17/10/2026
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Verso Santiago, il Campo delle Stelle

verso santiagfio il cammino di padre Daniele Moschetti prima del ritorno in Sud Sudan

Il cammino di padre Daniele Moschetti verso Santiago

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Quindici giorni a piedi, dall’Atlantico all’Obradoiro: il cammino di padre Daniele Moschetti prima del ritorno in Sud Sudan

di Bruno Marfé

Ho conosciuto padre Daniele Moschetti a Castel Volturno, molti anni fa, e da allora ho seguito da vicino molte delle sue opere in questo territorio. Una delle più recenti è il polo sportivo di Destra Volturno, nel quartiere più periferico della città: campi di calcetto, pallavolo e basket, frutto dell’impegno dei missionari comboniani, finanziati da capitali privati e offerti gratuitamente alla comunità. Padre Daniele ci ha lavorato senza sosta per otto anni. «Non riparte solo un’area periferica», disse all’inaugurazione, «da qui riparte tutta la città».
È un uomo che tiene insieme due cose che di rado stanno insieme: un’anima ascetica, raccolta, e un modo di agire concreto, che si sporca le mani. Per questo mi è parso quasi doveroso raccontare il suo cammino a Santiago, l’ultimo prima di tornare in Sud Sudan.
C’è un grido antico che da secoli accompagna chi va verso Santiago: Ultreia et Suseia. Come spiega padre Daniele, significa «andare oltre» e «guardare più in Alto», con la A maiuscola quando si parla di Dio. Non chiede di accelerare il passo, chiede di sollevare lo sguardo.
Lui lo ha sollevato il 12 ottobre, quando la cattedrale è comparsa davanti a lui e alla sua compagna di strada, Maria Caianiello, volontaria e collaboratrice della Associazione Black and White che opera a Castel Volturno. Alle spalle avevano quindici giorni di strada, cominciata il 28 settembre a Matosinhos, sulla costa di Porto, in Portogallo, tra il fragore dell’Atlantico e la polvere dei sentieri. Davanti, un altro viaggio: il ritorno a Juba, il 20 novembre.

Un popolo nello zaino

Il Sud Sudan è il Paese più giovane del mondo: indipendente dal 2011, è precipitato nella guerra civile già nel dicembre 2013. L’accordo di pace del 2018 non ha richiuso le ferite, e la popolazione continua a vivere tra insicurezza, sfollamenti e istituzioni fragili. È lì che padre Daniele tornerà, e a quel popolo ha affidato ogni tappa, come una preghiera che non si interrompe. «Tanta preghiera per tutti voi», scriveva ogni sera da un ostello diverso. E quando c’era una chiesa aperta, una messa in portoghese: «Non si capisce, ma sempre bene».
Dovevano essere in tre. Il terzo, Lorenzo Mottola, pediatra, che poche settimane prima aveva parlato di pace in un convegno ad Aversa, non è potuto partire per motivi familiari e personali. La sua assenza ha pesato fin dal primo passo, ma nel cammino lo hanno portato con sé nello spirito, un compagno in più lungo tutta la strada.
Sono partiti con poco: zaini leggeri, una vescica a testa, il rumore delle onde che li seguiva anche quando il sentiero s’infilava tra gli alberi.

Quattro nazioni su una barca

Poi la strada ha chiesto di più. Un giorno hanno camminato trentacinque chilometri e, arrivati a Caminha, un paesino del Portogallo, l’ostello comunale, che si sperava aperto, era chiuso per lavori, mentre i posti nelle strutture private erano esauriti. Sulla riva del fiume dondolava una barchetta pronta a portare la gente dall’altra parte, verso la Spagna.
Vi sono saliti in sei: due olandesi con le biciclette, un coreano, Maria, il barcaiolo che li portava dall’altra parte e un prete. Quattro nazionalità su un’imbarcazione che avrebbe stentato a contenerne due. In silenzio, guardavano l’acqua e aspettavano la riva opposta, ma sempre gioiosi: avevano trovato una via d’uscita e potevano passare dall’altra parte del fiume.
Sull’altra sponda, ad A Guarda, un altro paesino, questa volta in Spagna, li attendeva una salita che sembrava non finire.

Gli angeli custodi e i compagni di strada

E lì, ormai stanchi, hanno trovato Avelino, un uomo di ottant’anni con una macchina un po’ vecchia. I due si sono guardati, chiedendosi se potevano fidarsi. «Guardate, sono un prete», ha detto padre Daniele. E Avelino li ha accompagnati generosamente fino alla porta dell’ostello, tre o quattro chilometri più avanti, come se la salita fosse stata la sua.
«Non è stato l’unico angelo custode», dice oggi il missionario. Ce ne sono stati altri, senza nome, apparsi quando le frecce gialle sparivano e la strada sembrava smarrirsi.
Fin dalla prima tappa hanno incontrato Walter, un anziano signore belga. Si ritrovavano ovunque, senza alcun appuntamento, come mossi da una sorta di regia invisibile: si incontravano sempre. Walter ascoltava con attenzione quando padre Daniele parlava dell’Africa. La sera Maria compiva gli anni, e il compleanno è stato condiviso con tanti: il compagno coreano, ma anche amici ucraini, croati e canadesi, attorno a una torta e a un gelato offerti ai pellegrini. Una festa semplice, di quelle che nessuno dimentica.
Più Santiago si avvicinava, più i sentieri si riempivano di uomini e donne con lo zaino sulle spalle, venuti da ogni parte del mondo, tutti in cerca, come scrive padre Daniele, «di qualcosa, di qualcuno o di Qualcuno». Credenti, laici, atei: ciascuno con la propria fatica e la propria domanda. «Un vero areopago per il mondo», lo chiama, dove perfino gli sconosciuti si scoprono fratelli per il solo fatto di camminare nella stessa direzione.

