30/04/2026
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La Moda del Livore: quando il vittimismo diventa marchio politico

Donald Trump - immagine dal web

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di Bruno Marfé

Dal “They’re not after me, they’re after you — I’m just in the way” di Donald Trump al “Eu sou o perseguido do sistema” di Jair Bolsonaro: due frasi-simbolo che raccontano un’epoca in cui la rabbia collettiva è diventata la chiave del potere.

Il Vittimismo come strategia di consenso

Non si tratta di vera sofferenza, ma di una posa costruita. Un racconto calibrato, utile a creare un legame emotivo con una società che si percepisce ferita, arrabbiata e trascurata. In momenti di crisi economica, sociale o culturale, questa dinamica diventa esplosiva: la rabbia diffusa viene trasformata in carburante elettorale. Chi si presenta come “perseguitato” diventa lo specchio perfetto per chi vive frustrazione e risentimento.

Leader come specchi del malessere

Il concetto classico di leadership — guida, visione, responsabilità — si capovolge. Non si cerca più chi risolve, ma chi si lamenta come noi e trova un colpevole. Il “kit” del leader vittimista è sempre lo stesso:

– Un alibi strutturale: c’è sempre un nemico (élite, poteri forti, giornalisti, intellettuali) che impedisce il cambiamento.

– Un linguaggio divisivo: la rabbia viene incanalata verso un bersaglio comune, spostando il conflitto dall’economia alla cultura, dalle soluzioni alle accuse.

USA e Brasile: due casi emblematici

Lo dimostrano due casi simbolo: l’elezione di Donald Trump nel 2016 negli Stati Uniti e quella di Jair Bolsonaro nel 2018 in Brasile. Entrambi hanno costruito la loro ascesa politica su un messaggio semplice e polarizzante: “io sono come voi, perseguitato dagli stessi poteri che vi schiacciano”. Il primo si è presentato come outsider tradito dall’élite di Washington, il secondo come vittima di un establishment corrotto. In entrambi i casi, la forza non è derivata da progetti risolutivi, ma dalla capacità di dare voce — e volto — al livore diffuso.

Il paradosso del potere livoroso

Ma c’è un cortocircuito evidente: se la rabbia è la base del consenso, che interesse ha un leader a spegnerla? Misure strutturali per ridurre il disagio sociale — investimenti in istruzione, welfare, cultura — richiedono tempo e non portano vantaggi immediati alle urne. Al contrario, cittadini più consapevoli diventano meno manipolabili.

Spezzare il circolo vizioso

Il meccanismo si autoalimenta: la crisi genera rabbia, la rabbia elegge chi la cavalca, e chi governa grazie a quella rabbia non ha alcun interesse a risolverne le cause. Per spezzare questa catena non basta cambiare leader: serve una trasformazione culturale. Un paese che investe nel benessere reale e nella capacità critica costruisce anticorpi contro la politica dell’alibi.

Oltre la politica del lamento

Il vittimismo funziona perché rispecchia un sentimento collettivo. Ma può essere disinnescato. Superarlo significa smettere di premiare chi grida più forte e iniziare a riconoscere chi costruisce soluzioni concrete. Finché continueremo a eleggere specchi del nostro malessere, resteremo prigionieri del malessere stesso.

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