se è chiara sul piano molecolare, non lo è altrettanto sul piano epidemiologico rispetto alla relazione che si sta osservando di un aumento dei tumori in caso di vaccinazione.
A questo punto bisogna affrontare i seguenti punti.
Categorizzare le neoplasie riportate in prossimità di vaccinazione o infezione.
Valutare il pattern clinico e temporale di diversi tipi di tumore rispetto a segni rilevanti manifestatisi in pazienti sottoposti a vaccinazione.
Ipotizzare possibili meccanismi molecolari che possono sottendere questi fenomeni.
Una valutazione della questione deve tener conto anche del fatto che lo sviluppo del cancro è anche conseguenza di fattori genetici, ambientali, variazioni individuali.
Poiché la questione è aperta, con questo articolo intendiamo soltanto porre la esistenza di un problema di correlazione fra cancro e covid, sia per quanto riguarda la infezione in sé che per la vaccinazione con vaccini ad mrna.
Il periodo che viene preso in considerazione va dal gennaio 2020 ad aprile 2025.
Sono state esaminate 69 pubblicazioni riguardanti 333 pazienti.
Un limite dei lavori esaminati sta nel fatto che è disponibile un numero piccolo di review sistematiche e comunque si tratta di rapporti relativi a piccole serie di pazienti.
(Una di queste riguarda la incidenza di casi di linfoma non hodgkin nei militari americani dalla vaccinazione in poi).
I paesi con il numero maggiore di pubblicazioni sono Giappone, Stati Uniti, Cina, Italia, ma si hanno studi da tutto il mondo, per cui possiamo concludere che le associazioni tra cancro e infezione da covid o vaccinazioni contro il covid non sono un fatto confinato ad una sola regione del mondo, anche se i casi presentati nella letteratura non sono numerosi.
L’89% delle pubblicazioni correlano la comparsa di cancro con la vaccinazione, il 7% a seguito di infezione, il 10% dopo infezione subentrata dopo vaccinazione.
Al momento non si sa che differenza c’è fra la risposta oncologica dopo infezione, dopo vaccinazione e dopo vaccinazione-infezione.
La correlazione casi di tumore e vaccinazione varia in funzione del tipo di vaccino:
56% pfizer.
25% moderna.

(Fig. 1 % di casi di tumore per tipo di vaccino)
Nei vaccini inattivati la correlazione è stata osservata nell’1% dei casi.
Per quanto riguarda i tipi di cancro, il 43% è rappresentato da neoplasie del sistema linfatico: linfomi a cellule b e t, leucemia linfatica cronica, linfomi a piccole cellule, linfomi cutanei, tutti con presentazione clinica atipica, progressione rapida, decorso aggressivo.
Nel 41% dei casi si tratta di tumori solidi: melanomi, cancri della mammella, tumori del polmone, glioblastomi, sarcomi, cancro del pancreas.
In pochi casi si tratta di pazienti che avevano avuto già un tumore, nel senso di riattivazione o tumori in atto sotto controllo con la terapia che hanno cominciato a metastatizzare sfuggendo al controllo della terapia.
Nella maggior parte dei casi si tratta di comparsa de novo del tumore in associazione con la vaccinazione anticovid o a seguito della infezione da covid.
Il tempo di latenza viene stimato da 2 settimane a sei mesi.
Di particolare interesse sono due studi, uno coreano ed uno italiano.
Lo studio effettuato in sud corea riguarda una analisi fatta su 8,4 milioni di persone tra il 2021 ed il 2023 usando il database del south korean health insurance services.
Gli autori hanno dimostrato una associazione significativa fra vaccinazione e sviluppo di cancro a: tiroide, stomaco, colonretto, polmone, seno, prostata.
Dimostrano inoltre un aumento di rischio in relazione a richiamo di vaccinazioni.
(Kim hj et al. One year of cancer associated with covid vaccination: a large population-based cohort study in south korea. Biomark res. 2025; 13:114).
L’altro studio riguarda l’Italia.
È stato condotto su 296 pazienti residenti a Pescara, seguiti per più di 30 giorni dal giugno 2021 al dicembre 2023.
È stata osservata una ospedalizzazione con diagnosi di cancro per colon retto, seno, prostata dopo una dose di vaccino, con aumento dei casi dopo 2–3 dosi.
