Il Tetto: l’Italia che costruiva il futuro senza avere ancora una casa
Cinema – Vittorio De Sica e Cesare Zavattini raccontano nel 1956 un Paese sospeso tra la miseria del dopoguerra e il miracolo economico. E una storia di settant’anni fa finisce per interrogarci anche sull’Italia delle nuove migrazioni.
C’è un momento, nella vita di una coppia, nel quale sposarsi significa soprattutto trovare un posto dove poter vivere.
Nel 1956 Vittorio De Sica porta sullo schermo una storia apparentemente piccola: due giovani si amano, si sposano e cercano una casa. Eppure proprio quella ricerca diventa la materia di uno degli ultimi grandi film del neorealismo italiano, Il tetto, scritto da Cesare Zavattini e interpretato da due giovani quasi sconosciuti, Gabriella Pallotta e Giorgio Listuzzi. Un film che oggi rischia di passare inosservato, schiacciato dalla fama di Sciuscià, Ladri di biciclette e Umberto D. Eppure basta rivederlo per accorgersi che dentro quella piccola storia familiare c’è molto più di una casa.
C’è un’Italia intera.
UNA STORIA PICCOLA CHE RACCONTA UN PAESE INTERO
Natale è un giovane muratore, Luisa una ragazza che lavora come domestica. Si sposano, ma non hanno una casa. Andare a vivere con la famiglia di lui è impossibile: è già sovraffollata, non c’è spazio né privacy, non c’è modo di costruire una vita autonoma. Così i due sono costretti a separarsi. Luisa trova ospitalità presso la famiglia per cui lavora, Natale dorme in una baracca nei pressi del cantiere.
Poi arriva la notizia della gravidanza, e a quel punto la casa non è più un desiderio: diventa una necessità. Natale decide di costruirla. Non domani, non quando avrà risparmiato abbastanza, non quando le istituzioni avranno trovato una soluzione. Subito. Di notte, quasi clandestinamente, prima che qualcuno possa impedirglielo.
Una notte per costruire un tetto. Una notte per conquistare un posto nel mondo.
IL FILM NASCE DALLA REALTÀ
La storia non nasce interamente dalla fantasia di Zavattini. L’idea prende spunto dalla vicenda reale di Natale Zambon, un giovane muratore che raccontò allo sceneggiatore la propria situazione e il progetto di costruirsi una casa. Zavattini si mise a documentarsi: frequentò borgate e cantieri, parlò con muratori, guardie e persone che avevano affrontato direttamente il problema, e riscrisse la sceneggiatura più volte.
È una delle caratteristiche più profonde del suo neorealismo. Non l’eroe eccezionale, non l’avventura straordinaria, ma la vita di una persona qualunque quando una circostanza apparentemente normale diventa improvvisamente una questione di sopravvivenza. In questo caso, avere una casa.
La Roma di De Sica non è quella delle cartoline. È quella delle periferie, delle borgate, dei cantieri e delle baracche, di una città che si allarga rapidamente e dove migliaia di persone arrivano in cerca di lavoro. E proprio qui il film diventa un documento prezioso, perché la ricostruzione italiana non è stata soltanto quella delle fabbriche che riaprivano e dei consumi che si diffondevano. È stata anche quella delle famiglie ammassate, delle abitazioni improvvisate, dei lavoratori che costruivano case per gli altri senza poterne acquistare una per sé.
IL MURATORE CHE COSTRUISCE LE CASE DEGLI ALTRI
C’è un’immagine che riassume il senso del film. Natale è un muratore: il suo mestiere è costruire. Eppure non riesce ad avere una casa per sé. È una contraddizione potentissima. L’uomo che contribuisce materialmente alla costruzione della nuova Italia rimane escluso da una parte dei suoi benefici.
Per questo la casa costruita di notte diventa qualcosa di più di un edificio. Diventa una conquista, una forma di autonomia, un pezzo di dignità. Il tetto non è soltanto ciò che protegge dalla pioggia: è il confine tra la strada e la vita privata. È il luogo dove una coppia può essere finalmente una coppia, dove una madre può crescere un figlio, dove una persona può dire: questo è il mio spazio, questa è la mia vita.
Natale e Luisa non chiedono il lusso. Chiedono il minimo. E proprio per questo la loro vicenda diventa universale.
L’ITALIA CHE CORRE E QUELLA CHE RESTA INDIETRO
Siamo nel 1956. La guerra è finita da poco più di dieci anni e l’Italia, ancora segnata da distruzioni e squilibri sociali, sta entrando nella fase che porterà al miracolo economico. Lo Stato ha avviato il Piano INA-Casa per favorire la costruzione di abitazioni e creare occupazione. Le città crescono, le fabbriche assumono, la televisione entra nelle case.
Ma Il tetto ci ricorda che una trasformazione economica non avviene contemporaneamente per tutti. Mentre il Paese comincia a parlare di futuro, c’è ancora chi deve trovare un posto dove dormire. La crescita di un Paese non coincide automaticamente con il benessere di ogni suo cittadino: ci sono sempre persone che arrivano dopo, che aspettano, che devono ancora conquistare ciò che per altri è già diventato normale. Ed è forse per questo che il film può parlare ancora al presente.
LEGALITÀ E NECESSITÀ
C’è poi un elemento sorprendentemente attuale: l’abusivismo. Natale costruisce senza avere tutte le autorizzazioni e, dal punto di vista formale, commette una violazione. Ma De Sica e Zavattini non ne fanno un criminale. Lo mostrano come un uomo davanti a una necessità.
