12/10/2026
Il Confronto Home » Attualità » La sostituzione che non c’è e la crisi che c’è

La sostituzione che non c’è e la crisi che c’è

La teoria della “sostituzione etnica” non regge ai dati: il vero problema dell'Europa è la denatalità
Condividi l'articolo

Una mappa circola in rete: entro trent’anni gli europei «nativi» sarebbero minoranza. A produrla non è un istituto di statistica ma un think tank dedicato alla «remigrazione». I dati ufficiali dicono altro, ma il vero problema demografico del continente esiste, e ha anche una dimensione biologica di cui si parla troppo poco.

Mi è stata mostrata una mappa dell’Europa punteggiata di bandierine e di anni. Il testo che la accompagna, in inglese, annuncia «la fine dell’Europa»: entro trent’anni gli europei nativi sarebbero minoranza nei loro Paesi, secondo un modello matematico elaborato da un «Istituto Svedese per l’Immigrazione», che indicherebbe dove e quando gli immigrati supereranno i nativi. La Svezia sarebbe la prima, seguita da Belgio, Germania e Austria; tra il 2050 e il 2060 toccherebbe a Francia, Spagna, Gran Bretagna, Paesi Bassi e Irlanda. Sulla mappa, accanto a ogni Paese, compare un anno: 2046 per la Svezia, 2050 per la Francia, 2069 per l’Italia.
Un altro post, scritto da Marco Rizzo, ex parlamentare, già coordinatore nazionale di Democrazia Sovrana Popolare ed ora fondatore di Italia Domani, ripete il concetto con parole diverse: tra circa vent’anni gli svedesi diventeranno minoranza nel proprio Paese, oggi la quota di residenti con provenienza migratoria sarebbe del 36,8%, e, «secondo i calcoli dell’Istituto svedese per la remigrazione (IFR)», la popolazione autoctona perderebbe la maggioranza in Belgio entro il 2044, in Germania entro il 2045 e in Austria entro il 2052. Il post si chiude con una domanda rivolta ai lettori: «Voi che ne pensate?».

Chi è l’«Istituto» e che cosa misura

Il post di Rizzo permette di dare un nome alla fonte. L’«Istituto» è l’Institute for Remigration (IFR), non un «Istituto Svedese per l’Immigrazione»; e nel post compare come «Istituto svedese per la remigrazione», una formula che attribuisce all’ente una nazionalità che nessuna delle fonti consultate conferma. Secondo la testata conservatrice ungherese Hungarian Conservative, che ha riferito del suo «dashboard» demografico, è «un think tank di recente costituzione» che si occupa dello studio della «sostituzione della popolazione» e della pianificazione della «remigrazione», e che riunisce attivisti, ricercatori e giornalisti. Non è dunque un ente statistico, ma un soggetto di parte con una tesi dichiarata. L’articolo non indica dove abbia sede né chi lo abbia fondato, e non ho trovato altre conferme: l’aggettivo «svedese» resta quindi da verificare. Notevole anche la differenza di nome tra le due versioni che circolano: «immigrazione» nella prima, «remigrazione» nella seconda.

Quanto al metodo, il dashboard propone uno scenario «a tendenze invariate» basato, dice la fonte, su «dati demografici ufficiali» non meglio specificati, e stima quando la quota di popolazione con «background migratorio» supererebbe il 50%. La fonte non spiega come venga definito il «nativo». Le date coincidono con quelle della mappa: Svizzera 2038 (41,2% di «background migratorio» nel 2026), Belgio 2044 (36,6%), Germania 2045 (32,0%), Svezia 2046 (36,8%), Austria 2052.

Una mappa che si contraddice

Il testo che accompagna la mappa e la mappa stessa non coincidono. Il testo indica la Svezia come primo Paese a perdere la maggioranza «nativa», seguita da Belgio, Germania e Austria. Ma sulla mappa, e nelle stesse cifre dell’IFR, la Svezia non è la prima: la precedono la Svizzera (2038), il Belgio (2044) e la Germania (2045). E se il testo colloca l’Irlanda tra il 2050 e il 2060, la mappa le assegna il 2077. L’unica traccia di provenienza del messaggio, in coda, è l’invito a iscriversi a un canale WhatsApp chiamato «News Center»: un indirizzo di diffusione, non una fonte. Il testo circolante sembra insomma una rielaborazione approssimativa dei dati dell’IFR, e perfino rispetto a quelli è sbagliato.

