26/07/2026
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Il Sangue della Terra: perché la morte di Givaldo Santos riguarda il futuro di tutti noi

strada rurale Brasile

Foto di <a href="https://unsplash.com/it/@stasostrikov?utm_source=unsplash&utm_medium=referral&utm_content=creditCopyText">Stas Ostrikov</a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/una-strada-vuota-in-mezzo-al-nulla-a92guIcnpSI?utm_source=unsplash&utm_medium=referral&utm_content=creditCopyText">Unsplash</a>

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di Bruno Marfé

C’e una fermata dell’autobus, sulla strada statale MS-289, che i residenti della riserva indigena di Taquaperi chiamano Chapeuzinho. E poco piu di uno spiazzo di terra battuta nel sud del Mato Grosso do Sul, in Brasile. La sera del 1° maggio scorso, Givaldo Santos, leader Kaïowa e Guarani e vice-cacique della comunità, era fermo li, nell’oscurità, in attesa che il fratello lo passasse a prendere. Non ha fatto in tempo. Due uomini a bordo di una motocicletta si sono avvicinati e, secondo le testimonianze raccolte sul posto, hanno sparato almeno quattro colpi a distanza ravvicinata. Givaldo e morto sul colpo a quarant’anni, lasciando una moglie e cinque figli.

Quella di Givaldo non è una storia di criminalità comune. E un’esecuzione mirata, l’ultimo capitolo di una guerra silenziosa e asimmetrica che si consuma ai margini dei grandi imperi dell’agroalimentare sudamericano. Nelle settimane precedenti al suo omicidio, Santos si era esposto in prima persona, guidando le proteste della sua comunita per chiedere giustizia dopo che un misterioso incidente stradale su quella stessa statale aveva ucciso due nativi, tra cui un bambino di dodici anni. Ma soprattutto, Givaldo era un leader. E in questa striscia di confine tra il Brasile e il Paraguay, essere un leader indigeno significa spesso vivere con un bersaglio addosso.

La riserva di Taquaperi è un’isola assediata. Da un lato c’e la crescita demografica di una popolazione che resiste all’assimilazione culturale; dall’altro, una distesa sempre più ampia di campi di soia e pascoli intensivi che premono sui confini della riserva. Quando lo spazio vitale non basta piu, le comunità indigene tentano le retomadas – le rioccupazioni pacifiche delle loro terre ancestrali – scatenando la reazione violenta dei grandi proprietari terrieri (fazendeiros) e, spesso, delle forze di polizia locali.

La morte di Givaldo Santos è il sintomo drammatico di un paradosso globale: coloro che difendono ecosistemi strategici per l’equilibrio climatico sudamericano sono spesso gli stessi che lo Stato brasiliano fatica a proteggere in modo efficace.

La mappa del conflitto: i numeri di una guerra invisibile

L’omicidio di Givaldo Santos non è un fulmine a ciel sereno, ma si inserisce in un quadro storico di violenza sistematica. Secondo i rapporti del CIMI (Consiglio Indigenista Missionario), il Mato Grosso do Sul è da anni uno degli stati brasiliani con i piu alti tassi di omicidi e suicidi tra le popolazioni indigene. Qui, la violenza non è soltanto una deriva criminale: diventa uno strumento di pressione economica e territoriale. Nel solo 2023, il CIMI ha documentato 291 casi di violenza contro indigeni in Brasile, di cui 76 omicidi; nel Mato Grosso do Sul, i tassi di suicidio tra i giovani Kaïowa e Guarani superano di quattro volte la media nazionale.

Le grandi organizzazioni internazionali come Global Witness lo ripetono da tempo: la difesa dell’ambiente e quella dei diritti umani in America Latina coincidono sempre più spesso. I leader indigeni rappresentano, nei fatti, una delle prime linee di resistenza contro la distruzione accelerata degli ecosistemi. Proteggere i loro territori significa proteggere foreste residue, corridoi ecologici e biomi fondamentali come il Cerrado, indispensabili per l’equilibrio climatico e idrico del continente.

Eliminare fisicamente questi leader significa rimuovere l’ostacolo sociale, giuridico e morale che si oppone alla deforestazione e allo sfruttamento intensivo del suolo. E uno schema che si ripete: quando la pressione legale e amministrativa non basta a sgombrare le terre, interviene la violenza. Nel 2022, l’uccisione dell’ambientalista e attivista indigeno Bruno Araújo Pereira e del giornalista Dom Phillips nella valle del Javari seguiva lo stesso pattern di isolamento, minacce crescenti e impunità.

