30/04/2026
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L’alibi del pregiudizio. Se il fango del Ciclone Harry diventa un paravento politico

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Il Ciclone Harry diventa l’occasione per riattivare vecchi pregiudizi territoriali, mentre le vere responsabilità sul dissesto idrogeologico si nascondono tra inefficienze statali, ritardi amministrativi e fondi non spesi.

di Bruno Marfé

Mentre le coste di Sicilia, Calabria, Puglia e Campania cercano di riemergere dal fango e dai detriti lasciati dal Ciclone Harry, si profila all’orizzonte un’altra possibile tempesta, meno visibile ma non meno insidiosa: quella mediatica. È il momento in cui, superata la solidarietà di circostanza, può riattivarsi un riflesso noto, fatto di sarcasmo e semplificazioni, che rischia di trasformare il territorio colpito nello specchio su cui proiettare colpe comode, invece di interrogarsi sulle responsabilità reali.

È una narrazione rassicurante. E proprio per questo pericolosa.

Puntare il dito esclusivamente contro la cattiva gestione locale o contro l’abusivismo del passato tende a diventare, puntualmente, l’alibi perfetto per la politica nazionale. È una strategia comunicativa collaudata: scaricare la responsabilità sull’ultimo anello della catena – il sindaco, il comune, il territorio – serve a evitare una domanda molto più scomoda.

Qual è, infatti, la responsabilità di uno Stato che, pur avendo le risorse, fatica a trasformarle in opere reali?

La Corte dei Conti lo segnala da anni, con un linguaggio misurato ma inequivocabile: il vero collo di bottiglia non è la mancanza di fondi, bensì la frammentazione delle competenze, l’eccesso di passaggi autorizzativi e l’incapacità del sistema centrale di rispettare i tempi che esso stesso si è dato.

In questo schema, alimentare il pregiudizio geografico diventa funzionale a non dover rispondere di una verità imbarazzante: lo Stato rischia di non riuscire a spendere i soldi che ha già messo in bilancio.

I numeri, se letti senza ideologia, sono destinati a smentire la narrazione di un Sud incapace di gestire le risorse.

La rimodulazione del PNRR avviata nel 2023 finisce per sottrarre oltre un miliardo di euro agli interventi diretti contro il dissesto idrogeologico, spostando o rinviando misure considerate a rischio di mancata attuazione. Non perché superflue, ma perché il sistema amministrativo nazionale non appare in grado di portarle a termine nei tempi richiesti dall’Europa.

I rapporti dell’ISPRA descrivono da tempo uno scenario inequivocabile: gran parte delle coste italiane a rischio erosione è nota, mappata e studiata, ma gli interventi restano spesso bloccati nella fase di progettazione o di avvio.

Quando un’opera di protezione costiera in Sicilia o in Puglia resta potenzialmente intrappolata per anni tra Roma e Bruxelles, non siamo di fronte a una “pigrizia locale”, ma al rischio concreto di un fallimento sistemico.

La vera mala gestione non è solo quella del mattone del passato. È quella, molto più attuale, della scartoffia del presente.

Se continueremo a permettere alla politica nazionale di usare il pregiudizio come scudo per la propria inefficienza amministrativa, continueremo a piangere danni che erano stati previsti, finanziati, annunciati. Ma che rischiano, ancora una volta, di non essere mai realizzati.

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