Il 36,8% e i dati ufficiali

Il numero più concreto del secondo post è il 36,8%, la quota di «background migratorio» che l’IFR stima per la Svezia nel 2026. L’ente statistico svedese (SCB) dà un’altra misura: alla fine del 2025 le persone con «background straniero», cioè nate all’estero oppure nate in Svezia da due genitori nati all’estero, erano 2.936.800, il 28% della popolazione. I cittadini stranieri residenti erano 828.500, l’8%. Fra 28% e 36,8% ci sono circa nove punti: la differenza dipende dalla definizione, e quella dell’IFR, per quanto ho potuto vedere, non è chiara.
Il punto, però, non è solo il numero. L’SCB classifica le persone in base al luogo di nascita proprio e dei genitori, non in base all’etnia: stando alle fonti che ho consultato, in Svezia non risultano statistiche ufficiali su base etnica. «Background migratorio» e «nativo» non sono contrari simmetrici. Un figlio di un genitore svedese e di uno straniero rientra, a seconda della definizione, in entrambe le categorie. Anche se un giorno la quota di persone con un background migratorio superasse il 50%, questo non vorrebbe dire che gli svedesi sono diventati minoranza nel proprio Paese: vorrebbe dire solo che un criterio statistico, scelto da qualcuno, ha raggiunto una certa soglia. E resta uno scenario costruito estendendo nel tempo le tendenze di oggi, non una previsione.

Che cosa dicono davvero i numeri

Le proiezioni Eurostat (EUROPOP2023) stimano per l’Unione europea una popolazione di circa 449 milioni nel 2024 e di circa 440 milioni nel 2060. Non il quadro di una sostituzione, ma di una lieve contrazione.
Il vero dato è un altro, ed è la natalità. Nel 2024 il tasso di fecondità totale nell’UE è stato di 1,34 figli per donna, contro 1,38 del 2023: il minimo dal 2001, anno in cui inizia la serie. In fondo alla classifica ci sono Malta (1,01) e la Spagna (1,10); l’Italia, con 1,18, è tra i valori più bassi. Nessun Paese si avvicina alla soglia di 2,1 che serve a mantenere stabile la popolazione in assenza di migrazioni.
Le madri italiane sono le più «anziane» d’Europa al primo figlio: 31,9 anni, contro una media UE di 29,9. E, secondo un’analisi ripresa da Euronews, il calo dal 2010 al 2024 dipende soprattutto dai primi figli che non arrivano: circa l’82% della diminuzione. Sono i tempi del lavoro precario, delle case che costano, delle scelte rimandate.
L’immigrazione, certo, incide sulla struttura demografica: nel 2024 il 24% dei nati nell’UE aveva una madre nata all’estero. Ma è la conferma di un fatto semplice: senza migrazioni, il calo sarebbe più ripido, non più lento. Chi evoca la «sostituzione» ribalta il rapporto di causa ed effetto.

