Il Ministro del Cappio e del Caos: come la strategia di Ben‑Gvir sfida la legalità internazionale
Ben Gvir - imm. web
Tra provocazioni simboliche, tensioni interne e conseguenze diplomatiche, l’azione politica di Itamar Ben‑Gvir, Ministro della Sicurezza Nazionale israeliano e leader dell’estrema destra, apre interrogativi sul rapporto tra potere, istituzioni e diritto internazionale
di Bruno Marfé
Fino a che punto la propaganda politica può nutrirsi della cultura della morte prima di collassare sotto il peso delle proprie contraddizioni istituzionali? È questa la domanda che si impone osservando la parabola di Itamar Ben-Gvir, Ministro della Sicurezza Nazionale israeliano e leader dell’estrema destra confessionale. Una figura che divide profondamente l’opinione pubblica israeliana e internazionale e che si trova oggi al centro di nuove polemiche — non soltanto per le sue posizioni politiche, ma anche per le conseguenze che la sua azione sta producendo sul piano diplomatico e, potenzialmente, su quello giudiziario.
Una strategia della provocazione
Per comprendere il fenomeno Ben-Gvir è necessario osservare insieme la dimensione simbolica della sua comunicazione pubblica e gli effetti concreti della sua azione di governo. In entrambi i casi emerge una costante: la provocazione come strumento di consenso e di costruzione identitaria.
Va detto, per onestà di analisi, che questa strategia non nasce nel vuoto. Ben-Gvir intercetta paure reali in una parte dell’elettorato israeliano — il bisogno di sicurezza in una società che vive da decenni in condizioni di conflitto permanente, la frustrazione per una classe dirigente percepita come distante, il desiderio di risposte nette a minacce concrete. È proprio su questo substrato che la sua comunicazione fa leva, trasformando la radicalità in rassicurazione per chi si sente abbandonato dalla politica tradizionale.
All’inizio di maggio, in occasione del suo cinquantesimo compleanno, il ministro ha condiviso immagini di una torta realizzata dalla moglie Ayala. Il dolce raffigurava pistole, una mappa che includeva Gaza e Cisgiordania all’interno di Israele e un cappio dorato accompagnato dalla scritta “A volte i sogni si avverano”. Le immagini hanno suscitato forti critiche sia in Israele sia all’estero, poiché il cappio è apparso a molti osservatori come un richiamo simbolico alla battaglia politica che Ben-Gvir conduce da anni a favore dell’introduzione della pena di morte per i terroristi.
Poche settimane dopo, quel simbolismo è tornato al centro della scena. In un video registrato all’interno della cella che ospitò Adolf Eichmann prima della sua esecuzione, Ben-Gvir ha rilanciato la propria campagna per la pena capitale, dichiarando che Israele avrebbe dovuto mandare “molti Eichmann al patibolo”. La scelta del luogo e il contenuto del messaggio hanno alimentato nuove polemiche: numerosi commentatori hanno interpretato quell’iniziativa come un utilizzo strumentale della memoria della Shoah per rafforzare una narrativa fondata sulla punizione esemplare. La memoria della Shoah, nella storia israeliana, ha sempre rappresentato un territorio sacro, sottratto per convenzione alla strumentalizzazione politica contingente. Vederla mobilitata a fini di propaganda interna ha provocato reazioni dure anche all’interno della stessa società israeliana.
Governance promessa, caos prodotto
Ma è soprattutto sul terreno della governance che emerge il paradosso politico del ministro. Lo slogan che ha accompagnato la sua ascesa prometteva il ripristino dell’ordine pubblico e una maggiore sicurezza per i cittadini israeliani. I risultati, secondo i suoi critici, raccontano una storia diversa.
Negli ultimi anni Israele è stato attraversato da manifestazioni prolungate, tensioni interne e scontri politici che hanno spesso coinvolto direttamente il Ministero della Sicurezza Nazionale. Le opposizioni, insieme a numerosi movimenti civici, accusano Ben-Gvir di aver contribuito ad aggravare la polarizzazione del Paese attraverso una gestione fortemente ideologica delle forze di polizia e dell’ordine pubblico.
Lo slogan comparso in molte manifestazioni — “Ci avevate promesso la governance, abbiamo ottenuto il caos” — sintetizza efficacemente questa critica. Secondo i detrattori del ministro, la continua contrapposizione tra sostenitori e oppositori, l’utilizzo di una retorica divisiva e la tendenza a delegittimare il dissenso definendo gli avversari come “anarchici” o elementi ostili allo Stato hanno finito per alimentare le tensioni piuttosto che contenerle.
