Il Risveglio di Barcellona: Lula, Sánchez e ciò che manca all’Italia
Incontro dei leader internazionali di sinistra a Barcellona
La mobilitazione progressista di Barcellona riapre il dibattito su leadership, unità e responsabilità politica, evidenziando un divario crescente con la situazione italiana
di Bruno Marfé
In questi giorni, Barcellona è diventata qualcosa di più di una semplice cornice internazionale: è stata il tentativo concreto di restituire una grammatica politica a una sinistra globale da tempo afona. Non un vertice rituale, ma un passaggio che prova a rimettere al centro una domanda rimossa: esiste ancora una leadership capace di costruire un’alternativa credibile al modello dominante?
Sotto la regia di Pedro Sánchez e con la presenza politicamente determinante di Luiz Inácio Lula da Silva, la riunione della mobilitazione progressista globale ha riportato il confronto dove spesso viene neutralizzato: nel terreno della politica e della responsabilità, non in quello delle procedure e della gestione tecnica.
Lula si è imposto come il baricentro dell’incontro. Non solo per carisma, ma per chiarezza di linguaggio. Quando definisce il Consiglio di Sicurezza dell’ONU un club di “cinque signori della guerra”, non si limita a una provocazione: traduce in forma politica una frustrazione diffusa, soprattutto nel Sud Globale. La sua capacità sta proprio in questo passaggio: spostare il discorso dal tecnicismo alla responsabilità, dalla gestione alla visione.
In un contesto internazionale segnato da paralisi e ambiguità, questa postura lo distingue nettamente da gran parte della leadership europea. Ma sarebbe un errore trasformarlo in una figura salvifica. La proiezione internazionale del Brasile – tra equilibri multipolari, BRICS e posizioni non sempre lineari sui conflitti – restituisce anche la complessità di una leadership che deve tenere insieme principi e interessi. È questa tensione, più che qualsiasi narrazione celebrativa, a rendere Lula una figura centrale.
Se Lula rappresenta la visione, Sánchez incarna il metodo. La Spagna non è un modello privo di contraddizioni, ma è uno dei pochi contesti europei in cui una coalizione progressista ha retto l’urto delle crisi senza implodere: pensiamo al salario minimo portato a 1.134 euro o alla transizione ecologica con 140 miliardi dal Recovery Fund. Non perché manchino i conflitti, ma perché esiste una capacità politica di gestirli senza trasformarli in paralisi.
A chiudere i lavori è stato lo stesso Sánchez, con un intervento che ha rovesciato la logica difensiva che spesso paralizza la sinistra europea. Non un bilancio, ma una rivendicazione: «La vergogna cambia lato», ha detto, elencando punto per punto ciò di cui essere orgogliosi – il pacifismo, l’ecologismo, il femminismo, la solidarietà verso i migranti. Parole che in Spagna suonano come politica concreta – mezzo milione di immigrati in via di regolarizzazione – e non come slogan. È raro sentire un leader di governo usare il linguaggio dell’orgoglio senza che scivoli nella retorica. Sánchez ci è riuscito, almeno in quella sala.
«La vergogna cambia lato e lo farà per sempre. Da adesso in poi, la vergogna è per loro. Per noi l’orgoglio.» – Pedro Sánchez, Barcellona, 18 aprile 2026



L’unità, in questo caso, non è un dato naturale ma una costruzione: fragile, negoziata, spesso imperfetta. Eppure reale. È qui che il confronto con l’Italia diventa inevitabile – e scomodo.
Se a Barcellona si tenta una sintesi, in Italia la frammentazione è ormai una condizione strutturale. Non si tratta solo di divergenze politiche, ma di una dinamica più profonda: leadership concorrenti, veti incrociati, protagonismi che impediscono di trasformare la pluralità in progetto. Ogni possibile architettura alternativa si è infranta ripetutamente contro lo stesso limite: l’incapacità di costruire una proposta riconoscibile e condivisa. Il risultato è una sinistra spesso ripiegata sulla propria geometria interna, più impegnata a definire equilibri che a proporre direzioni. E mentre altrove si prova – almeno – a ridefinire il perimetro del campo progressista, l’Italia resta bloccata in una discussione permanente su chi debba guidarlo, senza mai affrontare fino in fondo la questione del perché e del per cosa.
È in questo scarto che Barcellona assume un valore che va oltre l’evento. L’ovazione per Lula, l’entusiasmo che ha attraversato la sala, non raccontano solo il consenso per un leader. Segnalano una domanda politica aperta: esiste una forza capace di riorganizzare il progressismo su scala globale senza ridurlo a una somma di identità in competizione?
La risposta, per ora, è incompleta. Ma un punto emerge con chiarezza: l’unità non è un valore in sé se resta una formula retorica. Diventa credibile solo quando si traduce in una gerarchia di priorità e in una capacità concreta di governo. Disuguaglianza, crisi climatica, trasformazioni del lavoro non sono bandiere negoziabili, ma il terreno minimo su cui misurare qualsiasi ambizione riformatrice.
«Siamo stati i gestori delle miserie del neoliberismo.» – Luiz Inácio Lula da Silva, Barcellona 2026
Il nodo, allora, non è più riconoscere l’errore, ma decidere se continuare a ripeterlo.
Per l’Italia, il passaggio è ormai inevitabile. Non basta evocare l’unità, né rivendicarla a fasi alterne: o diventa un progetto politico riconoscibile, con una leadership e una linea, oppure resterà un alibi utile a giustificare l’irrilevanza. A Barcellona si è visto un tentativo – imperfetto, ma reale – di uscire da questa ambiguità. Ignorarlo significherebbe scegliere l’inazione.
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