(Acuti Martellucci c. et al. Covid‑19 vaccination, all‑cause mortality, and hospitalization for cancer: 30‑month cohort study in an Italian province. Excli j. 2025).
In entrambi gli studi si sottolinea la importanza di studi sulla correlazione infezione da covid e/o vaccinazione e comparsa di cancro a lungo termine e in numero elevato di casi.
Di particolare interesse è quanto riporta la afhds (divisione di sorveglianza sulla salute delle forze armate americane), che ha studiato la incidenza di linfoma non hodgkin tra i militari dal 2017 al 2023.
Verso la fine del 2020 il dipartimento della difesa rese obbligatoria per i militari usa, circa un milione e 300000 persone, la vaccinazione contro il covid.
Si è osservato un incremento di casi di linfoma di 100000 casi all’anno dal 2020 al 2023.
A questo punto la domanda che si pone è quale è il meccanismo che sta alla base di questa associazione covid e/o vaccinazione e cancro.
Partiamo dal fatto che molti virus possono portare allo sviluppo di cancro: hpv, virus della epatite b ed epatite c, virus della mononucleosi infettiva.
Nel caso della infezione da covid e della vaccinazione anti‑covid si ha una sequenza di eventi che moltiplica il rischio di sviluppo di cancro.
I vaccini ad mrna lavorano istruendo le cellule linfatiche umane a produrre proteine spike in grossa quantità e per un periodo di tempo lungo.
In più vengono usate nanoparticelle che proteggono l’mrna virale modificato dall’attacco del sistema immunitario.
Si tratta non di una immunizzazione ma di una transfessione, cioè la introduzione di materiale biologico estraneo in una cellula eucariotica.
In questo modo si provoca una forte risposta immunitaria che genera disregolazione della stessa a causa della intensità e del prolungarsi nel tempo.
Inoltre va considerato il rilascio di materiale della ingegnerizzazione del vaccino nelle cellule del paziente, soprattutto proteine spike per lungo tempo, con lo sviluppo della sindrome post‑vaccino.
A questo punto possiamo parlare a ragione di terapia genica, non di vaccinazione.
Le ipotesi sul meccanismo molecolare che è alla base della associazione covid e/o vaccinazione e cancro sono tre.
1 – Disregolazione immunitaria.
2 – Biologia delle proteine spike.
3 – Prodotti residuali del dna.
Passeremo in rassegna questi tre meccanismi.
Disregolazione immunologica
La ipotesi più accreditata attualmente circa lo sviluppo di tumori dopo vaccinazione anticovid è che non si tratti di sviluppo ex novo di tumori, ma di una promozione alla progressione verso il cancro di cloni cellulari latenti.
Questa ipotesi si poggia sulla osservazione della rapida apparizione del cancro, la prossimità anatomica del tumore con la sede della vaccinazione e il reperto istologico di infiammazione del sistema immunitario.
Di conseguenza il meccanismo che viene ipotizzato è quello della combinazione di una infiammazione localizzata e la azione sul microambiente tumorale di una transitoria immunosoppressione che rilassa la sorveglianza immunitaria.
La vaccinazione produce dopo 2–3 giorni la produzione di interleuchina 6, tnf‑alfa, interleuchina beta come conseguenza della risposta del sistema della immunità innata all’mrna estraneo e ai componenti delle nanoparticelle lipidiche usate per proteggere il vaccino.
È importante la biodistribuzione del vaccino, cioè: luogo della iniezione, linfonodi di drenaggio e tessuti distanti.
Ognuna delle molecole prodotte attiva altre molecole importanti per lo sviluppo e progressione di cellule tumorali.
La interleuchina 6 guida la proliferazione e la sopravvivenza delle cellule tumorali, e la angiogenesi (lo sviluppo di una rete vascolare di sostegno alle cellule tumorali) e la immunosoppressione che assicura la immunità alle cellule tumorali.
Il tnf‑alfa attiva le molecole nf‑kb ed ap‑1, che sono fattori di trascrizione, cioè molecole che traducono la informazione costituita per esempio da un virus per il dna che deve elaborare la risposta.
In questo modo queste molecole guidano la sopravvivenza, la angiogenesi e la capacità delle cellule tumorali di sfuggire al controllo immunologico.