In questo quadro si inserisce anche la questione del reclutamento di ebrei ultraortodossi all’interno di specifiche unità della polizia di frontiera. L’iniziativa, presentata dal ministro come un successo di inclusione istituzionale, viene letta dai suoi critici come un tentativo di rafforzare la propria influenza politica negli apparati di sicurezza. La posta in gioco, in questo caso, non è soltanto simbolica: riguarda il principio di neutralità che dovrebbe caratterizzare le forze dell’ordine in uno Stato democratico, e la distinzione tra fedeltà alle istituzioni e fedeltà a una corrente politica.
La Flotilla e le conseguenze internazionali
L’episodio che ha proiettato Ben-Gvir al centro di una controversia internazionale è legato al blocco della Flotilla umanitaria diretta verso Gaza all’inizio di giugno. L’operazione ha coinvolto attivisti provenienti da diversi Paesi, compresa l’Italia, e ha generato una forte reazione politica e mediatica in tutto il mondo occidentale.
Particolare indignazione hanno suscitato alcuni contenuti diffusi sui social network riconducibili al ministro, nei quali gli attivisti fermati apparivano bendati, immobilizzati o comunque sottoposti a condizioni che numerose organizzazioni per i diritti umani hanno definito umilianti e degradanti. La diffusione pubblica di quelle immagini ha contribuito ad amplificare le polemiche e a trasformare un’operazione di sicurezza in un caso diplomatico di rilievo internazionale.
Le denunce presentate da alcuni attivisti hanno alimentato richieste di approfondimento giudiziario in diversi Paesi europei. In Italia, il dibattito si è esteso dalle sedi politiche a quelle giudiziarie, mentre numerose associazioni hanno chiesto che vengano accertate eventuali responsabilità per i fatti avvenuti durante l’intercettazione della nave. Su questi profili — la qualificazione giuridica dei comportamenti contestati, l’eventuale apertura di procedimenti formali e le possibili sanzioni richieste — è doveroso attendere gli sviluppi ufficiali prima di trarre conclusioni: si tratta dei passaggi più delicati della vicenda, che richiedono riscontri documentali precisi e che solo le autorità competenti potranno valutare compiutamente.
Ciò che appare già evidente, sul piano politico, è che la gestione della Flotilla ha aggravato l’isolamento internazionale di Ben-Gvir. Diversi governi europei e organizzazioni internazionali hanno espresso crescente preoccupazione per il suo ruolo nell’esecutivo israeliano, non soltanto in relazione a questo episodio, ma per una linea politica complessiva considerata sempre più difficile da conciliare con i principi del diritto internazionale umanitario e con le norme che regolano il trattamento dei civili durante i conflitti.
Il prezzo della mobilitazione permanente
La risposta del ministro è stata coerente con il suo stile: respingere ogni accusa denunciando una campagna di delegittimazione contro Israele. Una posizione che continua a rafforzare il consenso della sua base elettorale, ma che al tempo stesso contribuisce ad accrescere l’isolamento della sua figura nelle sedi internazionali.
Il ritratto che emerge da questa sequenza di eventi è quello di un leader che ha trasformato la provocazione permanente in una precisa strategia politica. Quella strategia ha una sua coerenza interna: risponde a bisogni reali, parla un linguaggio comprensibile a chi si sente minacciato, offre certezze semplici in un contesto di complessità opprimente. È per questo che funziona elettoralmente.
Ma funziona anche istituzionalmente? Qui il bilancio è molto più problematico. La traiettoria politica di Ben-Gvir pone interrogativi profondi sul rapporto tra potere, responsabilità istituzionale e rispetto delle norme internazionali. Le polemiche legate ai simboli della pena di morte, le tensioni interne alla società israeliana e le controversie nate attorno alla Flotilla mostrano come la ricerca della mobilitazione permanente possa trasformarsi in un fattore di instabilità — non soltanto per i Paesi con cui Israele deve mantenere relazioni diplomatiche, ma per la stessa coesione interna di uno Stato che si definisce democratico.
Sarà la magistratura, insieme agli eventuali organismi internazionali competenti, a stabilire se e dove esistano responsabilità giuridiche nei singoli episodi contestati. Sul piano politico, la valutazione può essere formulata già adesso: quando la provocazione smette di essere uno strumento di comunicazione e diventa un metodo di governo, il rischio non è soltanto quello di dividere la società che si amministra. Il rischio è che siano le stesse istituzioni a perdere progressivamente la capacità di distinguere tra l’esercizio dell’autorità e la ricerca dello scontro permanente. Con conseguenze che, a quel punto, non riguardano più soltanto chi governa, ma tutti coloro che in quello Stato vivono e che di quelle istituzioni si fidano.
