16/07/2026
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Se il calcio è specchio dell’anima: ricordi, identità e “Malatìa Azzurra” al Tennis Club Napoli

libro di Guido Clemente di San Luca, Malatìa Azzurra e identità. Dal terzo al quarto scudetto - Radiografia di una passione attraverso le regole
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Tra memoria personale, sociologia del tifo e rigore civile, la presentazione del libro di Guido Clemente di San Luca diventa un viaggio nell’identità napoletana

Di Bruno Marfé

Ci sono sere in cui il tempo sembra divertirsi a riavvolgere il nastro, sovrapponendo memoria, amicizia e passione. È accaduto nella splendida cornice del Tennis Club Napoli, in occasione della presentazione dell’ultimo libro di Guido Clemente di San Luca, Malatìa Azzurra e identità. Dal terzo al quarto scudetto – Radiografia di una passione attraverso le regole, pubblicato da Editoriale Scientifica.
Per chi scrive, l’emozione è iniziata ben prima dell’inizio del dibattito. Arrivare con un po’ di anticipo ha significato ritrovare volti amici e lasciarsi sorprendere da un piccolo cortocircuito della memoria. Tra i sorrisi di Guido Clemente di San Luca e le riflessioni sempre acute dell’amico Roberto Di Salvo, il destino ha voluto regalare anche il piacevole incontro con due vecchi compagni di classe, miei e di Guido: Achille Eugenio Lauro e Pasquale Massa.
Il pensiero è corso inevitabilmente agli anni della sezione A del Liceo Mercalli, quando si cresceva tra sogni, speranze e una passione azzurra che sembrava accompagnare ogni stagione della vita. È bastato poi poco per ritrovarci con la mente allo Stadio — ancora San Paolo, nella memoria e nel cuore — dove Guido e Pasquale, sui gradoni della Curva A, ed io al tabellone elettronico, vivevamo la nostra fede calcistica. O per ricordare le responsabilità di chi, allora giovane dipendente del Comune di Napoli, era chiamato a gestire quello schermo luminoso che guardava tutto lo stadio dall’alto.
Da quella cabina di regia nacque una piccola pagina di folklore azzurro. Era una sera di campionato, Maradona aveva appena incantato con uno di quei numeri suoi — un dribbling, un tiro, una di quelle invenzioni che non si potevano descrivere, soltanto subire — e la mano corse da sola sui tasti: sul tabellone comparve la scritta “DIEGOL”. Una parola inventata, ibrida, mezzo nome e mezzo grido, che fondeva Diego e goal in un unico lampo. Il Mattino la giudicò con severità compassata; Italo Kuhne, dalla Domenica Sportiva, ne colse invece l’ironia affettuosa e la celebrò con entusiasmo. Certi errori, a Napoli, diventano poesia.
La serata, tuttavia, non è stata soltanto un piacevole album dei ricordi. Al centro dell’incontro, moderato con la consueta competenza da Arturo Minervini, vicedirettore di TuttoNapoli.net, c’era il volume di Guido Clemente di San Luca: un’opera capace di coniugare il rigore del giurista con la passione del tifoso. Un libro che raccoglie tre anni di riflessioni e articoli, dal 2024 al 2026, e che sviluppa una convinzione precisa: a Napoli non si può vincere aggirando le regole, perché il rispetto delle regole non rappresenta un ostacolo, ma costituisce l’essenza stessa della vittoria.Tra i passaggi più destinati a restare, l’autore ha condensato la propria idea di identità in una formula tanto provocatoria quanto efficace: «Ci sono tre parole per definire la nostra identità: antifascista, antirazzista e antijuventino». Una triade che, al di là del sorriso che suscita, dice qualcosa di serio: le prime due parole segnano un’appartenenza civile e morale; la terza, apparentemente scanzonata, traduce in codice calcistico una resistenza identitaria che Napoli conosce bene — la diffidenza verso chi ha costruito il proprio primato anche attraverso privilegi e asimmetrie di potere. Il calcio, ancora una volta, come linguaggio in cui si sedimentano posture più antiche.

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Non è un tema nuovo, tra me e Guido. Qualche mese fa, su queste stesse pagine, avevo provato a ragionare con lui proprio sul nodo identità-vittoria, mentre ero in volo sopra l’Atlantico e seguivo Napoli-Juventus attraverso i messaggi degli amici. Lui aveva scritto di “schizofrenia” del tifoso azzurro, della contraddizione di avere in panchina un allenatore che è simbolo della juventinità; io gli avevo risposto, idealmente da Salvador de Bahia, che forse quell’uomo simbolo era stato costretto dalle circostanze ad assomigliare un po’ a noi. Il dibattito è rimasto aperto — come sempre, tra chi la pensa in modo affine ma non identico.
Ad arricchire il confronto sono stati i saluti istituzionali di Achille Eugenio Lauro, vicepresidente del Tennis Club Napoli, e di Alfredo, cui sono seguiti gli interventi di quattro ospiti capaci di alternare riflessioni profonde a momenti di autentica ironia calcistica. Le sorelle Gemma e Silvia Tuccillo hanno restituito con spontaneità il lato più viscerale del tifo napoletano: quello fatto di scaramanzie tramandate, di silenzi prima del rigore e di urla che durano quanto un’estate. Riccardo e Lorenzo Marone, padre e figlio, hanno offerto invece un dialogo tra generazioni capace di commuovere: il figlio che riconosce nel padre le stesse reazioni davanti a un gol, e capisce che quella non è soltanto passione sportiva, ma un modo di stare al mondo che si eredita senza saperlo.
Più che una semplice presentazione editoriale, quella del Tennis Club Napoli si è trasformata in una serata di racconti, sorrisi e memoria condivisa. Un incontro nel quale la Napoli che guarda al futuro e quella custodita nei ricordi si sono ritrovate fianco a fianco.
In fondo, il “DIEGOL” sul tabellone dello stadio vale più di qualsiasi sociologia del tifo. Era un errore diventato grido, un nome trasformato in leggenda, la prova che a Napoli il calcio non si racconta: si inventa, si vive, si tramanda. Come tutto ciò che conta davvero.

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