L’ironia ed il buonumore negli atteggiamenti del popolo napoletano (nonostante tutto)

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a cura di Raffaele Bocchetti

Garibaldi a Teano, consegnò il Sud nelle mani di Vittorio Emanuele II.

Il Regno delle due Sicilie si dissolse nonostante la disperata resistenza a Gaeta di Maria Sofia, la moglie di Francesco II di Borbone. Napoli, per l’abile politica di Cavour, da capitale divenne simbolo di degrado e causa di ogni male. Tutta la riserva aurea del Sud, una delle più cospicue d’Europa, passo nelle mani del Regno d’Italia.

Fu soffocata l’economia del territorio, repressa la sua cultura, bloccata ogni possibilità di ripresa. I Napoletani, come tutti i Meridionali, non erano contenti di essere stati truffati, di aver sacrificato all’unità d’Italia il loro antichissimo ruolo di cittadini di una capitale tra le più importanti di Europa per un pugno di niente. Dall’amarezza nacque un intimo risentimento. Il mondo dell’arte popolare cercò, allora, di riprendere la parola: e il popolo cantò i più nostalgici versi di grande spessore.

Ad essi, negli anni successivi, si ispirarono celebri poeti e insigni musicisti, per ricavarne autentici capolavori. Una infinità di canzoni a sfondo sarcastico e ironico si diffusero velocemente nel tessuto sociale, e molti, anche semplici popolani, improvvisarono canzoncine ironiche e significative nei confronti della soffocante autorità piemontese. Napoli, per sua natura, “città bifronte” come la definisce Raffaele La Capria, alternava momenti di disperazione a momenti di spensieratezza, traendo con gli artisti dell’epoca, profonda ispirazione dall’ambiente politico, con risultati assolutamente sorprendenti per il tocco di intuitività di facile presa nel popolo. Divenne subito celebre la canzoncina dai versi molti significativi e ironici: “Vi’ quant’è bella Napule/ pare ‘nu franfellicco (caramella a forma di bastoncino)/ ognuno vene e allicca (lecca con piacere)/ arronza( si appropria con violenza di quel che trova) e se ne va”.

Nell’800, le strade di Napoli odoravano di caffè e risuonavano di melodie intonate da menestrelli, cantori e, in ultimo, dai cosiddetti “posteggiatori” che contribuirono, in maniera determinante, alla diffusione della canzone napoletana in tutto il mondo, girando per le taverne con le loro chitarre, a cantare per il piacere degli avventori e dei turisti. A Napoli si è cantato sin dai tempi di Virgilio e di Seneca che, infatti ne parlarono: il primo se ne rallegrava; l’altro era dispiaciuto che, a Napoli, si sacrificasse il teatro serio a favore di feste e gare canore.

Nel Duecento Federico II di Svevia dovette emanare un editto per limitare gli orari in cui si poteva cantare senza disturbare il sonno degli abitanti. Nel Trecento, Boccaccio scrive di quell’inno sublime che le lavandaie dedicavano al sole, “jesce, Sole… nun ce fa’ suspirà…”. Insomma, da sempre i Napoletani hanno trovato nel canto un modo per rendere meno leggero il lavoro, per festeggiare, per piangere, per rimpiangere, e per ogni altra ragione: anche per denunciare o criticare abusi. E dal 1860 in poi, di abusi se ne videro tanti a Napoli, e tuttora se ne realizzano tanti, in tutto il Mezzogiorno. I Napoletani erano dediti al gioco del lotto, ma, subito dopo l’ingresso di Garibaldi, fu emesso un editto dittatoriale che abolì quel gioco definito “di azzardo”. Anche su questo tema si sprecarono versi e canzoncine popolari inneggianti alla libertà di divertirsi tentando la fortuna. In realtà a questo gioco si divagavano specialmente le persone più anziane. Ma gli altri, come si divertivano? Gli aristocratici col teatro, frequentando il San Carlo e i tantissimi teatri e teatrini, i più colti, spesso prezzolati dal governo, dando sfoggio delle loro “intellettualità”, attraverso scritti e pensieri che aiutavano a far comprendere come positiva la situazione del momento. C’erano, poi, che, rischiando la pelle, ma con molta circospezione e prudenza, esternavano i loro sentimenti nostalgici per il vecchio regime. Oltre al casto e semplice divertimento rappresentato dal fervore dei posteggiatori, c’erano le “periodiche” (festicciole familiari) che, oltre a rappresentare un momento di socializzazione, rendevano subito popolari motivi inediti.

Un altro modo di trascorrere il tempo in maniera piacevole era frequentare bettole e taverne, dove i più abbienti avevano modo di sperimentare nuove pietanze o rivisitarne quelle classiche.

Tante erano le taverne: quella delle “carcioffole” sul Sebeto, quella di “Monzù Arena” al Carmine, la taverna “Solla a Porta Capuana, e quella di Mergellina che era stata la preferita da Ferdinando IV.

Per le strade si incontrava una figura popolarissima “‘o Maccarunaro”, venditore ambulante che assicurava una pietanza molto modesta per la irrisoria cifra di 2 soldi, a misura anche dei più indigenti. Molti avventori, non usavano la forchetta: il più delle volte usavano le mani. Anche la pizza era un pasto sbrigativo e conveniente e se ne faceva uso in un modo molto pittoresco: si piegava a portafoglio” per evitare che l’olio colosse, e si consumava all’in piedi. Non è vero che fosse stata creata per onorare la regina Margherita: è un falso storico perchè questo alimento a Napoli già esisteva, almeno dal 1200!

L’apertura delle case di tolleranza fu accolta con grande favore dai Napoletani. A Napoli si contarono centinaia di bordelli, dai Quartieri Spagnoli a via Chiaia ove sorgeva il quartiere a luci rosse più grande di Europa. A Sant’Anna di Palazzo c’era “la Suprema”, casa di tolleranza le cui stanze fanno oggi parte di un famoso Hotel Luciano De Crescenzo fa una simpatica e nostalgica descrizione, confessando di averli frequentati assiduamente. Insomma, pur nelle difficoltà, Napoli seppe crearsi uno stile di vita adattato ai tempi, senza mai dimenticare le sue origini di antica capitale, malgrado le vessazioni e le imposizioni.

Philippe Daverio, non molto tempo fa, scrisse “A Napoli è stata affibbiata una mutazione di funzione e destino di cui non si è mai compresa la connotazione: da ex capitale, che cosa è diventata? Non si sa”. E quel che è peggio, non se ne discute.


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