Napoli e Castel Volturno: quando la giustizia pesa sulle città
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Tra inchieste e politica, il tempo giudiziario diventa una prova per le istituzioni.
di Bruno Marfé
Castel Volturno (CE) oggi non è soltanto una città attraversata da una tempesta giudiziaria. È un laboratorio involontario, uno specchio scomodo di ciò che accade quando, nei territori fragili, il confine tra controllo giudiziario e conflitto politico si assottiglia fino a diventare indistinguibile.
Tre distinti filoni d’indagine aperti dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere, che vanno da ipotesi di corruzione al voto di scambio politico-elettorale, fino a un più recente approfondimento su affidamenti amministrativi, hanno improvvisamente collocato l’amministrazione comunale sotto una pressione senza precedenti. Una pressione che non è solo giudiziaria, ma istituzionale, politica, simbolica.
Ogni indagine è, per definizione, un atto dovuto. La magistratura non sceglie i tempi della politica, né quelli del consenso. Segue segnalazioni, denunce, elementi ritenuti meritevoli di verifica. È così che funziona uno Stato di diritto.
Eppure, nei territori dove il tessuto istituzionale è fragile e il conflitto politico è radicalizzato, l’inchiesta giudiziaria smette rapidamente di essere solo un accertamento dei fatti e diventa un detonatore. Accende narrazioni, alimenta sospetti, produce schieramenti.
Il drammatico suicidio di Tino Santangelo, avvenuto nelle ultime ore e maturato in un contesto di prolungata esposizione giudiziaria legata alla vicenda Bagnoli, impone però una riflessione che va oltre il singolo caso. Non per stabilire legami diretti o scorciatoie emotive, ma per interrogarsi sul peso del tempo giudiziario quando diventa una condizione permanente, una sospensione dell’identità civile prima ancora che un accertamento dei fatti. In uno Stato di diritto la giustizia è un dovere, ma lo è anche la misura: perché quando l’inchiesta si prolunga eccessivamente, quando l’attesa della verità si trasforma in una pressione continua e devastante, il confine tra garanzia e pena anticipata rischia di diventare impercettibile. È una zona grigia che non assolve nessuno e non accusa nessuno, ma che interroga profondamente la tenuta umana e democratica delle nostre istituzioni.
Come candidato alle ultime elezioni di Castel Volturno, non posso evitare di portare uno sguardo personale su questi giorni drammatici. Ho appreso con sgomento della scomparsa del notaio Tino Santangelo, che ho avuto occasione di conoscere e con il quale ho colloquiato in passato, quando ricopriva il ruolo di vice-sindaco del Comune di Napoli. La sua pacatezza, il suo garbo istituzionale e la sua capacità di mediazione erano un esempio concreto di come si possa servire l’ente pubblico con equilibrio. Il contrasto con il modo in cui ci ha lasciato è straziante. In questo momento, il rispetto per il suo dolore e il silenzio sono d’obbligo, e vanno insieme alla riflessione sul peso che le inchieste e i tempi della giustizia possono avere sulle persone e sulle istituzioni.
Dopo giorni di silenzio, il sindaco Pasquale Marrandino ha scelto di parlare. Lo ha fatto con una dichiarazione lunga, densa, fortemente politica. Ha respinto ogni addebito, riaffermato la fiducia nella magistratura, ma soprattutto ha individuato l’origine della tempesta in una strategia politica post-elettorale che non avrebbe accettato il verdetto democratico del 2024.
Non è una difesa tecnica, né una memoria giudiziaria. È una scelta di campo.
Quando la politica legge l’inchiesta come un’arma e la giustizia viene percepita come parte di uno scontro, il rischio non è solo la delegittimazione di una classe dirigente. È la paralisi dell’ente, l’erosione della fiducia dei cittadini.
Castel Volturno non è un’eccezione. È un paradigma nazionale. Un caso che interroga il rapporto tra legalità, potere e democrazia nei territori più esposti.
La vera domanda non è se un sindaco debba dimettersi prima di una sentenza. La domanda è quanto sia solido il nostro sistema quando il tempo della giustizia diventa così lungo da incidere irreversibilmente sulle vite, sulle istituzioni e sulla stessa idea di responsabilità democratica.
Chiudendo lo sguardo su Castel Volturno, il messaggio è chiaro: uno Stato di diritto non può permettersi che la giustizia perda la sua misura e il suo tempo umano. La politica deve saper resistere senza piegarsi all’immediatezza del clamore mediatico, e le istituzioni devono garantire che il procedimento giudiziario resti uno strumento di equità, non di devastazione preventiva. In questo equilibrio risiede la tenuta stessa della democrazia, e su di esso ogni cittadino, ogni amministratore e ogni magistrato è chiamato a riflettere.
