16/07/2026
Il Confronto Home » Sport » Mondiali USA 2026: cronaca di un disastro annunciato (e il peso di aver avuto ragione)

Mondiali USA 2026: cronaca di un disastro annunciato (e il peso di aver avuto ragione)

mondiali 2026
Condividi l'articolo

di Bruno Marfé

Qualche tempo fa, dalle colonne di questo spazio, ebbi l’ardire di lanciare un allarme che forse fu giudicato eccessivo. Oggi, con il torneo nel vivo, non provo alcuna soddisfazione nel poter dire «ve l’avevamo detto». Non è un vezzo da Cassandra: è la constatazione di un copione che si è svolto come prevedibile, trasformando un timore in una realtà che lascia poco spazio alle sorprese.
Il lato oscuro di questa Coppa del Mondo ha ormai superato i confini del campo da gioco. Il calcio, che per decenni ha funzionato come uno degli strumenti più potenti di incontro fra i popoli, appare sempre più schiacciato da logiche di esclusione e da una ossessione securitaria che ne altera lo spirito universale.

Episodi concreti di controllo alle frontiere

La vicenda dell’arbitro internazionale Omar Artan — somalo, insignito del titolo di Miglior Arbitro CAF nel 2025 — respinto all’ingresso negli Stati Uniti nonostante la selezione ufficiale per il Mondiale, ha sollevato interrogativi sulla gestione dei controlli alle frontiere. US Customs and Border Protection ha dichiarato che Artan fu ritenuto non ammissibile per ragioni legate alla verifica dei precedenti, senza fornire ulteriori spiegazioni. La FIFA ha confermato ufficialmente che l’arbitro non potrà né allenarsi né dirigere partite al Mondiale 2026, precisando di non essere coinvolta nei processi di immigrazione del Paese ospitante, incluse le decisioni sui visti.
La nazionale del Senegal — tra i quattro Paesi soggetti a restrizioni di viaggio secondo un’analisi sull’impatto delle politiche migratorie sul Mondiale 2026 — e quella dell’Uzbekistan hanno denunciato procedure di controllo invasive, con perquisizioni prolungate e verifiche straordinarie ai danni di giocatori e staff.

Caso Iraq: giocatore e fotografo detenuti

Anche il caso della nazionale irachena ha contribuito a creare un clima nel quale diventa difficile distinguere tra esigenze di sicurezza legittime e misure che appaiono mirate. Il giocatore iracheno Aymen Hussein è stato trattenuto per diverse ore prima di poter raggiungere i compagni, mentre il fotografo ufficiale della federazione Talal Salah è rimasto in stato di detenzione per oltre dieci ore, sottoposto a controlli dei dispositivi elettronici e infine respinto dall’ingresso negli Stati Uniti.

Geopolitica: l’Iran in Messico

La geopolitica ha assunto un peso tangibile nell’organizzazione della competizione. La nazionale iraniana è stata costretta a stabilire la propria base operativa a Tijuana, in Messico, raggiungendo gli Stati Uniti esclusivamente in occasione delle partite ufficiali — una soluzione che ha creato evidenti difficoltà logistiche e simboliche. L’Iran ha denunciato il respingimento di quindici tra funzionari e membri dello staff di supporto, definendo la situazione come la forma più grave di ingerenza politica nello sport.

Prezzi dei biglietti: uno choc per i tifosi

Sull’altro fronte, l’organizzazione tecnica non è stata esente da critiche. I prezzi dei biglietti per il Mondiale 2026 sono stati giudicati proibitivi: le fasce di prezzo vanno da 60 a oltre 32.000 dollari per alcune categorie, con aumenti significativi rispetto alle edizioni precedenti. Secondo il New York Post, i tifosi che intendono seguire la propria nazionale si trovano di fronte a un vero e proprio shock economico. Condizioni incerte di alcuni terreni di gioco e limitazioni negli spostamenti dei tifosi hanno alimentato un malcontento diffuso.

Sicurezza vs. festa: la marcia verso gli stadi sacrificata

Perfino la tradizionale marcia festosa verso gli stadi — quella massa gioiosa che ha sempre incarnato l’anima popolare del Mondiale — sembra essere stata sacrificata sull’altare della sicurezza. Restrizioni sugli orari, percorsi controllati e spazi dedicati segmentati hanno alterato la dinamica degli incontri tra tifoserie.

Contrasto con il Messico: calore contro asetticità

Il contrasto con i Paesi co-organizzatori è netto. Il Messico, autentica terra di calcio, ha accolto squadre e tifosi con calore e festosità — la cerimonia inaugurale di Città del Messico si preannunciava come uno spettacolo ricco di suoni, colori e celebrazione popolare, secondo la stessa FIFA. Questa realtà ricorda l’anima più genuina della Coppa del Mondo e rende ancora più evidente il carattere asettico dell’accoglienza in alcune città statunitensi.

Sparatoria vicino al campo di allenamento dell’Inghilterra

Mentre, a pochi chilometri dai ritiri, si consumano tragedie della cronaca — una sparatoria nei pressi del centro di allenamento dell’Inghilterra a Kansas City ha lasciato nove persone ferite, a circa sei chilometri da Swope Soccer Village —, il paradosso diventa evidente: si è costruita una fortezza attorno al torneo, ma non si sono eliminate le vulnerabilità sociali esterne.

Conclusione

Il Mondiale del 2026 assegnerà comunque un vincitore, produrrà record e regalerà immagini memorabili. Ma fuori dal rettangolo verde resterà il ricordo di una competizione che, in molti aspetti, ha rinunciato alla vocazione inclusiva del calcio, sostituita da nuovi muri, diffidenze e da una sensazione di torneo assediato.Avere avuto ragione non consola: lascia soltanto un retrogusto amaro. Nessun appassionato avrebbe voluto assistere alla cronaca di un disastro annunciato. Se vogliamo che i grandi eventi ritrovino la loro funzione di incontro e spettacolo condiviso, è il momento di chiedere responsabilità e misure correttive — dalla trasparenza nelle procedure d’ingresso alla revisione delle politiche sui biglietti e sulla gestione degli spazi pubblici — per restituire al calcio la sua capacità di unire.

Notizie sull'Autore


Condividi l'articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *