14/04/2026
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Dal Tramonto degli Statisti all’Era dei Leader Virtuali

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La metamorfosi della classe politica italiana

Negli ultimi decenni il panorama politico italiano ha subito una trasformazione che va ben oltre l’alternanza dei governi. Non è cambiato soltanto chi governa. È cambiato il modo in cui si diventa classe dirigente. È cambiata la grammatica del potere — quel sistema di regole non scritte che definisce come si acquisisce autorità, come la si esercita e come la si trasmette

di Bruno Marfé

Le “università della democrazia”

La Prima Repubblica, con tutte le sue contraddizioni, possedeva un elemento che oggi appare quasi scomparso: le scuole di partito. La Democrazia Cristiana, il Partito Comunista Italiano, il Partito Socialista Italiano non erano soltanto contenitori elettorali. Erano strutture formative.

Si imparava a fare politica attraversando sezioni locali, consigli comunali, organismi intermedi. La competenza era un filtro. L’esperienza amministrativa precedeva l’accesso ai ministeri. La leadership maturava dentro conflitti reali, non dentro campagne social.

Questo non rendeva quella classe dirigente immune da errori o responsabilità storiche. Ma ne garantiva una densità istituzionale difficile da improvvisare: una familiarità con i meccanismi del potere, una consapevolezza dei rapporti di forza, una capacità di reggere la complessità senza scomporsi.

La frattura degli anni Novanta

Con la fine della Prima Repubblica si è dissolto non solo un sistema di partiti, ma un modello di selezione. La disintermediazione ha accorciato i percorsi, ma ha anche ridotto i processi di formazione.

L’accesso al vertice è diventato più rapido. La legittimazione più volatile. La politica ha iniziato a coincidere con la visibilità.

La conseguenza non è tanto morale quanto strutturale: una classe dirigente spesso esposta a sfide geopolitiche complesse senza aver attraversato quella “gavetta” istituzionale che forma la consapevolezza dei rapporti di forza.

Un simbolo: Sigonella

Per comprendere la differenza tra statura e visibilità, vale la pena ricordare un episodio emblematico: la crisi di Sigonella del 1985. In quel frangente, a seguito del dirottamento della nave da crociera Achille Lauro da parte di un commando palestinese, l’amministrazione Reagan richiese all’Italia la consegna dei sequestratori, intercettati sull’aereo egiziano che li trasportava e atterrato sulla base militare in Sicilia.

Il governo guidato da Bettino Craxi si oppose con fermezza. Non si trattò di uno scontro ideologico, ma di una rivendicazione di sovranità gestita dentro i canali istituzionali, con piena consapevolezza del peso internazionale dell’Italia e dei rischi diplomatici connessi.

Al di là dei giudizi storici sulle figure coinvolte, quell’episodio mostrò un tratto oggi raro: la capacità di sostenere una posizione strategica senza trasformarla in propaganda interna. La differenza non è tra “migliori” e “peggiori”. È tra una politica capace di reggere un conflitto internazionale e una politica costretta a inseguire il consenso in tempo reale.

L’era della legittimazione algoritmica

L’avvento dei social media ha modificato radicalmente la dinamica del potere. Il leader contemporaneo vive dentro un flusso continuo di reazioni. Il consenso si misura in tempo reale. L’errore non è politico, ma comunicativo.

La politica diventa performance permanente. Il discorso si comprime nello slogan. La complessità cede alla polarizzazione. La leadership si costruisce nella bolla digitale più che nella mediazione istituzionale.

Questo produce una trasformazione antropologica: non più lo statista che guida l’opinione pubblica assumendosi il costo dell’impopolarità, ma il leader che interpreta l’umore della piazza virtuale.

Il risultato è una fragilità sistemica. Perché le grandi decisioni — economiche, diplomatiche, strategiche — non si prendono nella dimensione del “like”, ma ai tavoli in cui contano preparazione, dossier, relazioni consolidate.

Il vuoto della formazione

Il vero problema non è il singolo governo. È l’assenza di luoghi strutturati di formazione politica. Senza selezione lenta, senza cultura istituzionale, senza confronto interno organizzato, la classe dirigente perde memoria.

Uno Stato senza memoria diventa prevedibile nei suoi comportamenti. E uno Stato prevedibile — nei confronti internazionali, nelle crisi diplomatiche, nelle negoziazioni economiche — diventa dipendente da chi invece quella memoria la possiede e sa come usarla.

La sovranità non si proclama. Si esercita. E per esercitarla servono competenza, studio, consapevolezza dei rapporti internazionali.

Ritorno alla realtà

Siamo più connessi che mai, ma paradossalmente più esposti all’illusione della centralità. La politica non può ridursi a narrazione. Deve tornare a essere costruzione.

Il declino non è inevitabile. Ma richiede una scelta culturale: ricostruire spazi di formazione, ridare valore alla gavetta istituzionale, sottrarre la leadership alla dittatura dell’immediatezza.

Non si tratta di rimpiangere il passato. Si tratta di comprendere che senza strutture capaci di produrre competenza, la politica resta un guscio vuoto.

E un guscio, per quanto lucido, non regge il peso della storia.

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