Il Marco Temporal e l’impasse giuridica

Al cuore di questa violenza c’è un conflitto legale che si trascina da decenni e che ruota attorno alla demarcazione delle terre indigene. La Costituzione brasiliana riconosce ai popoli originari il diritto permanente sulle terre che occupano tradizionalmente. Tuttavia, la potente lobby agraria legata al parlamento di Brasilia ha cercato a lungo di imporre una tesi restrittiva: il cosiddetto Marco Temporal (limite temporale).

Secondo questa interpretazione, gli indigeni avrebbero diritto solo alle terre occupate fisicamente il 5 ottobre 1988, giorno della promulgazione della Costituzione brasiliana. Un criterio che la Corte Suprema ha più volte giudicato incompatibile con i principi costituzionali, perché ignora una realtà storica evidente: prima del 1988, moltissime comunità Kaïowa e Guarani erano già state espulse con la forza dai propri territori ancestrali o confinate in riserve minuscole per lasciare spazio all’espansione agricola. Questa paralisi burocratica e politica produce conseguenze concrete. Quando i processi di demarcazione si bloccano, si crea una zona grigia in cui i grandi proprietari terrieri si sentono autorizzati a difendere i propri interessi con la forza, mentre i leader indigeni diventano figure sempre piu esposte.

Una responsabilità globale: il filo invisibile che unisce il Brasile all’Europa

Sarebbe un errore considerare la morte di Givaldo Santos come una tragedia confinata nel profondo entroterra sudamericano. Esiste un filo economico invisibile, ma solidissimo, che collega i pascoli e i campi di soia del Mato Grosso do Sul ai mercati europei e italiani.

Il Brasile è uno dei maggiori esportatori mondiali di carne bovina e di soia, quest’ultima utilizzata massicciamente negli allevamenti intensivi occidentali come base per i mangimi animali. Nel 2022, l’Italia ha importato oltre 1,3 milioni di tonnellate di soia brasiliana, buona parte proveniente da stati come il Mato Grosso do Sul. Ogni aumento della domanda globale di carne e mangimi esercita una pressione crescente sull’espansione agricola brasiliana, spingendo il confine produttivo sempre più vicino ai territori indigeni. Quando governi, aziende o consumatori acquistano queste materie prime senza pretendere tracciabilita e controlli rigorosi, finiscono per alimentare – spesso inconsapevolmente – una filiera economica che scarica i propri costi ambientali e sociali sulle comunità più vulnerabili.

Ma c’è un motivo ancora più profondo per cui questa vicenda riguarda anche noi. I territori indigeni non sono soltanto aree culturali da preservare: rappresentano oggi alcuni degli ultimi argini contro la distruzione accelerata degli ecosistemi. Quando un leader comunitario viene assassinato perché difende una foresta, un fiume o una terra ancestrale, non viene colpita soltanto una minoranza etnica. Viene colpita l’idea stessa che possano esistere limiti ambientali ed etici all’economia globale.

La sicurezza delle popolazioni indigene e quindi legata anche alla nostra sicurezza climatica, alimentare e democratica. Perché un sistema economico che tollera violenza e impunità contro chi protegge la terra e lo stesso sistema che, nel lungo periodo, produce crisi climatiche, migrazioni forzate, impoverimento delle risorse naturali e instabilità politica su scala internazionale. E finché i sistemi di certificazione internazionale e le politiche commerciali non escluderanno in modo rigoroso le merci prodotte attraverso violenze territoriali – e finché la lobby agraria non avrà costi tangibili per l’impunità – la vita dei leader indigeni continuerà ad essere esposta.

Conclusioni: l’eredità di Givaldo

Mentre le indagini sull’assassinio del vice-cacique rischiano di perdersi nella lentezza della burocrazia locale, la comunità Kaïowa e Guarani ha gia fatto sapere che non intende arretrare.

“La terra non si vende e non si negozia, perché è la madre che ci nutre. Versare il nostro sangue non ferma la nostra resistenza.”

– Dichiarazione attribuita a rappresentanti Kaïowa e Guarani

La morte di Givaldo Santos costringe a guardare il prezzo nascosto delle nostre filiere globali. Onorare la memoria di Givaldo significa allora squarciare il velo di indifferenza che circonda queste comunità e riconoscere una verità sempre più evidente: la loro battaglia per la terra coincide, ormai, con la battaglia dell’umanità per preservare il proprio futuro.

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