16/07/2026
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L’Italia che si svuota: oltre il miraggio della remigrazione

denatalità
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Il vero rischio non è un’invasione dall’esterno, ma un Paese che perde nascite, giovani e capacità di futuro mentre la politica continua a guardare nella direzione sbagliata

di Bruno Marfé

Mentre le prime pagine celebrano come una svolta storica le nuove regole europee sui rimpatri e la politica torna a dividersi sull’immigrazione, si ha l’impressione che il dibattito pubblico continui a inseguire il sintomo, ignorando la malattia. Da anni si alimenta la paura della “sostituzione” e si discute di come espellere chi arriva, quasi che il declino demografico dell’Italia dipendesse principalmente dagli stranieri. Eppure i numeri raccontano una storia molto diversa.
Se un giorno gli italiani dovessero diventare una minoranza nel loro stesso Paese, non sarà perché sono arrivati troppi immigrati, ma perché nascono sempre meno bambini e perché una parte crescente delle nuove generazioni sceglie di costruire altrove il proprio futuro. La vera emergenza non è un’invasione dall’esterno, ma uno svuotamento dall’interno.
Da quasi vent’anni l’Italia perde nascite, accumula un saldo naturale negativo e assiste a una continua emorragia di capitale umano. Intanto, fattori meno visibili ma non meno decisivi – dall’inquinamento ambientale alla crisi del welfare, dalla precarietà economica alla trasformazione dei modelli familiari – erodono lentamente le basi biologiche, sociali e culturali della nostra capacità di riprodurci e di trattenere i nostri giovani.

Per questo, osservando l’enfasi con cui vengono presentate le nuove misure europee sui rimpatri, viene spontanea una domanda: siamo sicuri che la politica stia combattendo la battaglia giusta? Perché, se l’Italia sta davvero scomparendo, i suoi peggiori nemici potrebbero non trovarsi alle frontiere, ma dentro le contraddizioni che il Paese continua ostinatamente a non voler affrontare.
In questi giorni sentirete parlare molto di immigrazione e dei suoi problemi, quasi come se gli italiani stessero scomparendo e venissero sostituiti per colpa degli arrivi dall’estero. La realtà, però, è assai più complessa. Se un giorno verremo sostituiti, non sarà perché sono arrivati troppi immigrati, ma perché di nuovi italiani non ne nascono più e molti di quelli che nascono decidono di andarsene.
L’Italia attraversa infatti una crisi demografica strutturale che si sviluppa lungo due direttrici parallele e intrecciate: il crollo della natalità e l’emigrazione crescente delle nuove generazioni. Dal 2008 il numero delle nascite è precipitato in modo costante, complice la riduzione delle donne in età fertile, la precarietà economica e abitativa e la mancanza di politiche strutturali capaci di sostenere le famiglie. Ma accanto a questi fattori, esistono altre cause profonde, meno discusse e spesso ignorate, che stanno logorando il tessuto sociale del Paese.

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Esiste infatti una minaccia silenziosa che rischia di compromettere persino la nostra capacità biologica di riprodurci: l’inquinamento ambientale. Negli ultimi decenni numerosi studi scientifici hanno documentato un drastico declino della fertilità maschile. Una vasta meta-analisi internazionale coordinata dal professor Hagai Levine ha evidenziato un crollo globale della concentrazione degli spermatozoi superiore al 60% nell’arco di meno di mezzo secolo. Parallelamente, le ricerche condotte dall’équipe del professor Carlo Foresta dell’Università di Padova hanno mostrato come i PFAS, sostanze chimiche persistenti diffuse nell’ambiente, siano in grado di accumularsi anche nel liquido seminale e negli spermatozoi, alterandone la funzionalità. Più recentemente, tracce di microplastiche sono state individuate nei tessuti testicolari umani, nella prostata e nel liquido seminale.
Questi dati suggeriscono che la denatalità non sia soltanto una questione economica o culturale, ma anche una possibile emergenza sanitaria e ambientale. Il nostro modello di sviluppo potrebbe infatti compromettere, in maniera lenta e quasi impercettibile, la fertilità delle nuove generazioni.
Allo stesso tempo, la società contemporanea non assomiglia più a quella del secolo scorso. Le libertà individuali e la trasformazione dei costumi hanno ridefinito il concetto stesso di famiglia. In passato, forti pressioni sociali e culturali spingevano molte persone omosessuali a contrarre matrimoni eterosessuali di convenienza, nel tentativo di conformarsi alle aspettative dominanti. Queste unioni producevano inevitabilmente figli, contribuendo alle statistiche di un’epoca in cui la natalità era spesso il risultato di un obbligo sociale più che di una scelta libera e consapevole. Oggi quelle costrizioni sono in larga parte venute meno. Sebbene questo fenomeno rappresenti solo una componente marginale del calo delle nascite, esso testimonia la fine di una società nella quale la procreazione era favorita anche dalla repressione delle differenze.