Il tnf‑alfa crea un loop infiammatorio che alla fine porta alla soppressione di cellule del midollo osseo ad azione soppressiva di quelle tumorali, in particolare delle cellule t4 regolatrici della sorveglianza immunitaria.
La interleuchina 1 beta svolge numerose azioni immunosoppressive, tra cui la trasformazione dei macrofagi in cellule che non fagocitano i virus e le cellule tumorali ma ne promuovono lo sviluppo.
In conclusione, quella che abbiamo sinteticamente cercato di illustrare si può chiamare l’ipotesi della cascata infiammatoria delle interleuchine.
Interleuchina 6, tnf‑alfa e il‑1 beta costituiscono un circuito proinfiammatorio sinergico capace di stimolare la proliferazione di cellule tumorali e la angiogenesi.
Questo vale per un ambiente neoplastico preesistente, cioè per la stimolazione di cellule tumorali quiescenti (vedi improvvise recrudescenze di tumori sotto controllo o metastatizzazioni rapide), ma anche per il rischio di sviluppo di tumori ex novo, perché questa cascata proinfiammatoria può modulare, nel senso di ridurre o sopprimere, la sorveglianza antivirale (vedi riattivazione di herpes, infezione da mononucleosi ed altro) o antitumorale.
Meccanicisticamente, la transitoria ma efficace riduzione della capacità di azione delle cellule t citotossiche permette la riattivazione e facilita la replicazione di virus oncogeni, portando a una loro espressione e proliferazione nelle cellule umane.
Insomma, si verificano periodi di riduzione della capacità di reattività del sistema immune.
Resta da chiarire perché si verifica questa finestra temporale di ridotta capacità di risposta dopo vaccinazione.
Va stressato il punto che sia la infezione che la vaccinazione operano nella stessa maniera. Le differenze starebbero solo nella intensità, biodistribuzione e persistenza delle perturbazioni molecolari del sistema immunitario.

Biologia delle proteine spike
La trasformazione di una cellula normale in una tumorale è il risultato della distruzione di meccanismi di salvaguardia che riguardano la crescita cellulare, la sopravvivenza delle cellule e la riparazione del dna dai danni che subisce.
Studi recenti hanno dimostrato che le proteine spike, sia prodotte a seguito di infezione che di vaccinazione, hanno attività biologiche con potenziale oncogenico.
Non andiamo in dettaglio in questo articolo perché la questione sarà oggetto di un articolo dedicato.
In sintesi diciamo che le proteine spike vaccinali o naturali, se rimangono presenti per lungo tempo o si trovano in concentrazioni importanti per multiple infezioni da covid, possono contribuire alla trasformazione cellulare.
Quelle prodotte dopo vaccinazione possono persistere per anni.
Tra le spike vaccinali e quelle naturali c’è una differenza molecolare rappresentata dalla presenza, in quelle vaccinali, di due sostituzioni dell’aminoacido prolina (mutazione k986p e v987p) che rendono quelle vaccinali (spike varianti) più resistenti ai meccanismi di depurazione dell’organismo. Queste varianti sono state trovate in tumori al seno e in glioblastomi.
La cronica esposizione a un agente come la spike naturale o vaccinale, con attività biologica che interferisce con il ciclo cellulare e che danneggia direttamente il dna, rappresenta un fattore eziologico nuovo per lo sviluppo del cancro.
La situazione è particolarmente grave se si pensa che le spike hanno un particolare tropismo per il sistema nervoso centrale.
Contaminazione del dna e integrazione.
Nei vaccini ad mrna ci sono impurità costituite da dna a doppio filamento, rna abortivi, ibridi dna:rna.
Queste impurità sono incapsulate in nanoparticelle che le rendono capaci di essere più stabili ed efficienti nell’accesso alle cellule, aumentando il rischio che esse si integrino nel dna dell’ospite.
Il tessuto umano che accoglie più facilmente queste impurità è quello muscolare.
Si è osservato un aumento dei tumori cutanei dell’1,5%.
La penetrazione di queste contaminazioni nelle cellule aumenta la opportunità di mutagenesi, che porta a riarrangiamenti del dna, integrazioni e espressione di spike persistenti, distruzione dei meccanismi normali di regolazione genica o possibile attivazione di percorsi per la attivazione di pro‑oncogeni o inattivazione di geni soppressori dei tumori.
Vincenzo D. Esposito
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