La società dell’utile e l’anti-eroe del disinteresse: perché abbiamo smesso di sognare
Sciopero - immagine dal web
di Bruno Marfé
La giornata di sciopero e di manifestazioni di venerdì 3 ottobre non può essere liquidata con i soliti numeri da cronaca politica.
La mobilitazione, dal punto di vista organizzativo, è stata tutt’altro che irrilevante: piazze piene, cortei visibili, partecipazione viva.
Eppure, mentre si gridavano slogan e si sventolavano bandiere, l’Italia “che produce” non si è fermata. I centri commerciali erano aperti, i corrieri facevano regolarmente le consegne, le fabbriche lavoravano, i distributori di benzina servivano clienti, le aziende erano a pieno ritmo.
Ecco la contraddizione che definisce il nostro tempo: da un lato la piazza, la voce degli ideali; dall’altro, la vita quotidiana che prosegue indifferente.
È in questa frattura che si legge il segno della nostra decadenza: una società che non crede più nella gratuità di un gesto, che non riconosce più la nobiltà di un sacrificio, che misura tutto con il metro dell’utile immediato.
Il trionfo dell’utilitarismo e il disprezzo per l’ideale
L’osservazione più diffusa è stata: “Hanno scioperato solo i soliti fannulloni, i dipendenti pubblici, i pensionati, i militanti di partito. La vera Italia era al lavoro.”
Questa frase, usata come scherno, fotografa in realtà una trasformazione culturale profonda.
Oggi, rinunciare a una giornata di paga per un ideale è considerato non un gesto nobile, ma un lusso da irresponsabili, un atto di follia.
La logica dominante è semplice e crudele: quanto mi costa?
Se non c’è ritorno tangibile, se non c’è guadagno immediato, l’atto non ha senso. Così muore il sogno, sostituito dal calcolo.
Trump, Greta e la repulsione per il sacrificio
Questa ideologia utilitaristica trova il suo campione in figure come Donald Trump.
Le sue parole contro l’attivista svedese Greta Thunberg, pronunciate in una conferenza stampa dallo Studio Ovale, dove la definisce una “piantagrane” che “ha un problema di gestione della rabbia” e che “non è più nell’industria dell’ambiente ma è coinvolta in questo”, rivelano la vera essenza della Società dell’Utile.
Trump non contesta l’argomento di Greta — il clima o le politiche su Gaza — ma l’azione in sé.
La figura di Greta diventa uno specchio che costringe chi la disprezza a confrontarsi con la propria inazione e con la propria adesione al sistema del profitto.
L’odio verso Greta non è altro che l’odio verso l’ideale, verso il coraggio e l’azione disinteressata che l’attuale Società dell’Utile ha soppresso.
Con la sua retorica del disprezzo, Trump si pone come antesignano e portavoce di questo modello culturale: tutto ciò che non produce profitto, non porta consenso immediato o non rientra nel proprio interesse viene etichettato come “follia”, “rabbia” o “strumentalizzazione”.
L’attacco non è alla politica, ma alla gratuità del gesto.
Il crollo della credibilità e la paura che paralizza
A rendere tutto ancora più fragile è la perdita di fiducia verso chi promuove lo sciopero.
Molti italiani si chiedono: “Perché un sindacato che non riesce a difendere i salari minimi e i contratti più umili oggi dovrebbe fermare il Paese per Gaza?”
Quando gli ideali diventano moneta di scambio politico, anche la più giusta delle cause appare come strumentalizzazione.
Ma c’è una verità più dura: l’Italia non sciopera non solo per indifferenza o cinismo, ma perché non può permetterselo.
La precarietà e i salari bassi hanno trasformato i lavoratori in pedine ricattabili, incapaci di rischiare perfino una giornata di stipendio.
Non è pragmatismo: è paura. È la vittoria del capitale sul coraggio.
Conclusione
Lo sciopero del 3 ottobre non va letto come un fallimento organizzativo — nelle piazze la mobilitazione c’è stata.
Ma il Paese che lavorava e che non si è fermato racconta qualcosa di più profondo.
Ci racconta che la nostra è diventata una società che non riconosce più la possibilità di un gesto disinteressato.
Ogni azione è interpretata come calcolo, ogni manifestazione come propaganda, ogni sacrificio come follia.
Abbiamo smesso di sognare.
E una società che non sogna non evolve: sopravvive, produce, consuma, ma lentamente muore.
Finché l’utile immediato sarà l’unico criterio di giudizio, resteremo prigionieri di una decadenza silenziosa e dorata, dove tutto funziona, tutto si produce — ma nulla ha più senso.
