L’antifascismo sotto processo. Quando Montecitorio sanziona la difesa della Costituzione
Trentadue deputati sospesi per aver bloccato una conferenza neofascista a Montecitorio: il cortocircuito tra legalità formale e legittimità costituzionale
di Bruno Marfé
C’è qualcosa di profondamente sbagliato in un Parlamento che sanziona i propri membri per aver impedito a militanti di CasaPound, Veneto Fronte Skinheads ed ex Forza Nuova di tenere una conferenza sulla “remigrazione” nelle sue sale istituzionali. Eppure è esattamente questo che è accaduto il 30 gennaio 2026 a Montecitorio, e a fine marzo l’epilogo: trentadue deputati di Pd, M5S e Avs sospesi per quattro o cinque giorni ciascuno, per aver bloccato pacificamente quell’evento.
La motivazione formale è ineccepibile: “turbamento delle attività parlamentari”, ai sensi degli articoli 45 e seguenti del Regolamento della Camera. L’Ufficio di Presidenza ha applicato le norme vigenti. Non c’è niente da eccepire sul piano procedurale. Il problema è un altro, ed è molto più grave: che cosa dice di noi, della nostra democrazia, e del nostro senso dello Stato, il fatto che quelle norme siano state applicate in questo caso e non nell’altro?
LA SALA STAMPA E IL FANTASMA DELLA XII DISPOSIZIONE
Prima di parlare di sanzioni, occorre fare un passo indietro e chiedersi come sia possibile che una conferenza sulla “remigrazione” – termine mutuato direttamente dai movimenti identitari europei, con tutto il portato ideologico che comporta – sia stata autorizzata in un luogo dello Stato come la sala stampa di Palazzo Montecitorio.
La XII Disposizione transitoria e finale della Costituzione è esplicita: è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. Non si tratta di una norma programmatica, né di un auspicio. È un divieto, inserito nella Carta fondamentale dai padri costituenti che avevano attraversato il fascismo, la guerra, la Resistenza. Sapevano cosa stavano facendo.
L’antifascismo non è un’opzione tra altre nel menù del pluralismo democratico. È il presupposto senza il quale quel pluralismo non esiste.
CasaPound si definisce “fascismo del terzo millennio”. Il Veneto Fronte Skinheads non ha bisogno di presentazioni. Ex Forza Nuova: tre parole che da sole costituiscono una storia di violenze, intimidazioni e condanne. Ospitare queste sigle in uno spazio istituzionale – non una piazza, non un teatro privato, ma la sede della rappresentanza popolare – non è un atto neutro. È una scelta politica, e come tale va giudicata.
IL CORTOCIRCUITO DELLA NEUTRALITÀ PROCEDURALE
L’Ufficio di Presidenza ha risposto alla violazione delle norme interne con le sanzioni previste. Corretto. Ma la domanda che resta senza risposta è: chi ha autorizzato quella conferenza? Con quale valutazione? Sulla base di quale bilanciamento tra la libertà di espressione garantita dall’articolo 21 della Costituzione e i limiti che quella stessa Costituzione pone all’apologia del fascismo e alla riorganizzazione delle sue strutture?
La neutralità procedurale è una finzione quando viene applicata in modo selettivo. I deputati che hanno occupato la sala sono stati sanzionati con solerzia e rapidità. La decisione di concedere quegli spazi a gruppi che si richiamano esplicitamente all’ideologia fascista è rimasta nel cono d’ombra della discrezionalità istituzionale, senza che nessuno ne rispondesse.
Il messaggio che ne deriva è devastante: violare il Regolamento della Camera si paga. Ospitare il neofascismo nelle aule dello Stato, no.
LEGALITÀ FORMALE E LEGITTIMITÀ SOSTANZIALE
C’è una distinzione che la scienza politica conosce bene, ma che la pratica istituzionale tende a rimuovere: quella tra legalità formale e legittimità sostanziale. Un atto può essere legale – conforme alle norme vigenti – e al tempo stesso illegittimo, perché tradisce i valori fondativi dell’ordinamento che quelle norme esprimono.
Le sanzioni ai trentadue deputati sono legali. Sono anche legittime? Difficile sostenerlo, quando chi le ha ricevute ha agito in difesa di un principio – il ripudio del fascismo – che è scritto nella Carta costituzionale. Non come ornamento retorico, ma come norma giuridica vincolante.
Si dirà: le istituzioni non possono funzionare se ogni parlamentare decide autonomamente quali regole rispettare e quali no. Giusto. Ma allora le istituzioni devono anche assumersi la responsabilità di non creare situazioni in cui rispettare le regole significa avallare, con il silenzio, ciò che la Costituzione vieta.
LA RESPONSABILITÀ CHE NON È SOLO DELLE ISTITUZIONI
Questo episodio non riguarda solo l’Ufficio di Presidenza della Camera, né i trentadue deputati sospesi, né i parlamentari della Lega che hanno organizzato la conferenza. Riguarda tutti noi.
Viviamo in un tempo in cui la presenza di gruppi di estrema destra nel dibattito pubblico si è normalizzata con una velocità che avrebbe dovuto allarmare molto di più di quanto non abbia fatto. Le parole della propaganda identitaria entrano nei palazzi istituzionali travestite da opinioni legittime. Chi le contesta viene messo in difficoltà, processato dal punto di vista procedurale, sanzionato.
La società civile, il giornalismo, la cultura hanno una responsabilità precisa in questo contesto: non lasciare che la normalizzazione prosegua nell’indifferenza. Non cedere né alla censura facile – che spesso si ritorce contro chi la pratica – né alla rassegnazione di chi ritiene che “ormai” certi discorsi facciano parte del paesaggio.
CONCLUSIONE: LA DEMOCRAZIA NON È NEUTRALE
La democrazia italiana è nata dall’antifascismo. Non è una postura, non è un’etichetta di parte: è la sua ragione d’essere, certificata dalle disposizioni finali di una Costituzione scritta da chi aveva visto da vicino cosa succede quando una società rinuncia a difendere i propri valori fondativi.
Punire chi ha cercato di difendere quei valori – anche con metodi discutibili sul piano procedurale – senza fare i conti con la situazione che ha reso necessaria quella difesa, è un atto di ipocrisia istituzionale. Legale, forse. Accettabile, no.
Il Regolamento della Camera va rispettato. Ma il Regolamento della Camera non può diventare lo scudo dietro cui si nasconde il silenzio di uno Stato che non sa, o non vuole, fare i conti con la propria storia.
