14/04/2026
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Lo Stato “Matrigna”: quando il creditore diventa carnefice

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Un paradosso massimo: un professionista che lo Stato “obbliga” o chiama a garantire un diritto costituzionale, ma che poi lo stesso Stato decide di non pagare o di “pignorare” tramite la compensazione.

di Bruno Marfé

L’avvocato dei poveri e la mano che morde

C’è un’immagine che, meglio di ogni altra, descrive il corto circuito morale in cui è precipitato il nostro sistema: quella dell’avvocato dei poveri. È il professionista che entra in aula per difendere chi non ha mezzi, garantendo che la Legge sia davvero “uguale per tutti” come recita l’asettica scritta alle spalle dei giudici. Lo Stato gli affida un compito altissimo, una missione di civiltà, ma poi lo ripaga con tariffe da fame e, soprattutto, con attese che durano anni.

Oggi, però, siamo andati oltre. Con l’introduzione della compensazione coattiva, lo Stato non si limita più a essere un “cattivo pagatore”: diventa un creditore spietato che morde la mano di chi lo ha servito. Se quell’avvocato, dopo anni di attesa per un compenso irrisorio, ha maturato un debito con il fisco – magari proprio a causa della mancanza di quella liquidità che lo Stato gli nega – lo Stato si riprende tutto d’ufficio.

È il cane che si morde la coda. È il paradosso di un sistema che ti toglie l’ossigeno e poi ti multa perché non respiri.

Dalle aule di tribunale ai cantieri: il virus dell’ingiustizia

Questo meccanismo perverso non è un’esclusiva delle aule giudiziarie. Il dramma dell’avvocato d’ufficio è lo specchio fedele di quello che vivono migliaia di piccole imprese appaltatrici. Pensiamo a chi gestisce le mense scolastiche, a chi ripara le strade, a chi fornisce servizi essenziali ai Comuni o alle Regioni.

Queste realtà sono spesso l’ossatura del Paese. Eppure, si trovano schiacciate in una morsa kafkiana: da un lato, hanno l’obbligo di prestare il servizio con standard elevati e tempi certi; dall’altro, subiscono i “ritardi biblici” della Pubblica Amministrazione.

Quando queste imprese, strozzate dai mancati incassi, ritardano il pagamento di un’imposta, lo Stato “Matrigna” interviene con la scure della compensazione coattiva. Non importa se l’impresa è in credito di centinaia di migliaia di euro: lo Stato incassa il suo debito fiscale immediatamente, trattenendo somme che servirebbero a pagare stipendi, fornitori e la sopravvivenza stessa dell’azienda.

Un obbligo statutario tradito

Lo Stato ha il dovere – anche giustamente – di riscuotere le tasse. Ma ha un dovere altrettanto sacro: quello di essere leale con i propri cittadini. Un ente che impone sanzioni per un ritardo di un giorno, ma si concede il lusso di non pagare per anni, ha perso la sua autorità morale.

Dietro queste cartelle esattoriali e questi crediti incagliati ci sono storie di uomini e donne che cercano di mantenere la rotta in un mare in tempesta. C’è il sacrificio di chi fa gli interessi dello Stato, sostituendosi ad esso nel garantire servizi e diritti, per poi essere trattato come un evasore da punire.

Mentre il dibattito pubblico si perde nei tecnicismi di referendum che promettono una “Giustizia migliore”, la giustizia reale muore ogni giorno sotto il peso di questa burocrazia predatoria. Uno Stato che non onora i propri debiti e usa il potere fiscale per coprire le proprie mancanze non è più una guida, ma una controparte ostile. È tempo di ricordare che la funzione dello Stato è essere vicino al cittadino, non di diventarne il principale ostacolo alla sopravvivenza.

Il circo delle riforme e la giustizia che affoga

C’è un’ultima, amara ironia da registrare. Mentre questo sistema divora i suoi stessi servitori, il dibattito pubblico è monopolizzato da referendum sulla giustizia che promettono rivoluzioni epocali. Si discute di separazione delle carriere, di Csm, di equilibri istituzionali tra toghe e politica. Temi legittimi, per carità. Ma temi che appartengono alla stratosfera del diritto costituzionale, lontanissimi dal piano terra dove un avvocato d’ufficio aspetta anni il suo compenso, o dove un piccolo appaltatore vede la propria liquidità risucchiata da uno Stato che non ha pagato ma pretende di essere pagato.

Le riforme, in Italia, hanno spesso questa funzione consolatoria e insieme deflettiva: spostare lo sguardo verso l’orizzonte, verso il grande cantiere del cambiamento, mentre l’edificio crolla ai piani bassi. Ogni stagione politica produce la sua riforma della giustizia, il suo decreto semplificazione, la sua promessa di modernizzazione. Il risultato, misurato sulla pelle di chi lavora per lo Stato e dallo Stato viene depredato, è invariabilmente lo stesso: più strati burocratici, nuovi adempimenti, e la compensazione coattiva sempre lì, puntuale come una sentenza inappellabile.

Non servono nuove leggi per capire che uno Stato non può essere contemporaneamente debitore insolvente e creditore implacabile. Serve, semmai, la volontà politica di riconoscere che la giustizia non si riforma solo nelle aule del Parlamento. Si riforma anche – e forse soprattutto – nel momento in cui lo Stato smette di tradire chi gli ha prestato fede.

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