Il paradosso del sovranismo. Lula difende il PIX, Meloni silura Cingolani: due modelli a confronto su chi comanda davvero
Dal PIX brasiliano – il sistema pubblico di pagamenti digitali – al caso Cingolani: due modi opposti di intendere la sovranità
di Bruno Marfé
PIX e la schiena dritta di Lula
Quando Luiz Inácio Lula da Silva ha risposto alle critiche statunitensi sul sistema PIX, il punto non era solo tecnico. PIX è una piattaforma di pagamento digitale pubblica, gratuita e capillare, gestita dalla Banca Centrale del Brasile: una scelta precisa di mantenere sotto controllo nazionale un’infrastruttura chiave della vita economica di 215 milioni di persone.
Le osservazioni statunitensi – che segnalano possibili distorsioni per operatori privati internazionali come Visa e Mastercard – toccano un nervo scoperto: la competizione tra modelli. Da un lato, ecosistemi dominati da grandi player globali del fintech; dall’altro, un sistema statale che punta su accessibilità e autonomia. La risposta politica di Lula è stata netta: le infrastrutture strategiche non si negoziano. Non perché siano perfette, ma perché definiscono il perimetro dell’indipendenza economica di un Paese.
Il caso Cingolani: un’altra storia
Il 12 febbraio 2026 Roberto Cingolani, amministratore delegato di Leonardo – la principale azienda italiana nel settore della difesa, partecipata al 30% dal Ministero dell’Economia – presenta il Michelangelo Dome. Si tratta di un sistema di difesa aerea basato sull’intelligenza artificiale, concepito per connettere piattaforme e apparecchiature di diversi Paesi europei con l’obiettivo di proteggere i cieli del continente dalle minacce aeree. Il progetto è sviluppato in partnership con Rheinmetall, Airbus e Thales: un consorzio europeo della difesa che, nelle intenzioni, prefigura una capacità strategica autonoma rispetto agli Stati Uniti.
Il giorno dopo, sull’aereo di Stato diretto in Etiopia, Giorgia Meloni comunica a Cingolani la propria irritazione. Secondo le ricostruzioni del Corriere della Sera e de L’Espresso, la premier avrebbe detto senza troppi giri di parole: «Lo scudo antimissile non piace agli americani». Due mesi dopo, il 9 aprile 2026, il governo deposita le liste per il rinnovo dei vertici delle partecipate del MEF: Cingolani non c’è più. Al suo posto Lorenzo Mariani, già condirettore generale di Leonardo e – ironia della storia – lo stesso candidato che Crosetto aveva proposto tre anni fa e che Meloni aveva scartato a favore di Cingolani.
Un manager con utile netto +85%, titolo +410% e 7.000 assunzioni non si rimuove perché serve qualcuno “più operativo”. Lo si rimuove perché ha fatto qualcosa che ha irritato chi conta.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha provato a difendere Cingolani fino all’ultimo, richiamando pubblicamente i numeri: «Non è la politica che giudica un AD, ma i numeri e i mercati». Ha perso. La versione ufficiale del governo – la necessità di passare dalla «fase visionaria» alla «messa a terra» in vista di ReArm Europe – non regge all’esame dei fatti: il piano industriale 2026-2030 di Leonardo prevedeva anzi un aumento degli investimenti, e i bilanci non mostravano segnali di deterioramento.
Sullo sfondo, secondo diversi retroscena, c’è anche l’interesse diretto dell’amministrazione Trump. Vance e Rubio avrebbero fatto presente, con il consueto garbo, che un sistema di difesa europeo autonomo avrebbe creato concorrenza a sistemi americani – Golden Dome in primis – sul mercato NATO. Un’Europa che si difende da sola è un’Europa che compra meno dagli Stati Uniti.
Due sovranismi, una sola parola
Il confronto tra il caso brasiliano e quello italiano non è simmetrico – e questo è precisamente il punto.