Tra il cemento e la preghiera

Il cammino attraversa anche le città, e non tutte accolgono allo stesso modo. Vigo, dove gli italiani ricordano i Mondiali del 1982, non li ha conquistati: palazzi di quindici e venti piani che continuano a salire, «una città di cemento», dice padre Daniele. Pontevedra gli è parsa un’altra cosa: una città di storia e di gusto, dove gli spagnoli vivono le piazze in mezzo ai pellegrini e nessuno sembra avere fretta.

La sera, quando potevano, entravano in chiesa per la messa. Quasi sempre durava venti, venticinque minuti, e poi si andava via, senza un commento al Vangelo, senza una parola per i pellegrini che forse attendevano un cenno di accompagnamento e di profondità. «A volte ci sembra che si perdano grandi opportunità», confida il missionario, con il dispiacere di chi sa quanto sia grande la fame di senso di chi si mette in cammino.

La Via Crucis sul mare

Qualche giorno prima di arrivare a Santiago, la strada li ha portati su un’altra barca, molto diversa dalla prima. Era piena di pellegrini che facevano il percorso spirituale, ripassando esattamente il cammino che, secondo la tradizione, fece il corpo di San Giacomo fino a Padrón, prima di essere portato al Campo delle Stelle. Padre Daniele la chiama una Via Crucis marittima, unica al mondo: una Via Crucis distesa sulle onde, tra croci di pietra affioranti dall’acqua.
Era il 10 ottobre, memoria di San Daniele Comboni. Un comboniano cammina in modo diverso quando sente accanto a sé lo spirito di chi, ben prima di lui, ha dato la vita per l’Africa.

L’Obradoiro e la tavola dei pellegrini

A Santiago li aspettava la cattedrale e, prima ancora, l’ultima tappa. Quella mattina erano partiti alle cinque, cinque e mezza, nel buio, per arrivarci a piedi: alle 8:30 erano in Piazza dell’Obradoiro, davanti alla cattedrale, e subito dopo al centro di accoglienza dei pellegrini per ricevere la Compostela, il documento, la pergamena che dice al pellegrino: ce l’hai fatta.
Dietro quei biglietti c’è una tradizione che viene dal passato. Il Parador è l’antico Hostal de los Reyes Católicos, il grande palazzo che i Re Cattolici fecero costruire tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento per accogliere e curare i pellegrini, e che oggi è un albergo di lusso. Ancora oggi, ogni giorno, ai primi dieci pellegrini in fila per la Compostela spetta un pasto gratuito. Padre Daniele e Maria erano andati al centro di accoglienza solo per la Compostela, e non sapevano che sarebbero stati tra quei dieci e che avrebbero avuto in dono un pasto in quell’albergo di lusso.
Dopo la messa solenne di mezzogiorno in cattedrale, alle 13:00 si sono ritrovati davanti alla porta del Parador con pellegrini di sette nazionalità diverse, e hanno condiviso storie profonde. Sul tavolo non c’era solo il cibo, ma il senso di fraternità e di solidarietà del cammino, che va ben oltre la famiglia: la grande famiglia umana, che ti fa riscoprire l’umanità che c’è in ciascuna persona di questo mondo.
Nel pomeriggio, a pranzo, lui e Maria hanno voluto celebrare con la cucina galiziana: il polpo (polbo), il merluzzo (merluza) e la torta di Santiago, un po’ a nome di tutti, in una cucina che li affascina e in una delle zone più belle della Spagna. Un brindisi e un ricordo rivolto a tutti quelli rimasti a casa: i malati, gli amici della Black and White, i confratelli comboniani, la parrocchia di Pescopagano, e quanti soffrono a causa delle guerre nel mondo.

L’ultima notte

L’ultima notte l’hanno passata in aeroporto, in attesa del volo del mattino seguente. Dal Campo delle Stelle a un sedile di terminal, con il check-in aperto alle cinque e il cuore ancora pieno: il Cammino si chiude senza cerimonie, nel modo più feriale possibile.
Ma il Cammino, ricorda padre Daniele, non finisce all’Obradoiro. Per lui significa tornare a Juba, a ricominciare, con un passo più lento e uno sguardo più alto. Per tutti gli altri che hanno fatto il cammino, significa ritrovare e continuare il proprio cammino nella vita quotidiana, dovunque essa sia, cercando di trasformare in realtà quotidiana ciò che la riflessione, la preghiera, la condivisione e la solidarietà vissute lungo la strada hanno seminato. Non vale soltanto per lui, ma per tutti: è il cammino comune che hanno fatto insieme.
Buen Camino. Ultreya et Suseya.

Le citazioni sono tratte da scritti e messaggi audio inviati da padre Daniele Moschetti.

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