Il film non dice che la legge non conta. Pone una domanda più scomoda: che cosa accade quando una persona non riesce a soddisfare un bisogno fondamentale attraverso i canali ordinari? È una domanda che il film lascia aperta, ed è giusto mantenerla tale anche oggi, senza usare Il tetto come giustificazione dell’abusivismo edilizio. Il contesto è diverso, ma il conflitto tra regola e necessità non può essere cancellato semplicemente pronunciando la parola “illegalità”.
L’ULTIMO RESPIRO DEL NEOREALISMO
Quando il film arriva nelle sale, il cinema è già cambiato. L’Italia vuole ridere, consumare, dimenticare la miseria e la guerra; sta arrivando la commedia all’italiana. Proprio allora De Sica e Zavattini insistono ancora sulla realtà, e per questo Il tetto è stato considerato da molti uno degli ultimi film autenticamente neorealisti.
La critica dell’epoca non fu unanime. Guido Aristarco, su Cinema Nuovo, riconobbe al film una forte componente documentaria ma ne mise in discussione la capacità di andare oltre il modello neorealista precedente. Era un film che arrivava forse nel momento sbagliato. O forse nel momento giusto per raccontare qualcosa che l’Italia stava già cercando di dimenticare.
Ed è per questo che, a distanza di settant’anni, va recuperato: non come capolavoro assoluto, ma come testimonianza. Mostra una parte d’Italia che rischia di scomparire dalla memoria collettiva e ci ricorda che il benessere nel quale sono cresciute le generazioni successive è stato costruito da uomini e donne che hanno lavorato, emigrato, risparmiato, rinunciato, aspettato.
DALLE MIGRAZIONI INTERNE ALLE NUOVE MIGRAZIONI
Ed è qui che un film del 1956 incontra il nostro presente. Sarebbe facile, ma sbagliato, mettere sullo stesso piano gli italiani poveri del dopoguerra e i migranti che arrivano oggi: le storie, le condizioni giuridiche, le ragioni della partenza e i contesti storici sono diversi. Ma esiste una domanda comune che attraversa le due epoche.
Dove vivere?
L’Italia di De Sica era attraversata da grandi migrazioni interne: milioni di persone si spostavano dalle campagne e dal Mezzogiorno verso le città del Nord e verso Roma. Oggi l’Italia è anche un Paese di immigrazione. Arrivano persone dall’Africa, dall’Asia, dall’America Latina, dall’Europa orientale; alcune fuggono da guerre e persecuzioni, altre cercano lavoro, altre ricongiungono famiglie già presenti sul nostro territorio.
Ma una volta arrivati, emerge una questione che Il tetto conosce bene: non basta arrivare. Bisogna poter vivere. Avere un lavoro, una casa, una scuola per i figli, accesso ai servizi, un indirizzo. Diventare, lentamente, parte di una comunità.
L’integrazione viene spesso raccontata con parole grandi (cittadinanza, sicurezza, diritti, identità), ma prima delle grandi parole esistono bisogni molto concreti: una stanza, un contratto, un medico, un luogo nel quale tornare la sera, una porta che si possa chiudere alle proprie spalle. Per questo il problema abitativo non riguarda soltanto chi arriva dall’estero, ma anche gli italiani in difficoltà, le giovani coppie, gli anziani soli, i lavoratori poveri. L’immigrazione non ha creato la crisi della casa: in alcune realtà ha reso più visibili contraddizioni che esistevano già.
DA DE SICA A CASTEL VOLTURNO
Ed è impossibile, per chi osserva da vicino il nostro territorio, non pensare a Castel Volturno. Qui la questione migratoria non è una notizia televisiva: è una realtà quotidiana, fatta di persone, famiglie, lavoro, difficoltà abitative, sfruttamento, ma anche di associazioni, volontariato, parrocchie e scuole che provano a trasformare l’accoglienza in qualcosa di più duraturo.
Esperienze come quella del Centro Fernandes mostrano proprio questo passaggio, dall’emergenza alla costruzione di una comunità. Non soltanto accogliere qualcuno perché è arrivato, ma accompagnarlo verso una condizione nella quale possa lavorare, curarsi, imparare e sentirsi parte del luogo in cui vive.
Perché un centro può offrire un letto. Una comunità deve offrire la possibilità di costruire una vita.
UN TETTO PER RICOMINCIARE
Per tutto questo Il tetto meriterebbe di tornare nelle scuole, di essere visto e discusso insieme alla Costituzione, al dopoguerra, alle migrazioni interne, al Piano INA-Casa e alla nascita delle periferie. Chi è nato negli ultimi decenni rischia di considerare normali condizioni di vita che normali non sono sempre state: una casa, un’automobile, l’università, la possibilità di scegliere il proprio lavoro. Tutto questo ha una storia, fatta anche dei sacrifici dei nostri genitori e dei nostri nonni.
Non serve raccontarla con nostalgia, né dire ai ragazzi che “una volta era meglio”. Spesso non era affatto meglio: era più difficile, con meno sicurezza, meno diritti, meno benessere. Ma proprio per questo è importante sapere da dove siamo arrivati, perché quando si eredita qualcosa senza averne conosciuto il prezzo si rischia di considerarlo naturale. La memoria non serve a celebrare il passato. Serve a capire il presente.
Le società cambiano, le persone cambiano, le migrazioni cambiano, ma alcune necessità rimangono ostinatamente uguali. Ieri erano Natale e Luisa. Oggi sono uomini e donne arrivati da altri Paesi. Storie diverse, destini diversi, diritti e condizioni diverse. Ma la stessa necessità elementare di trovare un luogo dal quale ricominciare.
Perché prima ancora di parlare di integrazione, di cittadinanza o di appartenenza, bisognerebbe ricordarsi di una cosa molto semplice.
Ogni vita ha bisogno di un luogo dal quale cominciare.
Un luogo.
Una porta.
Una stanza.
Un tetto.