Il Brasile esercita la propria sovranità in un ambito domestico e civile, dove il margine decisionale è più ampio. L’Italia si muove nel settore della difesa, dove la sovranità è strutturalmente condivisa all’interno di un’alleanza. Fin qui, la differenza è comprensibile. Il problema è un altro: quando la rinuncia all’autonomia non è strutturale ma volontaria; quando non discende dai vincoli del sistema ma dall’allineamento personale di una premier con un presidente straniero.
Cingolani non ha violato alcun trattato atlantico. Non ha sfiduciato la NATO. Ha immaginato che l’Europa potesse dotarsi di una capacità difensiva propria – che è esattamente ciò che la Commissione Europea e decine di capitali continentali chiedono da mesi, con ReArm Europe e con il dibattito sull’autonomia strategica. È stato rimosso non perché sbagliasse, ma perché aveva ragione nel momento sbagliato per gli equilibri di Palazzo Chigi.
Il nodo europeo: sovranità o scala?
Il caso italiano apre una questione più ampia. Per un Paese europeo, la vera alternativa non è tra sovranità e alleanze, ma tra dimensione nazionale e massa critica. In un mondo dominato da grandi blocchi tecnologici, finanziari e militari, nessuno Stato medio può esercitare una sovranità piena in solitudine. Il vero sovranismo – quello che produce risultati concreti – richiede più integrazione europea, non meno.
Senza una capacità industriale e tecnologica condivisa, il rischio è quello di restare forti nelle dichiarazioni e deboli nelle leve reali del potere. E chi invoca «prima gli italiani» in questo contesto assomiglia sempre di più al nazionalista convinto di proteggere gli interessi del proprio borgo mentre i tavoli che contano si tengono altrove.
Conclusione
Il Brasile di Lula ha scelto di presidiare direttamente le proprie infrastrutture strategiche, anche quando questo ha significato scontentare Washington. L’Italia di Meloni ha rimosso il manager più performante della difesa nazionale perché il suo progetto di autonomia strategica europea disturbava l’alleato americano.
Non è solo una differenza di politica industriale. È una questione di dove si colloca, concretamente, la lealtà di un governo. E, per dirla con la domanda che circola in questi giorni nei corridoi di Montecitorio e nelle redazioni: quale Patria ha in mente chi dice «Dio, Patria e Famiglia» quando la Patria in questione è la difesa degli interessi americani?
Nel XXI secolo, la sovranità non è più soltanto una dichiarazione di principio: è la capacità concreta di controllare tecnologie, reti e decisioni. Per l’Europa, questa capacità difficilmente può essere solo nazionale. Ma non può nemmeno essere delegata oltre atlantico a tempo indeterminato.
Note informative
1 Il sistema PIX è stato lanciato dalla Banca Centrale del Brasile nel novembre 2020. Ad oggi registra oltre 150 milioni di utenti attivi e gestisce miliardi di transazioni mensili senza commissioni per i privati.
2 Roberto Cingolani è stato AD di Leonardo dal 2023. Sotto la sua guida il fatturato dell’azienda è passato da circa 15 miliardi (2022) a 20 miliardi (2025), l’utile netto è cresciuto dell’85% e il titolo in Borsa ha registrato un +410%.
3 Il Michelangelo Dome è stato annunciato pubblicamente il 12 febbraio 2026. Il sistema integra tecnologie AI per connettere piattaforme di difesa aerea di diversi Paesi in un’architettura comune. I partner industriali includono Rheinmetall (Germania), Airbus e Thales (Francia).
4 La sostituzione di Cingolani con Lorenzo Mariani è stata formalizzata il 9 aprile 2026 con il deposito delle liste per il rinnovo dei CdA delle partecipate MEF. L’assemblea degli azionisti di Leonardo è fissata al 7 maggio 2026.
5 Fonti: Corriere della Sera, L’Espresso (11 aprile 2026), Il Fatto Quotidiano, Financial Times, Open Online, Fanpage.
