09/03/2026
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IL COLORE ROSSO-VERMIGLIO DELLA FREDDA VENDETTA DI GIOVANNI DA PROCIDA

giovanni da procida
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di Elio Notarbartolo

Giovanni da Procida fu un patrizio Salernitano e signore di Procida molto amico, fino ad esserne consigliere ascoltato, di Federico di Svevia, il grande imperatore.

Fu anche cancelliere di re Manfredi, lo sfortunato figlio di Federico..

Carlo d’Angiò, dopo aver sconfitto Manfredi nella battaglia di Benevento del 1266, sentì parlare di Giovanni con grande lode di lealtà e di conoscenze mediche e volle mostrargli la sua benevolenza includendolo tra i medici della sua corte.

Giovanni, leale amico della corte sveva, non ebbe nulla da dire in contrario: consevava i suoi territori e non incorreva in nessuna persecuzione quale ex esponente del partito guelfo.

Carlo, però, aveva un piccolo vizio, quello di insidiare le donne di altri anche se era amico dei mariti.

Giovanni aveva sposato Pandolfina Fasanella della famiglia baronale di Postiglione.

Non si tenne la posta e fuggì dal regno.

Aveva un fratello, Landolfo, e un nipote, anche lui di nome Giovanni, e 4 nipoti: un maschio, Adenolfo, e tre femmine, Berdilla, Gisolfa e Colella, e se li portò con sè in modo da non poter essere ricattato da Carlo.

La stessa cosa, quella di avere la moglie insidiata dal re era successa anche ad Enrico di Chiaromonte, cavaliere nobilissimo per ascendenze e valor militare.

Come Giovanni, così anche Enrico di Chiaromonte si rifugiò presso presso la corte di Pietro d’Aragona in Spagna.

Da uomo dotto e pacifico versato nella medicina e nella giurisprudenza, Giovanni si legò al dita la grave offesa e a Carlo d’Angiò mal glie ne incolse.

Carlo era già accreditato presso le varie corti di allora; conosceva più lingue e cominciò a girare per tutte le corti non alleate con gli Angioini, comprese quelle di Algeri e di Tunisi e non fu contento se non quando l’alleanza da lui promossa non condusse alla sollevzione di Palermo e della Sicilia contro Carlo e ai famosi Vespri Siciliani del 1282.

Gli Angioini erano molto arroganti e non sopportavano più di tanto la tracotanza francese.

Quando furono sicuri che le potenze collegate da Giovanni erano prote a intervenire, i Siciliani si sollevarono prima a Palermo e poi in altri punti della Sicilia e la terra dell’isola bevve il sangue di circa 20.000 francesi.

Dove poterono, gli Angioini cercarono la salvezza con la fuga, e Carlo che, aveva in animo di conquistare parte dell’Impero Romano d’Oriente dovette fare dietro front per portare le sue truppe, dirette verso l’Albania, su 160 galle, a sbarcare in Sicilia e ad assediare Messina.

Implacabile, Giovanni da Procida, corse subito in Spagna a sollecitare Pietro d’Aragona, già messo sull’avviso, a muovere con la sua flotta verso la Sicilia, a sbarcarvi e a coordinare la rivolta di popolo e baroni contro Carlo d’Angiò

Pietro d’Aragona, il 30 agosto 1282 fu solennemente incoronato a Palermo re di Sicilia e il suo ammiraglio, Ruggero di Lauria si recò a Messina a sopraffare la flotta angioina.

Le galere francesi furono decimate sotto Reggio calabria.

Per di più, facndo allontanare Carlo dal suo regno con un pretesto ordito dagli alleati di Giovanni, lo stesso Ruggiero di Lauria riuscì ad ingaggiare una nuova battaglia navale con la flotta angioina al largo delle coste napoletane, e a fare prigioniero il figlio di Carlo d’Angiò.

Una vendetta così grande Giovanni da Procida non l’aveva nemmeno immaginata: togliere a Carlo l’intera Sicilia era nei piani, ma togliergli anche il figlio era inizialmente impensabile.

Anche Enrico di Chiaromonte che, in seguito, si dimostrò una personalità preziosa per la Sicilia, si sentì soddisfatto.

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