26/07/2026
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L’illusione delle sanzioni: come l’embargo alla Russia ha cambiato le rotte dell’energia e chi sta pagando il conto

nave fantasma - L’illusione delle sanzioni: come l’embargo alla Russia ha cambiato le rotte dell’energia e chi sta pagando il conto
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di Bruno Marfé con il supporto di Paolo Palomba

Era una sera quando Paolo mi ha inoltrato un link. «Dai un’occhiata», mi ha scritto. Rimandava a un’analisi sulla cosiddetta “flotta fantasma”, quell’insieme di petroliere che continua a trasportare greggio russo aggirando sanzioni e controlli attraverso cambi di bandiera, società di comodo e rotte sempre più opache. Da quel link è cominciato tutto. Abbiamo iniziato a confrontarci, a seguire le tracce di quelle navi, a incrociare dati e informazioni. Poco dopo è arrivato anche uno screenshot della traccia satellitare di una petroliera che da settimane incrociava al largo delle Canarie, con il transponder acceso e spento a intermittenza e il nome cambiato più volte nel giro di pochi mesi. «Guarda qui», mi ha scritto, «questa nave non dovrebbe esistere, eppure trasporta ottantamila tonnellate di qualcosa». È stato il nostro primo incontro ravvicinato, lui da lì, io da Castel Volturno, con quella che il gergo marittimo chiama ormai comunemente la “flotta fantasma”: lo stesso fenomeno che avevamo già intravisto raccontando l’ombra dell’oro nero al largo della Penisola Sorrentina e che oggi trova conferma su una scala ben più ampia.
C’è un sottile filo rosso che lega le storie di mare, i dossier dimenticati e le grandi manovre della geopolitica energetica. Ogni volta che, insieme a Paolo, abbiamo seguito una nave, una rotta o un carico di greggio, siamo arrivati alla stessa conclusione: il petrolio non conosce amici né nemici. Conosce soltanto il mercato.

Quando, dopo l’invasione dell’Ucraina, l’Unione Europea e gli alleati occidentali hanno varato i pacchetti di sanzioni contro la Russia, l’obiettivo era chiaro: ridurre le entrate energetiche di Mosca, limitarne la capacità di finanziare la guerra e isolarne economicamente il sistema produttivo.
Già nelle prime settimane emerse tuttavia quanto fosse difficile interrompere davvero il flusso energetico. Mosca rispose imponendo ai cosiddetti “Paesi ostili” il pagamento del gas in rubli. La misura fu presentata come una sfida diretta all’Occidente, ma nel giro di poco tempo diverse grandi compagnie energetiche europee, tra cui ENI, individuarono meccanismi che consentivano di continuare gli acquisti attraverso Gazprombank, aprendo i conti previsti dalla nuova procedura. La continuità delle forniture prevalse così, almeno nella fase iniziale, sulle dichiarazioni politiche.
A oltre quattro anni di distanza è possibile formulare un primo bilancio, e i numeri raccontano una storia più complessa degli annunci iniziali. Secondo il Centre for Research on Energy and Clean Air, ad aprile 2026 i ricavi russi dall’export di combustibili fossili sono saliti del 4% su base mensile, raggiungendo circa 733 milioni di euro al giorno, il livello più alto degli ultimi due anni e mezzo, nonostante un calo del 7% dei volumi esportati. Il petrolio russo non è sparito dal mercato mondiale: ha semplicemente cambiato strada, e più cambia strada, più, paradossalmente, rende.

La Cina si è confermata il primo cliente: assorbe circa il 49% delle esportazioni di greggio russo, il 37% del carbone e circa il 23% delle esportazioni di gas naturale. L’India, sotto la pressione di Washington e delle trattative commerciali in corso, ha invece ridimensionato gli acquisti: a gennaio 2026 le sue importazioni di greggio russo sono scese a circa 436.000 barili al giorno, meno della metà rispetto ai mesi precedenti, con Pechino pronta ad assorbire il vuoto lasciato da Nuova Delhi.
Ed è proprio qui che emerge il paradosso più scomodo. Mentre la retorica ufficiale parla di rottura con Mosca, l’Europa stessa non ha smesso di comprare: nell’aprile 2026 i Paesi dell’Unione Europea hanno acquistato petrolio e gas russo per circa 1,7 miliardi di euro, nonostante l’obiettivo dichiarato di azzerare le importazioni di gas russo entro il 2027.
Non si è quindi interrotto il commercio del petrolio russo. Si sono semplicemente allungate le rotte, moltiplicati gli intermediari, le compagnie di comodo, i trasferimenti nave-nave in acque internazionali: la stessa flotta fantasma che quella sera ha attirato la nostra attenzione e che oggi conta centinaia di unità sparse tra il Baltico, Gibilterra e il Mar Cinese Meridionale.

Mentre la Russia riorganizzava i propri sbocchi commerciali, l’Europa ha dovuto affrontare una profonda trasformazione del proprio approvvigionamento energetico. Va fatta qui una distinzione tecnica che la retorica politica ha spesso ignorato: il gas russo arrivava in Europa quasi interamente via gasdotto, metano pronto all’uso, immesso direttamente nella rete. Il sostituto scelto, il gas naturale liquefatto statunitense, è un prodotto diverso: va raffreddato a circa 160 gradi sotto zero per il trasporto via nave e, una volta arrivato in porto, deve passare attraverso i rigassificatori per tornare allo stato gassoso e poter essere immesso nella rete. Un passaggio industriale che comporta impianti dedicati, tempi e costi aggiuntivi non trascurabili. Non a caso, a fine 2021, quando le prime forniture statunitensi iniziarono ad affluire, il GNL americano costava già circa il 50% in più del gas russo via tubo, con punte fino a cinque volte tanto per chi si riforniva tramite intermediari anziché direttamente dai produttori. Un mercato che fino a poco prima non trovava sufficiente domanda in Europa si è trasformato, nel giro di pochi mesi, in un affare miliardario per Washington e per i grandi trader del settore. I prezzi dell’energia sono aumentati, contribuendo alla crescita dell’inflazione e mettendo sotto pressione famiglie e imprese. Settori energivori, come quello manifatturiero, hanno visto aumentare sensibilmente i costi di produzione, alimentando un dibattito sempre più acceso sul rischio di una progressiva perdita di competitività dell’industria europea.
La dipendenza energetica non è scomparsa. Si è semplicemente spostata da un insieme di fornitori a un altro.
E mentre l’attenzione pubblica si concentrava sul confronto politico tra Mosca e Bruxelles, altri soggetti hanno tratto enormi vantaggi dalla nuova geografia del commercio energetico: i grandi trader internazionali, gli armatori impegnati nelle nuove rotte, gli intermediari logistici, alcune raffinerie asiatiche e diversi Paesi che hanno assunto il ruolo di hub commerciali. Il petrolio continua a circolare, ma attraversa più mani prima di arrivare al consumatore finale, e ogni passaggio lascia un margine a chi lo gestisce.

Non significa che le sanzioni siano state completamente inutili. La Russia ha perso il mercato europeo, ha dovuto sostenere maggiori costi di trasporto e concedere sconti consistenti ai nuovi acquirenti. Ma è altrettanto difficile sostenere che abbiano raggiunto pienamente l’obiettivo di interrompere le sue esportazioni energetiche o di isolarne l’economia.
Le “Mattizie” di Paolo, nate da un semplice link condiviso in chat e poi alimentate da screenshot, dati e dettagli apparentemente marginali, una nave senza nome al largo di un porto qualunque, sembrano suggerire una lezione più ampia. Le rotte del petrolio raccontano una verità che la geopolitica tende spesso a sottovalutare: quando una materia prima è essenziale per l’economia mondiale, eliminarla dal mercato è molto più difficile che ridisegnarne i percorsi.
Forse la domanda che oggi dovremmo porci non è se le sanzioni fossero moralmente giustificate, questione sulla quale ciascuno può avere opinioni diverse. La domanda è un’altra: sono state strategicamente efficaci rispetto agli obiettivi che si erano prefissate?
Perché se il petrolio continua comunque ad arrivare, se gli intermediari moltiplicano i profitti e se il peso economico ricade in larga misura sui consumatori e sul sistema produttivo europeo, allora vale la pena interrogarsi, senza slogan e senza pregiudizi, su ciò che questa vicenda ci ha realmente insegnato. Una lezione che, come spesso accade quando si osservano le rotte del mare, è molto più complessa delle narrazioni costruite sulla terraferma

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