Se il topo rode la storia: la fragile sapienza umana davanti ai venti di guerra
Negli Apologhi, Leon Battista Alberti consegna ai posteri un’immagine di straordinaria forza: «Liber, in quo omnis ars libraria esset perscripta, opem petebat ne a sorice abroderetur. Irrisit sorex.»… (trad. Il libro su cui fu vergata l’intera scienza libraria invocava soccorso per non essere roso dal topo. Il topo se la rise). In poche righe, l’umanista rinascimentale racchiude un paradosso che attraversa i secoli: il sapere universale, la più alta espressione dell’ingegno umano, resta vulnerabile al morso cieco e indifferente di un piccolo roditore.
Oggi quell’apologo sembra aver abbandonato il terreno della metafora per entrare nella cronaca. Il fronte ucraino continua a consumare vite e risorse, Gaza continua a contare le sue macerie, mentre le tensioni tra Stati Uniti e Iran mantengono il Medio Oriente in un equilibrio precario. Sono crisi profondamente diverse per origine, responsabilità e dinamiche, ma accomunate da un tratto inquietante: la capacità della violenza di divorare, senza distinzione, ciò che la civiltà costruisce con pazienza.
Qual è, oggi, il libro sul quale abbiamo scritto la nostra conoscenza? È il patrimonio dei diritti umani, l’architettura della diplomazia internazionale nata dopo le tragedie del Novecento, il diritto internazionale, la memoria delle guerre passate, ma anche l’immenso patrimonio scientifico e tecnologico accumulato negli ultimi decenni. Abbiamo coltivato l’illusione che la complessità del mondo contemporaneo ci rendesse immuni dalla regressione. Abbiamo creduto che l’interdipendenza economica, le reti globali e il progresso tecnologico fossero argini sufficienti contro il ritorno della forza.
Eppure la guerra non legge quel libro. Lo rode.
Come il topo di Alberti, non si interroga sul valore delle pagine che consuma. Distrugge infrastrutture, incrina il diritto internazionale, alimenta propaganda e polarizzazione, erode lentamente la fiducia reciproca tra gli Stati. Ogni conflitto lascia dietro di sé non soltanto vittime e macerie, ma anche un impoverimento della cultura politica e morale su cui si regge la convivenza internazionale.
Esiste però anche un’altra forma di erosione, meno appariscente. È quella che attraversa i mercati dell’energia, le rotte del petrolio, le sanzioni economiche, i dazi e gli equilibri commerciali. Non produce il fragore delle esplosioni, ma modifica gli stessi rapporti di forza, ridefinisce alleanze, mette sotto pressione economie e governi. Anche questa è una forma di conflitto: più silenziosa, più lenta, ma capace di incidere profondamente sulla stabilità delle società contemporanee.
«Il topo se la rise.»
È forse questa la frase più inquietante dell’intero apologo.
Il topo ride non perché abbia compreso il valore del libro, ma perché gli è del tutto estraneo. La distruzione non richiede intelligenza: basta l’indifferenza. La barbarie non ha bisogno di comprendere ciò che annienta.
Forse è proprio questa la lezione che Alberti affida al futuro. Non è la sapienza, da sola, a salvare la civiltà. Se così fosse, dopo Auschwitz, Hiroshima, Sarajevo o il Ruanda, l’umanità avrebbe imparato definitivamente la lezione. Invece la memoria, per quanto immensa, non impedisce automaticamente il ripetersi degli errori.
Il libro continua a invocare soccorso.
La pace, la democrazia e il diritto non sono conquiste irreversibili. Sono costruzioni fragili, che richiedono manutenzione quotidiana, responsabilità politica e coscienza civile. Ogni volta che la guerra viene considerata inevitabile, ogni volta che il linguaggio dell’odio sostituisce quello del confronto, ogni volta che gli interessi immediati prevalgono sulla tutela del bene comune, quel libro perde un’altra pagina.
Il punto, allora, non è domandarsi perché il topo continui a fare il topo. Sarebbe una domanda senza risposta.
La vera domanda riguarda noi.
Siamo ancora capaci di custodire il libro della nostra civiltà oppure lo stiamo lasciando incustodito, confidando che la sua sola esistenza basti a proteggerlo?
Ogni generazione riceve in eredità quel volume fragile che chiamiamo civiltà. Nessuna può dare per scontato di consegnarlo intatto alla successiva. Alberti ci ricorda che il sapere può sempre essere rosicchiato dall’indifferenza. E forse la memoria non è la trappola che elimina il topo della storia, ma la vigilanza che impedisce di lasciargli il libro a disposizione.
