14/04/2026
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SOCIETÀ & CULTURA – La prigionia dell’ego e la via dell’orizzontalità

LA PRIGIONIIA DELL'EGO
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Dal narcisismo della polarizzazione alla speranza invisibile. Una riflessione sulla polarizzazione contemporanea, sul narcisismo sociale che frammenta le democrazie e sulla possibilità di una nuova orizzontalità fondata su gesti quotidiani, cooperazione silenziosa e solidarietà reale

di Bruno Marfé

Una “rabbiosa divisione” attraversa le democrazie occidentali: il dissenso cede al riflesso identitario, e la politica diventa terreno di scontro esistenziale. Ma esiste una trama invisibile – fatta di gesti quotidiani, cooperazione silenziosa, solidarietà orizzontale – che tiene insieme ciò che la polarizzazione vorrebbe spezzare.

Un’ombra si allunga sulle democrazie occidentali. Non è soltanto la crisi delle istituzioni o l’erosione del consenso, ma qualcosa di più profondo e pervasivo: una trasformazione del modo stesso in cui gli individui percepiscono l’altro. Una “rabbiosa divisione” — per usare l’efficace espressione del diplomatico europeo Stefano Gatto — in cui il dissenso non è più fisiologico al confronto democratico, ma diventa delegittimazione, stigma, esclusione.

In questo clima, l’avversario non è più portatore di un’idea diversa, ma una minaccia da neutralizzare. Il dibattito cede il passo al riflesso identitario, e la politica smette di essere spazio di mediazione per diventare terreno di scontro esistenziale.

Alla radice di questa mutazione si intravede un tratto più profondo: una forma diffusa di narcisismo sociale. Non si tratta soltanto dell’egocentrismo individuale, ma di una dinamica collettiva alimentata dall’economia dell’attenzione, dove visibilità e riconoscimento diventano beni primari. In questo ecosistema, l’indignazione rende più del dialogo, la radicalità più del compromesso, l’esposizione più della responsabilità. Si costruiscono così comunità non intorno a valori condivisi, ma attorno a identità contrapposte.

Il caso Brasile: un’anticipazione globale

Il Brasile, osservatorio privilegiato di queste dinamiche, offre una rappresentazione nitida e dolorosa di tale processo. Un Paese che, negli anni della stabilizzazione e della crescita, sembrava orientato verso una progressiva inclusione sociale, si presenta oggi come una società spaccata. Non è solo una polarizzazione politica: è una frattura sociale e culturale che affonda le sue radici in un nodo mai sciolto, quello del cosiddetto “mito della democrazia razziale”.

L’ascesa delle classi popolari – in larga parte nere e meticce – durante le stagioni di espansione sociale è stata percepita da settori consolidati della società non come un avanzamento collettivo, ma come una perdita di posizione. Da qui una reazione identitaria che ha trasformato il conflitto sociale in contrapposizione esistenziale. Il risultato è una divisione quasi simmetrica, che rende il sistema politico instabile e la convivenza civile sempre più fragile.

Ma ciò che accade in Brasile non è un’eccezione. È, piuttosto, un’anticipazione. La “brasilianizzazione” del dibattito pubblico è ormai una tendenza globale: anche in Europa e in Italia la politica tende a ridursi a scontro tra appartenenze, mentre si restringe lo spazio del confronto razionale.

Il protagonismo che divide: le fragilità dell’associazionismo

In questo scenario, ci si aspetterebbe che l’associazionismo e il terzo settore rappresentino un argine naturale. Eppure, anche qui emerge una fragilità inattesa. Il protagonismo individuale – quel bisogno di emergere, di “brilhar” – finisce per frammentare ciò che dovrebbe unire. L’impegno civile rischia così di scivolare in una forma di rappresentazione più che di trasformazione: iniziative che si moltiplicano senza coordinarsi, energie che si disperdono, comunità che faticano a consolidarsi.

Non è raro, anche nel contesto italiano, assistere a una proliferazione di micro-realtà associative incapaci di fare rete, dove la visibilità dell’iniziativa conta più della sua durata, e l’identità del promotore più dell’impatto collettivo. In questo vuoto di coesione trovano spazio forme alternative di aggregazione, spesso più strutturate ma anche più identitarie, che offrono protezione e appartenenza al prezzo di una ulteriore radicalizzazione.

La solidarietà orizzontale: una trama invisibile

Siamo dunque condannati a questa deriva? Non necessariamente. Ma l’uscita non può essere cercata negli stessi meccanismi che hanno prodotto la crisi. Non sarà un nuovo leader carismatico a ricomporre la frattura, né un’ennesima narrazione salvifica.

La risposta, se esiste, si colloca su un piano diverso: quello di una solidarietà orizzontale, anonima, operativa. Esiste, infatti, una trama invisibile che attraversa le nostre società: una rete fatta di gesti quotidiani, di cooperazione silenziosa, di pratiche condivise che non cercano riconoscimento. È nella cucina comunitaria di una periferia brasiliana, dove donne di orientamenti opposti collaborano per garantire un pasto ai propri figli. È nei comitati spontanei che, anche in molte città italiane, si prendono cura di uno spazio pubblico senza insegne né bandiere. È nelle reti informali di mutuo aiuto che si attivano nelle emergenze, prima ancora che intervengano le istituzioni.

Questa dimensione non fa rumore, non produce visibilità, non alimenta algoritmi. Ma è lì che sopravvive una forma autentica di legame sociale.

La vera alternativa alla polarizzazione non è, dunque, una nuova ideologia, ma una pratica: la ricostruzione di relazioni fondate su obiettivi concreti e condivisi. Una solidarietà che non cerca il consenso, ma l’efficacia; che non si fonda sull’identità, ma sulla cooperazione.

È un passaggio culturale prima ancora che politico. Significa accettare di sottrarre spazio all’ego per restituirlo alla comunità. Significa rinunciare alla centralità del “sé” per ricostruire il “noi”.

In un’epoca in cui tutto spinge verso l’esposizione e la contrapposizione, la scelta più radicale potrebbe essere proprio questa: lavorare insieme senza bisogno di essere visti. È qui che si gioca la sfida delle democrazie contemporanee. Tra la prigionia dell’ego e la possibilità di una nuova orizzontalità. E, forse, tra il rumore che divide e il silenzio che costruisce.

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