Una seconda domanda, più scomoda

C’è un altro versante, che nel dibattito pubblico quasi non compare: la qualità biologica della fertilità. La meta-analisi più nota è quella guidata da Hagai Levine, dell’Università Ebraica di Gerusalemme, pubblicata nel 2022 su Human Reproduction Update. Tra il 1973 e il 2018 la concentrazione media di spermatozoi è scesa da circa 101 a 49 milioni per millilitro: meno 51,6%, meno 62,3% per il conteggio totale. Secondo gli autori il ritmo è passato dall’1,2% annuo fino al 2000 al 2,6% annuo dal 2000 in poi. Non è un fenomeno solo occidentale: lo studio comprende anche America centrale e meridionale, Asia e Africa.
Servono prudenza e onestà. Gli stessi autori definiscono il conteggio degli spermatozoi un indicatore «imperfetto» della fertilità, e lo studio non indaga le cause. Altri esperti, pur apprezzando il lavoro, restano cauti sul fatto che i numeri rappresentino un calo reale. Un nesso diretto tra questi dati e la denatalità europea non è dimostrato.
Di cause ambientali parlai già nel 2021, in un’intervista con Luigi Montano, uroandrologo dell’ASL di Salerno e coordinatore del progetto EcoFoodFertility, realizzata con Sara Ramondino per il Magazine Informare (n. 214, febbraio 2021). La sua tesi: il liquido seminale funziona da indicatore dell’ambiente, perché è sensibile agli stress di ciò che respiriamo e mangiamo. Il gruppo di ricerca, che comprende Istituto Superiore di Sanità e Università di Brescia, ha confrontato giovani sani di aree diverse. In uno studio presentato nel 2019 ha riportato un danno al DNA spermatico superiore di oltre il 40% in 128 residenti della Terra dei Fuochi rispetto a 109 residenti nella Valle del Sele. Nello studio randomizzato FAST, quattro mesi di dieta mediterranea e attività fisica hanno migliorato la qualità del seme.
Anche qui i risultati non sono univoci: una risposta del Ministero della Salute in Parlamento ha riferito che tra i tre siti FAST non erano emerse differenze statisticamente significative nei parametri del seme. Sono confronti tra territori, che indicano un’associazione e non provano da soli un rapporto di causa. Da allora, un rapporto OMS del 2023 ha stimato che una coppia su sei nel mondo abbia problemi di infertilità, con una prevalenza del 17,5%: segno che il tema merita ricerca, non allarmi.

Perché la narrazione piace

La «sostituzione» ha un vantaggio sulla realtà: dà un nome e un colpevole a un processo lento, diffuso e privo di regia. La denatalità non ha un autore. Ha cause sociali, economiche e forse ambientali che richiedono politiche per le famiglie, salari decenti, servizi, ricerca sulla salute riproduttiva e bonifica dei territori. È molto meno spendibile di una mappa con le date, soprattutto quando la mappa arriva da chi la «remigrazione» la propone come soluzione. E la circolazione non si ferma ai canali anonimi di messaggistica: il secondo post porta la firma di Marco Rizzo, un volto noto della politica italiana. Che a rilanciare quei numeri sia un personaggio pubblico non li rende più solidi; li rende più diffusi, e più difficili da smontare per chi li legge senza conoscerne l’origine.
Per questo la prima risposta è di metodo. Si chiede la fonte e si scopre chi è, si cerca il dato originale e lo si confronta con quello ufficiale, si verifica che la parola usata sia misurabile, si controlla che testo e mappa dicano la stessa cosa. Una proiezione che parla di «nativi» in un Paese che, a quanto risulta, non rileva le etnie, che usa una definizione di «background migratorio» non dichiarata e che si contraddice da sola ha già più di un problema al primo controllo. Il resto, da lì, è un lavoro più lungo, e riguarda tutti: capire perché in Europa si fanno sempre meno figli, e che cosa si può fare, davvero, perché chi li vuole possa averli.

Fonti consultate: Hungarian Conservative, articolo sul dashboard demografico dell’Institute for Remigration; SCB (Statistiska centralbyrån), Befolkningsstatistik helåret 2025; Eurostat, fecondità 2024 e proiezioni EUROPOP2023; Euronews, 14 marzo 2026; Levine et al., Human Reproduction Update, 2022; Minority Rights Group, scheda Svezia; Quotidiano Sanità, 27 giugno 2019; Ministero della Salute, risposta in Parlamento sul progetto FAST; ISS, scheda FAAST; slide di L. Montano, congresso ISDE 2024 (dato OMS 2023); intervista a L. Montano, Informare n. 214, febbraio 2021; messaggio whatsapp “News Center” con mappa e post su Facebook di Marco Rizzo oggetto dell’analisi.

Notizie sull'Autore


Condividi l'articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *