30/04/2026
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L’architettura della Crisi: le dinamiche strategiche tra Israele e Hamas

Le bandiere israeliana e palestinese (foto- iStock:timyee)

Le bandiere israeliana e palestinese (foto: iStock/timyee)

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di Bruno Marfé

Introduzione

L’attuale escalation del conflitto israelo‑palestinese può essere compresa come l’esito di oltre quarant’anni di strategie politiche, calcoli di sicurezza e interventi indiretti. In quest’ottica, occorre analizzare la responsabilità strategica israeliana, non tanto nei termini di una colpa diretta per le violenze, ma come contributo strutturale — intenzionale o per errore strategico — all’ascesa e alla persistenza di Hamas come attore centrale nella Striscia di Gaza.

1. Il “Divide et Impera” tra anni ’70 e ’90

Negli anni Settanta e Ottanta, le autorità israeliane permisero o tollerarono lo sviluppo di istituzioni religiose e sociali legate alla Fratellanza Musulmana a Gaza (quali scuole, associazioni caritative, moschee), con scarsa interferenza amministrativa o repressiva. Alcuni analisti interpretano questa condotta come un tentativo di creare un contrappeso all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e al partito laico Fatah, percepiti come più pericolosi dal punto di vista politico e diplomatico. Avner Cohen, ex funzionario israeliano agli affari religiosi nella Striscia di Gaza, ha poi affermato che Israele avrebbe in parte favorito indirettamente la nascita di Hamas come effetto strategico di questa politica, anche se non con sostegno ideologico diretto.

Nota storica: Hamas trae le sue radici nella branca gazawa della Fratellanza Musulmana, che operava già da decenni, ma fu formalmente fondata con l’inizio della Prima Intifada nel dicembre 1987.

2. Il rafforzamento di Hamas nel periodo post‑2006

Dopo le elezioni legislative palestinesi del 2006, che videro la vittoria di Hamas su Fatah, si verificò lo scisma politico tra la Striscia di Gaza (governata da Hamas) e la Cisgiordania (governata dall’Autorità Nazionale Palestinese, ANP). In questo contesto, Israele adottò misure differenziate verso i due territori, privilegiando una gestione indiretta del controllo su Gaza. Tra le pratiche contestate figura la tolleranza verso i trasferimenti di fondi qatarioti verso Gaza, in molti casi con l’autorizzazione israeliana ai valichi di frontiera. Il governo israeliano ha difeso queste misure come strumenti per prevenire un collasso umanitario e mantenere la calma al confine. Tuttavia, molti osservatori ritengono che tali scelte abbiano favorito il rafforzamento finanziario e organizzativo di Hamas, contribuendo a consolidare la sua posizione dominante nella Striscia.

In parallelo, politiche quali il rilascio di permessi di lavoro per abitanti di Gaza che lavorano in Israele sono state viste come strumenti economici indiretti utili a mantenere flussi finanziari verso la Striscia e a preservare una “tensione controllata” piuttosto che un conflitto aperto. Alcuni commentatori affermano che Netanyahu abbia in vari momenti preferito trattare Hamas come un interlocutore “utilizzabile”, piuttosto che indebolirlo completamente, al fine di indebolire l’ANP e bloccare processi negoziali che richiedessero un partner palestinese unitario. Questa divisione interna tra Gaza e Cisgiordania ha offerto ad Israele un argomento politico: che non esiste un interlocutore palestinese unico e credibile con cui negoziare una pace complessiva.

3. “Blowback” (Contraccolpo): l’errore strategico

Nel corso degli anni, la strategia israeliana di “gestione controllata” del conflitto — mantenendo Hamas come attore dominante a Gaza ma sotto controllo — ha generato dissidi interni, critiche e, soprattutto, rischi calcolati. Alcuni ex alti funzionari israeliani, quali Ami Ayalon e Tamir Pardo, hanno dichiarato che considerano questa politica un fallimento strategico, poiché ha finito per alimentare un avversario più radicalizzato e robusto, meno controllabile e più incline alla violenza su scala elevata. Il ragionamento è il seguente: Israele avrebbe accettato consapevolmente la possibilità di attacchi “minori” come un costo accettabile, puntando a evitare un’apertura negoziale. Tuttavia, l’attacco massiccio degli ultimi tempi dimostra che la nozione di “male gestibile” era errata: Hamas ha accumulato capacità militari, legittimità politica interna e radicamento sociale tali da operare attacchi coordinati di entità straordinaria.

In tale contesto, la responsabilità strategica israeliana non è l’impulso diretto della violenza, ma la costruzione storica, istituzionale e politica di un ecosistema in cui Hamas è divenuto l’artefice centrale della crisi.

Conclusione

La responsabilità strategica israeliana va interpretata non in termini moralistici strettamente, ma come contributo strutturale alla genesi e al consolidamento di Hamas. Le politiche adottate — dalla tolleranza delle istituzioni islamiche nei decenni ’70‑’90 all’uso calcolato dei flussi finanziari qatarioti a Gaza — hanno creato condizioni che hanno permesso a un gruppo radicale di sopravvivere e crescere, fino a mettere in crisi la stessa strategia del controllo. Per una riflessione seria sulla pace, occorre riconoscere che un conflitto così radicato non è nato soltanto negli anni recenti, ma è stato costruito e alimentato, anche involontariamente, da politiche di lunga durata. Solo comprendendo questa genesi si potrà pensare a soluzioni reali per il “dopo”.

Bibliografia sintetica / note

1. Jean-Pierre Filiu, The origins of Hamas: militant legacy or Israeli tool?, Columbia University.

2. Washington Post, How Israel helped create Hamas.

3. PBS, What Is Hamas? Origins and development.

4. Times of Israel, For years, Netanyahu propped up Hamas — now it’s blown up in our faces.

5. Idem, analisi su permessi di lavoro e gestione economica di Gaza.

6. Commenti di ex capi del Mossad e dello Shin Bet (Ayalon, Pardo) su errori strategici.

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