Ma il secondo grande problema italiano è rappresentato dall’esodo delle nuove generazioni. Ogni anno centinaia di migliaia di persone lasciano il Paese, e tra loro cresce costantemente la quota di giovani altamente qualificati. Gli italiani residenti all’estero hanno ormai superato i sei milioni, tanto che la Fondazione Migrantes ha definito la diaspora italiana la “ventunesima regione” del Paese. Dal 2011 centinaia di migliaia di giovani tra i diciotto e i trentaquattro anni hanno scelto di trasferirsi all’estero, e negli ultimi anni la percentuale di laureati tra coloro che partono è aumentata sensibilmente.
Si tratta di una perdita enorme non soltanto dal punto di vista umano, ma anche economico. Lo Stato investe risorse considerevoli nella formazione di questi giovani e, quando essi emigrano, i benefici di quell’investimento vengono raccolti dalle economie che li accolgono. Il problema non è soltanto che i nostri talenti se ne vanno, ma che l’Italia fatica ad attrarre giovani qualificati da altri Paesi in misura comparabile.
Proprio mentre le istituzioni europee approvano nuove norme sui rimpatri e la politica esulta per la creazione di hub nei Paesi terzi e per l’inasprimento delle misure contro l’immigrazione irregolare, viene da chiedersi se non si stia concentrando l’attenzione su un problema secondario rispetto alle grandi sfide che minacciano il futuro della società italiana. La retorica della “remigrazione”, intesa come rimpatrio di massa degli immigrati per preservare l’identità nazionale, rischia infatti di individuare un falso colpevole e di ignorare le vere cause dello svuotamento del Paese.
Non stiamo scomparendo perché siamo invasi. Stiamo scomparendo perché nascono sempre meno bambini, perché l’inquinamento potrebbe compromettere la fertilità, perché centinaia di migliaia di giovani qualificati cercano altrove ciò che non trovano in patria e perché la società contemporanea richiede strumenti di sostegno e modelli di welfare che continuano a essere insufficienti.

L’ironia vuole che, proprio sulla stessa pagina di giornale che celebra la stretta sui migranti, si parli delle difficoltà nel garantire la presenza dei medici nelle Case di comunità e di una sanità pubblica sempre più in affanno. È quasi una metafora del nostro tempo: mentre il dibattito politico si concentra sulle frontiere, il Paese si svuota dall’interno e fatica persino a trattenere quei professionisti di cui avrebbe disperatamente bisogno.
Gridare alla “remigrazione” non riempirà le culle, non bonificherà le falde acquifere, non ridurrà l’esposizione ai contaminanti ambientali e non convincerà a tornare i tanti giovani, compresi medici, ricercatori e professionisti, che hanno trovato all’estero condizioni di vita e di lavoro migliori.
In un Paese che invecchia e perde abitanti a ritmi sempre più rapidi, privarsi anche del contributo demografico e lavorativo di chi arriva dall’estero significherebbe soltanto accelerare la crisi del sistema produttivo e del welfare. La vera riconquista non passa dai muri o dai rimpatri, ma dalla capacità di costruire un Paese più sano, più giusto e più attrattivo, in cui le nuove generazioni possano finalmente avere la salute, la sicurezza economica e la serenità necessarie per scegliere di restare e di costruire il proprio futuro.

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